Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Da questa domenica la liturgia inizia ad accompagnarci verso il dono dello Spirito Santo. Il brano del Vangelo è uno dei discorsi di addio pronunciati da Gesù, il suo testamento spirituale. Sono le sue ultime ore con i discepoli e forse quando si capisce di non aver più molto tempo a disposizione, si va all’essenziale, a ciò che sta più a cuore.
L’evangelista Giovanni ci fa fare un percorso che tocca tre aspetti: 1) una condizione necessaria di partenza, 2) un dono capace di cambiare le nostre esistenze, 3) una promessa che fa da sfondo all’esperienza di Gesù.
1) Gesù pone una condizione iniziale: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti”.
L’amore sull’esempio di Gesù è una scelta di dedizione totale, non è un sentimento astratto, l’amore dà vita a un legame e a delle scelte. Tutto inizia con un se, una proposta. È un se che ha la capacità di cambiare la vita, perché osservare e amare significa giorno dopo giorno imparare a essere prolungamento dei sentimenti e delle azioni di Gesù, significa imparare a stare dalla sua parte nelle situazioni che ci raggiungono. Se facciamo memoria, i comandamenti vissuti da Gesù stesso sono: cercare la pecora perduta, stare con pubblicani e prostitute, stare dalla parte dei poveri, donare la vita, gioire per la gioia degli altri, guardare il valore delle piccole cose... È un modo di amare che Gesù ci propone e desidera diventi forma di vita concreta tra di noi.
2) Gesù ci offre un dono capace di farci vivere sempre alla sua presenza: “...egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”.
Prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù inizia un dialogo con i discepoli aprendoli al dono dello Spirito, del Paraclito (colui che è chiamato accanto ad aiutare, difendere). Difende i suoi discepoli dal senso di smarrimento, da un mondo che impedisce di guardare la realtà con gli occhi di Dio. Spirito che anche oggi sostiene i cristiani nel mondo, che agisce concretamente nelle pieghe della nostra giornata. Lo Spirito però non agisce da solo, ha bisogno della nostra accoglienza e presenza. Con la nostra disponibilità lo Spirito fa di noi uno spazio di vita anche per altri. Si apre così il tempo della Chiesa, della comunità.
3) Una promessa accompagna questo brano: “Non vi lascerò orfani”.
Ci sentiamo orfani quando pensiamo di dover affrontare tutto da soli, quando sentiamo di non aver radici in nessun luogo, quando non troviamo un senso. Forse è lo stesso senso di smarrimento che iniziavano a provare i discepoli. Ma Gesù dice chiaramente: “Non vi lascerò orfani”. La sua promessa tocca una paura profonda dell’uomo: l’abbandono, la solitudine. La possibilità della nuova presenza di Gesù nella nostra vita vince il sentirsi orfani con il dono della fratellanza e della fraternità. Figli di un unico Padre, inseriti in questo legame, custoditi dallo Spirito, non siamo soli!
Quando Gesù dice “il mondo non mi vedrà” sembra faccia riferimento alle chiusure del mondo alla presenza di Dio, lo Spirito qui fatica a passare. La speranza, però, è che possa raggiungere tutte quelle persone che, popolando le strade del mondo e sollecite al comandamento dell’amore, si fanno fratelli e sorelle. La speranza cristiana è questo: la certezza di non essere mai soli. La presenza di Gesù allora non viene meno grazie anche a tutte le persone che si lasciano abitare dallo Spirito. La rivediamo nei gesti di cura di chi ci sta attorno, nell’accoglienza delle situazioni quotidiane, anche se faticose, negli sguardi di comprensione e vicinanza, ... in tanti piccoli gesti e segni quotidiani che ci ricordano come Gesù è stato e continua a stare nel mondo. Oggi il mondo si sente orfano di pace, di speranza. La promessa di Gesù che ci dice “verrò da voi” acquista un significato concreto oggi nella vita di chi costruisce pace, di chi non chiude gli occhi di fronte ai drammi della vita. E l’amore si concretizza per alcuni nel coraggio di restare, nel chiamare per nome le ingiustizie, nel far prevalere i gesti di bene sul rumore del male e della sofferenza.