Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Pochi sanno che la rotta marittima di Bab al-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, è una via navigabile cruciale per il commercio globale di petrolio e gas e da qui passa una fetta enorme delle esportazioni asiatiche verso l’Europa. Si tratta di una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un’influenza enorme sull’economia mondiale collegando il Mediterraneo all’Oceano Indiano.
A livello geografico lo Stretto si trova tra la penisola arabica, con le acque territoriali dello Yemen, a nord-est e il Corno d’Africa, con le acque territoriali di Gibuti ed Eritrea, a sud-ovest. Lungo più di 100 km nel suo punto più stretto è largo 29 km (18 miglia), il che limita il traffico a due canali per le merci in entrata e in uscita; in molta parte non si trova quindi in acque internazionali.
Di questa rotta poco si ne sta parlando in questi quasi tre mesi dall’inizio della guerra con l’Iran, eppure è considerato uno dei passaggi marittimi più strategici e, al tempo stesso, vulnerabili al mondo. La sua eventuale chiusura, unita a quella di Hormutz, è uno scenario che da più parti si vuole scongiurare per le sue implicazioni non solo nel commercio marittimo mondiale.
Da testimonianze dirette nella zona, a metà maggio risulta aumentata la presenza di unità navali militari straniere - anche italiane - nell’area, segno delle crescenti preoccupazioni per gli effetti a catena che un eventuale blocco di questo “imbuto” potrebbe determinare. Il precedente degli Houthi, lo testimonia: lo stretto non può essere aggirato se non imponendo una rotta intorno all’Africa. Per conoscere Gibuti e la sua centralità nello scacchiere mediorientale abbiamo intervistato Federico Donelli, professore associato in Relazioni Internazionali all’Università di Trieste e autore del libro “Le due sponde del Mar Rosso” (Mondadori).
Gibuti è un paese con meno di un milione di abitanti e privo di risorse naturali significative, ma punto strategico per la sicurezza regionale con la più alta concentrazione di basi militari al mondo. Perché?
Gibuti è strategico per la sua posizione, non per le sue risorse. Si trova sullo stretto di Bab el-Mandeb, passaggio chiave tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano, da cui transita una quota rilevante del commercio marittimo mondiale. Per questo molte potenze (Stati Uniti, Cina, Francia, Giappone, Italia) vi hanno basi militari: servono a proteggere rotte commerciali, contrastare pirateria e terrorismo, monitorare le crisi regionali e competere tra loro in un’area cruciale in termini di connettività presente e futura. Dall’altra parte, Gibuti ha cercato di capitalizzare al massimo la situazione. Ospitare queste basi significa infatti ottenere entrate, sicurezza e peso diplomatico.
Nella crisi mediorientale poco si parla dello stretto di Bab el-Mandeb, eppure ogni giorno vi passa circa il 12% del commercio marittimo globale. Non è strano?
Sì, è in parte sorprendente, perché Bab el-Mandeb è uno dei punti più vulnerabili del commercio globale. Come anticipato è essenziale per le rotte tra Asia, Mediterraneo ed Europa, per questo è conosciuto come uno dei principali punti di strozzatura mondiali. Negli anni la sua rilevanza è cresciuta proprio con l’aumento del peso delle rotte marittime, dei flussi energetici, cavi sottomarini, e dell’instabilità regionale. Allo stesso tempo, non è del tutto strano. L’attenzione pubblica tende a concentrarsi sugli aspetti più visibili della crisi mediorientale, mentre Bab el-Mandeb funziona spesso come infrastruttura invisibile della globalizzazione. Se però quel passaggio si destabilizza, le conseguenze non restano regionali ma assumono portata globale anche più grave di Hormuz.
La geografia sembra essere la principale risorsa nazionale, considerato che il Paese si trova al 171° posto per indice di sviluppo umano nel 2025 e che più di una persona su cinque si trova in condizioni di estrema povertà.
Convivono queste due facce per Gibuti: se la geografia è la principale risorsa nazionale in grado di generare una rendita strategica, questa non si traduce automaticamente in sviluppo e redistribuzione.
Importanti sono gli investimenti cinesi a Gibuti che vede anche una significativa presenza militare americana. Come stanno insieme questi interessi spesso contrapposti?
