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XXXII Domenica del Tempo ordinario. Qual è l’olio che siamo chiamati a custodire, e prima ancora a produrre e a raccogliere?
Nella prospettiva di un contrasto sempre più forte fra Gesù e le autorità religiose di Gerusalemme si collocano anche i tre racconti parabolici proposti le ultime domeniche dell’anno liturgico.
Una festa di nozze. La parabola odierna fin da subito dichiara il contesto in cui si svolge la vicenda: si tratta della ritualità delle nozze, in cui dieci vergini «vanno incontro allo sposo» con lampade accese. Non sappiamo molto degli usi nuziali al tempo di Gesù: pare qui si tratti del punto culminante di una serie di passaggi rituali che avvenivano in momenti diversi. Le dieci giovani sembra si trovino nella casa dello sposo, in attesa che egli giunga insieme con la sposa. Vista la finale, è la collocazione più probabile, e la stessa dinamica sarebbe più verosimile: l’arrivo dello sposo (con la sposa) a notte fonda potrebbe essere causato dall’ultima simbolica contrattazione relativa alla dote da versare per la sposa. Se la donna presa in moglie era riconosciuta come persona “di gran valore”, allora le cose andavano per le lunghe. E questo rende meno “giustificabile” il comportamento delle «stolte», come a dire: se la sposa era donna di talento, allora avrebbero dovuto attenderselo un arrivo in piena notte. Ed essere di conseguenza «previdenti». Infatti, la questione non riguarda il “vegliare” nel senso di “rimanere desti”: tutte si appisolano fino a sprofondare nel sonno. Chi è stata avveduta, portandosi una pur “piccola” scorta d’olio, può però dormire tranquilla: quando il grido di gioia la desterà, sarà pronta ad andare incontro allo sposo. Ma perché non condividere l’olio con coloro che previdenti non erano state? Stando al racconto, il rischio è che quel poco d’olio, se diviso fra tutte, non basti a mantenere accese le lampade. E se così accadesse, e gli sposi non fossero accolti da giovani con le lampade accese, un elemento importante della ritualità nuziale non potrebbe compiersi. Forse analogo al trovarsi “senza testimoni” al momento decisivo in una nozze d’oggi? In ogni caso, la questione è “non essere pronte quando lo sposo arriva”, e rischiare così di trovarsi chiuse fuori dalle nozze, senza più alcuna possibilità di parteciparvi.
Nella nostra vita. E’ quindi questione che riguarda il tempo della vita, l’essere presenti a se stessi e a ciò a cui sono chiamato, per un compimento che è pienezza di vita e di gioia quanto una celebrazione di nozze. Posso lasciarmi deprimere da questo racconto, pensando che non sarò mai all’altezza, in un’ansia da prestazione che mi rovina la vita. Ma posso anche intuire, più in profondità, ciò che la parabola vuole annunciare: si tratta di un invito ad avere una parte importante in un avvenimento pieno di gioia, che comunque andrà a buon fine perché almeno metà delle giovani saranno pronte al momento dell’incontro con lo sposo. Grazie a un olio che forse non dobbiamo produrre noi, quanto saperlo conservare e custodire. In qualche modo è il bene, anche in forma di piccolo seme, che è già seminato dentro la nostra vita e di cui aver cura coltivandolo fino a portare frutto. E’ un olio che prima di tutto va “raccolto” dentro la vita quotidiana, in gesti piccoli e semplici, è il bene che non lascio cadere, sia mio, sia dell’altro, dell’altra... E’ un olio da “credere che c’è, anche se non lo vedo”, è un “tesoro” da riscoprire sempre, man mano che la vita procede, e la vocazione a cui sono chiamato / chiamata si trasforma e matura, e nessuno potrà sostituirmi in questo, con nessun olio preso a prestito.Perché sono io responsabile di come vivere il tempo che mi è dato: non è riempiendolo di faccende che potrò procurarmi l’olio della vita, quanto facendo attenzione a ciò che vale. E se in noi stessi, in noi stesse, son presenti sia la giovane stolta sia quella avveduta, siamo chiamati a saper accogliere la prima e ad attivare la seconda, in modo da giungere interi all’incontro con Colui che viene: se non sempre sono avveduta, neppure sarò sempre stolta.
E’ lui che bussa alla porta. Rendiamoci conto che siamo invitati a una festa di nozze con un compito importante: e la parabola ci viene narrata proprio perché possiamo essere pronti a parteciparvi. Non ci è chiesta un’attesa da vivere da soli e neppure un’attesa ossessivamente insonne, quanto il rinunciare a essere noi a decidere i tempi della salvezza di Dio (2Pt 3,9) e a prepararci con altri all’incontro di gioia nei piccoli gesti di bene del quotidiano, nei piccoli (e grandi) incontri accoglienti, nei semi di amore, di giustizia, di pace, da coltivare e condividere, questi sì, con i più fragili... La porta, alla fine, potrei essere io stesso, io stessa a chiuderla, chiudendo nella vita le porte ai miei fratelli alle mie sorelle, nei quali lui continua a bussare (Mt 25,31-46) e «se uno mi ascolta e mi apre, io entrerò, e cenerò con lui, e lui con me» (Ap 3,20). Già ora, già qui, allora, possiamo sperimentare la gioia dell’incontro con lo Sposo, fino alla pienezza dell’incontro di Pasqua, quando finalmente gli andremo incontro con le fiaccole tenute accese da quel po’ d’olio che avremo con gioia raccolto di passo in passo in tutta la vita.



