mercoledì, 01 aprile 2026
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Condanna ai giganti del web per i danni provocati ai minori

È di questi giorni la sentenza di un Tribunale americano che ha condannato le piattaforme Meta, proprietaria di Instagram, Facebook e WhatsApp, e Google, proprietaria di YouTube, a risarcire con parecchi milioni di dollari una ragazza, oggi ventenne, la quale è riuscita a provare i danni subiti dall’utilizzo di dette piattaforme. La giovane donna ha dimostrato come l’utilizzo precoce e intensivo di YouTube e Instagram (aveva iniziato a usarli a soli nove anni) l’avesse portata ad avere un rapporto compulsivo con i social, tanto da non riuscire a staccarsi da essi, addirittura controllandoli di notte.

Al termine dell’arringa difensiva, il legale della ragazza ha chiesto ai giurati “Quanto vale un’infanzia perduta?”, volendo con ciò porre l’attenzione sul fatto, dimostrato in giudizio, che i social network, e in particolare gli algoritmi dagli stessi utilizzati, avessero creato un tale stato di dipendenza da aver cagionato alla vittima stati depressivi, autolesionismo e dismorfismo (disturbo psichiatrico di natura ossessivo-compulsiva, caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e distorta per un difetto fisico inesistente o molto lieve), minando di fatto l’infanzia e l’adolescenza.

La ragazza ha prodotto documentazione medica, consulenze ingegneristiche e psicologiche a supporto della propria domanda di risarcimento del danno. Il verdetto, emesso all’unanimità dalla giuria, si è tradotto in una sentenza storica che non tarderà a spiegare i propri effetti anche nel resto del mondo. Il Tribunale ha deliberato che i social network hanno intenzionalmente creato dipendenza, soprattutto nei più giovani, per generare profitto, consapevoli dei danni che stavano provocando. In sostanza, Meta e Google non hanno fatto abbastanza per avvertire gli utenti degli effetti potenzialmente dannosi dei loro prodotti, pur avendo accesso a ricerche interne che indicavano rischi progressivi per la salute mentale di bambini e adolescenti. Tra le accuse figurano lo scroll infinito, il sistema di raccomandazioni (le recensioni) e i meccanismi di notifica continua indicati quali strumenti progettati per prolungare l’utilizzo anche da parte dei minorenni. Meta e Google, quindi, sono stati riconosciuti responsabili di negligenza nella progettazione delle loro piattaforme social. Mai nessuno, prima d’ora, era riuscito a dimostrare il nesso che lega i cosiddetti feed algoritmici (sistemi automatici che selezionano e ordinano i contenuti sui social media in base alle preferenze, interazioni e comportamenti dell’utente) ai danni, anche gravi, alla salute mentale soprattutto dei più fragili. Questo anche perché fino a oggi i colossi del web avevano sempre trovato degli accordi stragiudiziali con le vittime per evitare contenziosi che avrebbero potuto creare un precedente scomodo, proprio come lo è la sentenza in commento.

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