È indubbio che la vittoria del No, con oltre 6 punti percentuali di scarto sul Sì, al referendum confermativo...
Referendum, l’analisi di Carone: “Ora la Lega ha un’arma in più nei confronti di Fratelli d’Italia
“Ora la Lega ha un’arma in più per farsi sentire nei confronti degli alleati, a partire da Fratelli d’Italia. Sia sul piano nazionale che nel governo della Regione Veneto”. Martina Carone, docente di Analisi dei media all’università di Padova e communication manager per YouTrend, analizza i dati del quesito referendario.
Cosa è successo in queste settimane? I sondaggi iniziali davano in vantaggio i favorevoli alla riforma, poi via via i dati mostravano un No in recupero.
Da gennaio in avanti, avevamo visto inizialmente un trend di un Sì al 60 per cento e un “No” al 40, poi, con il trascorrere del tempo, le due posizioni si sono progressivamente avvicinate, fino a toccarsi. I dati avevano indicato questa tendenza alla vittoria del No. Inoltre, quei sondaggi che davano stime elevate di affluenza, prevedevano una partecipazione fra il 50 e il 55 per cento.
Invece, l’affluenza è stata ancora maggiore. Come va letta questa grande partecipazione?
Il voto ha visto una mobilitazione che è andata più in là dei tradizionali steccati. La vittoria del No, con questo margine così alto, implica che il centrosinistra è andato ben oltre lo steccato del suo elettorato puro. Gli indecisi, all’ultimo, hanno deciso di andare a votare e sono tornate alle urne persone che non votavano più, che si astenevano. Sono tornate per dare un segnale di malcontento. In termini assoluti, il No ha raccolto circa 5,5 milioni di voti in più rispetto al bacino del centrosinistra alle Europee 2024. Almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano.
È un voto sul Governo Meloni?
Sì. La sensazione è che il Governo abbia capito un po’ tardi di dover disincentivare il voto simbolico nei suoi confronti. Giorgia Meloni, nelle ultime due settimane, è andata a fare campagna referendaria “mettendoci la faccia per togliercela”, nel senso che il messaggio che ha dato è che votando “no” ci si teneva il Governo e la giustizia così come sono. I giudizi generali dei cittadini sulle intenzioni di voto, peraltro, confermano Fratelli d’Italia primo partito, i rapporti di forza non sembrano cambiati. Ma il giudizio sul Governo Meloni non è entusiasmante, solo il 32 per cento degli italiani si dice soddisfatto, e non basta per vincere un referendum.
Il centrodestra nei sondaggi rimane in testa, e allora cos’è che non va giù ai cittadini dell’azione governativa?
Anzitutto, il ruolo che Meloni ha provato a mostrare con il presidente americano, Donald Trump: prima alleata, poi “pontiera”, ora prende le distanze e assume un atteggiamento europeista. Se Trump viene additato come uno dei principali responsabili dei rincari della benzina, è facile intuire che non va “cantata festa” sotto il suo palazzo. In parallelo, il centrosinistra è stato galvanizzato dal risultato: fanno bene, Elly Schlein e Giuseppe Conte ad annunciare le primarie, perché questo va visto come un punto di partenza, non di arrivo. Il voto referendario non si converte automaticamente in consenso partitico. Votare No è facile, ha una forza sintetica e binaria. Tradurlo in adesione a una coalizione è un’altra questione.
Il Veneto, però, ha votato Sì, come va letto questo dato?
Il Veneto è da tempo governato dalla Lega. Inoltre, nelle città più urbanizzate si è fatto sentire il No, è la tipica frattura città - provincia. Nei grandi centri urbani, c’è una maggiore presenza di popolazione laureata, con professioni dal percorso lavorativo lungo e un tessuto sociale che, spesso, ha maggiore presenza di stranieri. Questo, storicamente, porta alcune città ad essere più progressiste.
Il voto si tradurrà in uno scossone interno alla maggioranza? E in Veneto?
Potrebbe esserci. In questo momento, il simbolo del Governo è Giorgia Meloni e i suoi ministri più vicini. La Lega potrebbe rialzare la testa, e anche in Veneto potrebbe farsi sentire di più. Del resto, qui già le recenti elezioni regionali avevano mostrato una Lega più baldanzosa del previsto.
Sembra che i giovani abbiano avuto un ruolo determinante, nel voto.
I giovani hanno votato “no” intorno al 60 per cento. È una dinamica coerente con quella che definiamo politica on demand: partecipazione alta su singole questioni, senza adesione partitica stabile. In questa occasione, i giovani e giovanissimi hanno visto che il loro voto contava, c’è stata una mobilitazione seria con cui hanno dato un segnale politico. Il Sì ha prevalso in una sola fascia d’età (50-64 anni). In questo caso ipotizzo che la fascia dei cinquantenni, “attiva” dal punto di vista lavorativo, abbia preferito un’idea di stabilità.