Stanno insieme, perché Gibuti pratica una politica di bilanciamento pragmatico: offre accesso strategico a più attori, ottenendo in cambio entrate, investimenti e protezione. Gli Stati Uniti usano Gibuti soprattutto come piattaforma militare e di sicurezza nel Corno d’Africa; la Cina lo considera invece un nodo della Belt and Road, con porti, ferrovia verso l’Etiopia, zona franca e la sua prima base militare all’estero. Questa coesistenza però non elimina la competizione. Anzi, Gibuti un po’ come tutta l’arena del Mar Rosso può essere considerato come un “microcosmo” della rivalità tra potenze: cooperano nella stabilità delle rotte, ma si osservano e competono per influenza in uno spazio molto ristretto.
Forse pochi sanno che Gibuti viene considerato uno dei cardini della presenza italiana nel Corno d’Africa. Eppure non rientra nel Piano Mattei. Ci spiegherebbe brevemente il perché?
Gibuti è importante per l’Italia soprattutto sul piano strategico-militare. La presenza di una base militare italiana serve soprattutto a formare e accrescere le partnership in materia di contro-terrorismo e gestione della violenza a unità gibutine e somale. Il fatto che non rientri nel Piano Mattei può essere letto proprio in questa chiave. Il suo valore, per Roma, sembra legato più alla sicurezza regionale, e alla proiezione militare, che a una partnership economica, energetica o di sviluppo comparabile a quella prevista con altri Paesi africani, come il Kenya.
Visto che nelle recenti elezioni (10 aprile) è stato riconfermato presidente Ismail Omar Guelleh, al potere ininterrottamente dal 1999, la democrazia stenta a decollare. C’è il timore di un cambiamento?
Guelleh garantisce continuità a un sistema molto centralizzato, costruito attorno alla presidenza, al partito dominante e a reti familiari e clientelari. Come in altri contesti, la stabilità viene presentata come un valore, anche perché Gibuti si trova in una regione molto fragile costantemente attraversata da instabilità. Ovviamente, la stabilità ha un costo in altri ambiti come spazio politico limitato, opposizione debole, scarsa partecipazione e una successione ancora incerta.
Gibuti resta un Paese che cerca di mantenere una posizione di neutralità nelle dispute regionali mentre gli stati confinanti affrontano crisi crescenti, tra cui la guerra civile in Sudan e la frammentazione della Somalia. La guerra in corso tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe rimescolare gli equilibri regionali compresi quelli del Corno d’Africa?
Sì, indubbiamente potrebbe rimescolare gli equilibri, perché il Corno d’Africa è ormai parte dello stesso spazio strategico del Mar Rosso e del Medio Oriente. Gibuti, in particolare, è al centro di questo intreccio: ospita basi straniere, controlla l’accesso al Bab el-Mandeb ed è vicino a Yemen, Somalia, Sudan ed Etiopia. Un’ulteriore escalation potrebbe aumentare la pressione su Bab el-Mandeb, soprattutto attraverso attori legati a Teheran, come gli Houthi. Per Gibuti questo significa una cosa: la sua neutralità diventerebbe più difficile da mantenere. Più cresce la competizione tra potenze, più il Paese rischia di essere trascinato dentro logiche di schieramento e instabilità.
Eppure il divario tra l’importanza strategica del Paese, la mancata transizione del potere e la realtà quotidiana dei suoi cittadini è evidente. Quanto alto è il rischio di una “balcanizzazione” di Gibuti?
Il rischio esiste, ma al momento non sembra imminente. Gibuti ha fragilità reali come forte centralizzazione del potere, successione incerta, tensioni sociali, disoccupazione e un divario evidente tra rendita strategica e condizioni di vita quotidiana. A questo si aggiunge una frattura storica interna. Il potere politico è dominato dalla componente somala Issa (maggioritaria nel Paese, ndr), a cui appartiene Guelleh, mentre la componente Afar è stata spesso marginalizzata o cooptata solo parzialmente nelle strutture del regime. Questo squilibrio alimenta risentimenti latenti, anche se finora il sistema è riuscito a contenerli attraverso controllo politico, patronage e inclusione selettiva di alcune élite Afar. Più che una “balcanizzazione” immediata, il rischio principale è quindi un logoramento progressivo: crisi di successione, competizione tra élite, tensioni etno-politiche e crescente frustrazione sociale.