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XIV Domenica del Tempo ordinario. Ristoro per tutte le nostre stanchezze
In questo periodo estivo la liturgia ci offre un passo di Vangelo unico, che si trova solo in Matteo, in cui Gesù stesso ci parla di sé, del suo cuore, del legame che cerca con noi. Dopo aver lodato il Padre parlando direttamente con Lui, Gesù rivolge un invito, o meglio un appello, alle persone attorno a lui: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi” (v.28). Coloro che sono stanchi e oppressi sono direttamente chiamati in causa. Ma cosa possiamo intendere con “stanchezza” e “oppressione”? La stanchezza può essere fisica: un ritmo di vita sostenuto, continuamente di corsa, un tipo di lavoro fisicamente impegnativo, la fatica dovuta all’età o a una condizione di malattia... Ma la stanchezza può essere anche interiore: si è stanchi della vita perché ci sono troppe difficoltà o sofferenze, perché non si trova più il senso di ciò che si fa, oppure per la troppa incertezza e mancanza di speranza rispetto al domani. L’oppressione, invece, fa pensare più a un peso che schiaccia o soffoca la propria libertà, ad esempio quando viviamo relazioni ferite in famiglia, o situazioni di pressione e tensione con i colleghi di lavoro, o ingiustizie tra vicini, oppure pensiamo all’oppressione di tante persone relegate ai margini della società... insomma, si tratta di relazioni e situazioni che calpestano la nostra dignità e ledono la nostra libertà a vari livelli.
Non semplice riposo
Se ripercorriamo le nostre giornate, probabilmente possiamo tutti riconoscerci in almeno una di queste situazioni di stanchezza e oppressione. Capiamo, allora, che l’invito di Gesù è rivolto proprio a ciascuno di noi.
Gesù non solo ci chiama, ma ci fa anche una promessa: “Io vi darò ristoro” (v.28). Egli ci promette di darci nuovo vigore, un ristoro profondo, perché è un “ristoro per la vostra vita” (v.29), è una condizione di pace e di speranza che va al di là di un semplice momento di riposo.
Questa promessa sembra però condizionata: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (v.29). Sembra che per ottenere questo ristoro, sia necessario da parte nostra assumere la promessa, prendere appunto il giogo. Questo ci può disturbare un po’. Infatti, anche se oggigiorno non vediamo più in giro dei gioghi veri e propri e magari l’oggetto ci è sconosciuto, il simbolo lo possiamo ancora intuire bene: mettersi un giogo è attaccarci a qualcun altro che ci detta il ritmo da seguire. E questo, un po’ ci disturba: perché dobbiamo attaccarci a un altro, dipendere dal suo ritmo? Dov’è la nostra libertà?
I gioghi che ci imponiamo
Eppure l’immagine del giogo ci chiede di guardarci dentro e fare un atto di onestà con noi stessi: Gesù è forse l’unico a proporre il suo giogo? Se guardiamo a come viviamo le nostre giornate, c’è forse qualcosa che ci lega, a cui magari noi stessi ci siamo legati? Se guardiamo alle nostre relazioni, ci lasciamo forse influenzare o addirittura determinare da altri? Magari possiamo scoprire che siamo noi stessi a imporci da soli un giogo, come quello del consenso altrui, della visibilità, del denaro o del successo, dell’affermazione di sé, della paura dell’altro, del rancore.
Un peso “leggero”
Qual è invece il giogo che Gesù ci propone, e mai ci impone? È paradossale: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (v.30). Ecco il giogo di Gesù ed è possibile che sia così perché è il giogo di uno mite e umile di cuore, che ci chiede di imparare da lui. Allora portare il suo giogo significa cercare di imitarlo, di avere un cuore come il Suo, di praticare la mitezza e l’umiltà nelle nostre relazioni. Se ci pensiamo bene, la mitezza rende il giogo dolce perché significa vivere la pazienza verso se stessi e verso gli altri. Questa pazienza nasce dall’abbandono al Signore e dalla preghiera, quando si sceglie di lasciare sempre uno spazio tra sé e gli altri, che non è fredda distanza, ma uno spazio in cui Dio può entrare nei nostri cuori e trasformare le nostre relazioni. Certo, ci vuole allenamento, è un cammino di docilità del cuore verso Dio e verso gli altri. Ma è questo cammino che converte i legami, liberandoli dalle pretese sugli altri, dalle paure per la propria persona, e rende il giogo, cioè il camminare insieme, dolce.
L’umiltà, infine, rende il peso leggero, perché significa sapersi piccoli e incapaci di portare il peso della vita da soli, perciò accettiamo di portarlo con il Signore. Significa riconoscersi discepoli e non maestri e lasciare al vero Maestro il primato. È Dio che opera l’impossibile, noi facciamo il poco che possiamo, ma con tutto il cuore. L’umiltà è anche verso gli altri, riconoscere che non sappiamo tutto e che anche l’altro ha qualcosa da darci o da insegnarci. Siamo tutti strumenti piccolissimi e fragili, ma scelti e amati dal Padre.
Questo tempo estivo ci dia l’occasione di interrogarci sui gioghi che portiamo e sul nostro legame con Gesù, legame che converte le nostre relazioni e addolcisce il nostro andare.
sorella Francesca Piovesan, Discepole del Vangelo - Marsiglia



