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Ferrara si racconta: “Nel mio cuore gratitudine e bellezza”
Adicembre compirà cent’anni. Ogni domenica suona l’organo a San Nicolò e al termine, dopo la messa, scende le anguste scalette e si siede in fondo alla chiesa osservando la grande navata che ancora lo affascina per armonia e grandezza.
Gianfranco Ferrara è il più anziano organista in attività al mondo. Lo scorso giugno ha ricevuto la prestigiosa onorificenza civica, il “sigillo” della città di Treviso, per essere stato maestro e musicista di grande sapienza, profonda cultura e appassionato impegno, specie verso le giovani generazioni.
Lo incontro al bar di piazza Martiri Belfiore, a pochi passi da dove vive e dove ogni mattina presto lo si può trovare mentre prende il caffè e legge i quotidiani.
“Amo Treviso, dove vivo praticamente da tutta la vita”: il Sile e il Cagnan, le rinomate pasticcerie, i passeggi, l’istituto musicale Manzato, il collegio Pio X, il Comune. Professore, organista, studioso, critico musicale, amico dei grandi interpreti del panorama musicale: una presenza discreta e costante, fatta di grande cura pedagogica e cultura.
Sulla sua storia si sono accesi i riflettori lo scorso febbraio, quando Andrea Marcon, anch’egli organista e direttore d’orchestra trevigiano, tra i massimi interpreti europei di musica antica, vedendolo una mattina suonare, durante la messa, l’organo Callido del 1778 al Tempio di San Nicolò, ha pubblicato un video sui social: alcune immagini, un racconto essenziale, e migliaia di visualizzazioni. Sono usciti in seguito degli articoli sui quotidiani e l’attenzione del Comune ha fatto il resto.
Della biografia di Gianfranco Ferrara, in fondo, si trovano diverse tracce online.
Ma nulla che riesca a restituire il fascino di una conversazione con quest’uomo minuto, colto e, anzi, saggio. Che cita a memoria i grandi della storia, della letteratura, della filosofia, studia senza sosta e suona Bach con intensità e maestria non comuni.
Decido allora di chiedergli solo una cosa: quali pensieri lo accompagnano oggi, dopo quasi un secolo di vita e tanta, tanta storia vissuta: la Seconda guerra mondiale e il bombardamento di Treviso, gli anni della rinascita, degli studi universitari nella fervente Padova, il Sessantotto, le vicende più vicine nel tempo.
La domanda all’inizio mi pare rimanere sospesa, capirò la risposta probabilmente solo alla fine. Ferrara comincia a raccontare.
“All’università – dice, - tra gli esami obbligatori ne ho scelti due che mi interessavano davvero: estetica con il professor Luigi Stefanini e storia della filosofia che proponeva il corso monografico sull’esistenzialismo tedesco, approfondendo i grandi Heiddeger e Jaspers. Erano i tempi in cui leggevo Benedetto Croce, un volume mi era stato regalato anche da Angelo Ephrikian” (violinista, direttore d’orchestra, musicologo trevigiano, uno dei protagonisti della riscoperta di Antonio Vivaldi nel secondo dopoguerra, ndr).
In quegli studi e frequentazioni Ferrara capisce una cosa fondamentale: “Un’opera d’arte, di qualsiasi forma espressiva sia, va compresa e valutata a partire da ciò che è, non dal valore aggiunto che le si può cucire sopra”.
Ripensandoci, è una chiave di lettura della sua vita: non semplificare, non ridurre, non cercare scorciatoie.
Guardare le cose per quello che sono, nella loro intrinseca natura, senza voler contenere, anzi trattenere, la complessità.
Professore con rigore e curiosità
La musica entra nella sua vita prestissimo. A tre anni il padre lo porta all’opera. A otto lo mette a studiare teoria e solfeggio, quando la realtà musicale è ancora quella del melodramma. Cresce in un’epoca in cui si impara con esercizio, ascolto, disciplina. Poi arriva J. S. Bach, e tutto si orienta lì: “Non c’è bisogno di altro”, dice. Da quel momento, la sua formazione – e poi il suo insegnamento – si muovono attorno a quella “patria spirituale” che non ha mai abbandonato.
