Quello italiano è stato un “cammino esemplare della nascita di una democrazia”. Lo ha spiegato, recentemente,...
Mogging: se il confronto diventa una sentenza
Il mogging, termine derivato dal verbo inglese to mog che, in gergo, significa surclassare, sovrastare qualcuno anche dal punto di vista fisico, descrive la spinta a sentirsi non solo «come» gli altri, ma «meglio» degli altri: più attraenti, più performanti, più forti. Nato online tra Gen Z (i nati tra il ‘97 e il 2012) e Gen Alpha (i nati dal 2013), ha ormai contagiato anche adulti e ambito lavorativo. A dir la verità niente di nuovo: rilancia il confronto sociale descritto da Festinger nel 1954, meccanismo che prevede il confronto con gli altri come mezzo per conoscere se stessi. Il problema nasce quando il confronto diventa un verdetto sul proprio valore personale, non solo una misura. Dati alla mano, il perfezionismo è in crescita lineare dagli anni ‘80, legato a una cultura competitiva e individualista. I social e gli algoritmi alzano continuamente gli standard. Per i ragazzi anche il corpo diventa campo di battaglia ed ecco, allora, la comparsa di allenamento compulsivo, alimentazione disordinata e il collegamento con il fenomeno del looksmaxxing, ovvero l’ossessione estetica alimentata da modelli irreali. Tutto questo entra nelle varie dimensioni della vita, ogni situazione sembra rivelarsi un referendum sull’identità. Conseguenze: stress, burnout, ostilità verso chi non si allinea agli standard. Più che dare ricette serve richiamare un antidoto: la compassione come ammortizzatore contro il confronto continuo; spostare il paragone da sociale a temporale (non “rispetto agli altri”, ma “a me stesso ieri”); ancorare l’identità ai valori, non alle prestazioni o alle metriche. La domanda chiave è «Che persona voglio diventare?», non «In che posizione sono in classifica?» perché la dignità della persona non dipende dalla performance, ma è data, non conquistata. Concetti semplici che dovrebbero portarci a guardare con una certa pena chi non li ha compresi. Altro che vergogna. E magari questo diventerà il prossimo trend.



