Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
Il fallimento sembra essere la narrazione dominante del nostro tempo, manifestandosi non solo nelle vite individuali, ma anche in contesti collettivi di vasta portata. Si pensi all’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, o al vuoto dei tavoli diplomatici internazionali, di fronte a guerre che continuano a mietere vittime. Ancora più preoccupanti sono gli episodi che scuotono il mondo educativo: il tredicenne che accoltella un’insegnante, l’adolescente che pianifica violenza a scuola. Di fronte a ciò la parola “fallimento” non può essere ignorata. La fiducia nelle istituzioni e, soprattutto, nella capacità degli adulti di guidare le nuove generazioni, appare incrinata, ed è qui che si colloca una sfida cruciale. Nel tempo di Pasqua, la tradizione cristiana offre una prospettiva diversa: non elude il fallimento, ma lo attraversa. La Croce, fallimento agli occhi del mondo, si trasforma nel luogo di una speranza più profonda. Non si tratta di negare la crisi o di spiritualizzarla ingenuamente, ma di comprendere che ogni caduta può diventare un nuovo inizio, a patto che ci sia qualcuno accanto che continui a credere nella possibilità di riscatto di chi è caduto. Con un gruppo di giovani legati alla pastorale salesiana abbiamo partecipato alla Messa al nuovo Istituto penitenziario minorile di Rovigo, la domenica di Pasqua, e abbiamo avuto modo di constatarlo: il bene attrae e accende nuovi sogni di vita. Il vero pericolo, oggi, non è tanto l’errore o il fallimento in sé delle persone e dei giovani, quanto la rinuncia al compito educativo, al testimoniare la bellezza della vita. Quando gli adulti si ritirano, limitandosi a osservare o giudicare, è allora che il fallimento si consolida in sistema. Educare, allora, è un atto di ostinata fiducia: significa rimanere nelle ferite del tempo senza cedere al cinismo. La ripartenza, forse, non avviene attraverso il successo immediato, ma attraverso la fedeltà quotidiana. Non dai risultati eclatanti, ma dalla paziente opera di chi semina, anche in un tempo in cui, apparentemente, tutto sembra fallire.