martedì, 15 settembre 2026
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Liste d'attesa eterne per il 70% dei veneti

La ricerca dei sindacati: è a rischio il diritto alla cura di chi non può permettersi di pagare. La Regione Veneto ha annunciato un ulteriore stanziamento di fondi per affrontare il problema

“le liste d’attesa per visite ed esami rappresentano una delle più rilevanti criticità del sistema sanitario regionale, aggravata dai ritardi accumulati a causa della pandemia”. Con queste parole esordiscono Elena Di Gregorio (Spi Cgil), Tina Cupani (Fnp Cisl) e Debora Rocco (Uilp), commentando la ricerca presentata lo scorso 28 giugno, dai tre sindacati, sulla situazione delle liste d’attesa in Veneto. “La cosa più allarmante - la denuncia -è che alcuni, per i tempi e per i costi, rinunciano direttamente alla prestazione sanitaria, con conseguenze che possono essere a volte letali”.

Secondo l’indagine, che ha coinvolto 3.296 cittadini veneti (3.047 le esperienze di prenotazione effettivamente raccolte), intervistati tra il 24 marzo e il 2 maggio, prenotare una visita medica specialistica o un esame diagnostico nelle varie aziende sanitarie del Veneto è diventata un’impresa: il 70% di chi, negli ultimi sei mesi, ha contattato il proprio Cup (Centro unico prenotazioni), non è riuscito a fissare subito l’appuntamento. Fra questi, la stragrande maggioranza (il 77%) ha una prescrizione non urgente, a 30 giorni, ma non mancano persone che hanno fallito la prenotazione per visite più urgenti (il 65% di chi aveva un’impegnativa entro le 24 ore e il 68% di chi aveva un’impegnativa urgente, entro 10 giorni, non è riuscito a prenotare). Circa 3 su 4 hanno ricevuto la rassicurazione che sarebbero stati inseriti in lista d’attesa e ricontatti in un successivo momento. In realtà, oltre metà di loro sta ancora attendendo una comunicazione a riguardo (il 57% degli intervistati inseriti in lista d’attesa non erano ancora stati richiamati al momento del sondaggio). Tuttavia, solo il 18% degli utenti che hanno subito tale disservizio ha presentato reclamo, pensando presumibilmente che non sarebbe servito a nulla. Il campione è composto per il 52% da uomini e per il 48% da donne. Circa il 68% dei partecipanti ha più di 65 anni.

La maglia nera delle aziende sanitarie del Veneto va al’Ulss 4 Veneto orientale, con l’81% degli utenti messi in lista d’attesa. Seguono Ulss Berica (78%) e Pedemontana (76%). Ulss 3 Serenissima e 6 Euganea si attestano al 71%; 70% di persone messe in lista d’attesa per l’Ulss 2 Marca trevigiana. La classifica potrebbe essere un minimo falsata dal fatto che le province di Verona, Venezia e Padova sono leggermente sotto-rappresentate nel campione, rispetto all’intera popolazione veneta, mentre la provincia di Rovigo è sovra-rappresentata nel questionario, rispetto alla popolazione della provincia.

Le prestazioni più frequentemente richieste riguardano la diagnostica per immagini (radiografie, risonanze, tac; 33%), visite oculistiche (13%), cardiologiche (11%), urologiche e ortopediche/traumatologiche (entrambe 6%).
E’ chiaro, dunque, che una fetta rilevante di cittadini veneti si ritrova a lottare ogni giorno con un meccanismo rallentato anche dalla pandemia e incapace di riprendersi. E così i soggetti che non riescono a prenotare devono trovare altre soluzioni. Il 41% ha deciso di effettuare la prestazione a pagamento in una struttura pubblica (14%) o privata (27%). Tra il restante 59% di persone non ricontattate una volta inserite in lista d’attesa, si teme, purtroppo, che molti abbiano rinunciato alla prestazione.
Anche tra chi è riuscito a prenotare subito, tuttavia, i tempi d’attesa non sono stati sempre brevi: per due terzi le visite prenotate sono state programmate e/o effettuate entro 3 mesi. Tra il restante terzo, si osserva un 5% per il quale è trascorso più di un anno tra la prenotazione e la visita. Le prestazioni prenotate vengono effettuate per la maggior parte nelle strutture pubbliche, ma un 24% è dirottato verso strutture private convenzionate.

“Prendiamo atto - concludono le sindacaliste - che la Regione ha ammesso che il problema c’è ed è molto complesso. Come prendiamo atto che la Regione ci dice che sono oggi a buon punto con lo smaltimento delle prestazioni più urgenti, fino a 10 giorni, mentre da settembre parte il piano di recupero delle altre. Ma la nostra indagine dimostra che si deve fare di più. La mancanza di personale è uno dei fattori principali: la Regione deve attivare ulteriori interventi strutturali, a partire dall’indispensabile assunzione di personale sanitario. E’ necessario informare i cittadini sui loro diritti, a partire dai «percorsi di tutela» che, almeno sulla carta, esistono. In caso di superamento del tempo massimo di attesa, il cittadino avrebbe la possibilità di richiedere l’erogazione della prestazione nell’ambito di attività libero-professionale intramuraria, pagando solo il ticket”. Il 4 luglio, l’assessora regionale al Sociale Manuela Lanzarin ha annunciato lo stanziamento di 29 milioni di euro, in due fasi successive, per affrontare il problema.

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