Studia pianoforte e organo al Conservatorio di Venezia, si laurea in lettere classiche a Padova. Due mondi che si intrecciano: la musica e il latino, l’armonia e la grammatica, la liturgia e la consecutio temporum. “La grammatica è ordine del pensiero - riflette - prima ancora che regola della lingua”.
Diventa insegnante di Liceo. Una casa discografica di Milano lo chiama, ma lui rifiuta: preferisce la scuola.
Più avanti gli propongono di diventare preside in un istituto superiore della provincia, ma non accetta.
“Mi piaceva stare in aula, la classe è il tempo della cultura”, spiega. I classici, gli studenti, le lezioni che cominciano puntuali, il rispetto delle regole e dei contesti, come una delle espressioni esteriori della nobiltà dell’animo.
“In chiesa con i santi e in taverna con i fanti”, dice sorridendo.
I suoi studenti, del resto, lo ricordano così: puntuale, in bicicletta per ragioni ecologiche, attento, rigoroso, ma anche capace di ridere con loro, di alleggerire un momento, di trovare la battuta giusta.
La musica e la “sacralità” dell’organo
E mentre al mattino insegna a scuola, al pomeriggio si immerge nella musica.
Ancora negli anni Cinquanta Ferrara entra in contatto con un gruppo di studiosi che stanno riportando alla luce l’opera di Antonio Vivaldi. Accanto a Ephrikian ci sono: Antonio Fanna, musicologo trevigiano, autore del catalogo tematico delle opere strumentali di Antonio Vivaldi e Gian Francesco Malipiero, compositore veneziano, figura centrale nella riscoperta della musica antica italiana.
Ferrara lavora alla trascrizione di manoscritti originali, partecipa alle tournée europee, collabora con l’editore Ricordi come correttore di bozze musicali.
È un lavoro minuzioso, filologico, che richiede pazienza e precisione.
“Era un periodo di grande fermento - ricorda -. Si aveva la sensazione di riportare alla luce qualcosa che era rimasto nascosto troppo a lungo”.
Seguiranno, poi, la collaborazione con la casa editrice Ricordi che ne apprezzò talmente l’opera di copista da continuare a commissionargli la correzione di bozze di molte altre pubblicazioni musicali; l’impegno come ispettore onorario della Soprintendenza dei beni culturali nella vigilanza della conservazione degli organi antichi e la catalogazione degli organi storici della Marca trevigiana; la collaborazione con il quotidiano “Il Gazzettino” per recensire migliaia di concerti.
La grazia di Dio
“Ho avuto un grande dono da Dio”, dice più volte Ferrara, mentre racconta episodi della sua vita.
Si riferisce alla moglie, Marisa, presenza intelligente e vitale lungo tutto il loro matrimonio. Lui la riconosceva da distante, vedendone il passo elegante, prima ancora che sentendone la voce.
“Non ero un tipo facile - ammette -. Lei mi ha accolto”.
Una simpatia immediata che poi è diventata amore, devozione, cura reciproca: tre figli, nipoti, pronipoti.
Racconta spesso un significativo aneddoto: si fecero mandare un clavicordo, antico strumento musicale a tastiera e corde, dagli Stati Uniti, e la moglie con maestria lo assemblò. Tuttora rimane tra i ricordi più cari.
Quando parla di lei, Ferrara cita spesso un verso che gli è rimasto nel cuore: “Abbracci quella che vedere m’è tolto”. Sono parole che appartengono al sonetto 259 del Canzoniere di Francesco Petrarca che inizia con “Quanta invidia io ti porto, avara terra”.
Il poeta esprime una gelosia dolorosa verso la terra e il cielo che gli hanno sottratto Laura, e scrive appunto: “L’invidia che tu abbracci colei che non mi è più permesso vedere, e mi impedisci di respirare l’aria del suo bel volto, dove un tempo trovai pace per ogni mio affanno”.
Ferrara non lo recita per erudizione, ma per affetto: è il modo più semplice che ha trovato per dire quanto significhi quella presenza nella sua vita.
Come per tutti, anche nella sua vita ci sono stati dolori, lutti, malattie, tristezze. Ma ora “nel suo cuore – raccontano i figli – abita la gratitudine e la bellezza”.



