Dei tanti messaggi di congratulazioni che mi sono arrivati in questi giorni, porto nel cuore, in particolare,...
Appiani: la storia del “ladro” d’acqua
Pochi giorni fa ho incontrato personalmente, del tutto casualmente, il “ladro di acqua” di cui si è parlato al telegiornale: appena mi ha vista mi ha mostrato incredulo il servizio su YouTube, ripetendomi che lui aveva chiesto a una signora lì presente il permesso di prendere dell’acqua dalla fontana del condominio, permesso accordato (a quanto sembra) dalla signora. Non è bastato spiegargli che essendoci più condomini evidentemente non erano tutti dello stesso avviso: non c’era pace per quello sguardo mortificato. Due sere prima sempre lui, sorridente, da quel telefono mi aveva mostrato le foto del figlio di un anno e mezzo, che cresceva in Afghanistan a oltre 4mila chilometri di distanza da lui. Quando invece sul cellulare appare il famoso video della doccia nella fontana scuote la testa: “Non lo farei mai”, dice.
Ha un nome che non capisco, me lo mostra sul tesserino della Caritas e qui lo chiamerò I. Non riesco a raccogliere da I. la sua storia, ma solo piccoli sprazzi di storie, un po’ come da tutti gli altri. Un altro afghano, che chiamerò S., tra quelli appena arrivati dal Belgio mi racconta che ha attraversato 14 paesi (per lunghi tratti a piedi, incrociando spesso forze dell’ordine non proprio “leggere”) prima di arrivare lì, dove ha vissuto 5 anni prima di essere “cacciato fuori”. “E voi?”, ho chiesto agli altri quattro ragazzi. “Più o meno gli stessi Paesi, più o meno la stessa storia”, è stata la risposta. Di A. so che era un poliziotto in Afghanistan e che è dovuto scappare all’arrivo dei talebani (da quanto capisco) per motivi etnici; ha 23 anni, è sposato, sua moglie vive con la sua famiglia, sostanzialmente chiusa in casa. M. viene dal Pakistan e ha iniziato “il gioco” a 13 anni, completandolo dopo cinque; adesso ha 19 anni e dorme sopra una grata in un parcheggio mentre sente i suoi fratelli in Pakistan tramite Instagram. “Purtroppo non c’è quasi mai il tempo di parlare uno ad uno con la dovuta attenzione, mentre per aprirsi ci vuole tempo” mi racconta Lorenzo, un giovane volontario. “La maggior parte non raccontano volentieri, non indugiano nei dettagli del viaggio, né in quelli delle situazioni che si sono lasciati alle spalle. E forse, in un certo senso, è meglio così. Una volta un ragazzo afghano mi ha mostrato un video di una persona decapitata per strada dai talebani: per noi non è proprio così facile da digerire”.
Ulteriori approfondimenti su La vita del popolo del 13 settembre 2026



