giovedì, 02 luglio 2026
Meteo - Tutiempo.net

Assisi: dimensione mistica e realismo

Il giornalista e scrittore Gian Domenico Mazzocato ha percorso i luoghi francescani, sulla scia dei grandi artisti che, nel corso dei secoli, hanno raccontato per immagini il santo di Assisi e del suo biografo Bonaventura da Bagnoregio, “incontrato” nella magica Civita.

Il primo approdo è alla Porziuncola, dove tutto ebbe inizio, all’interno di Santa Maria degli Angeli, davanti al Subasio. Scrigno d’arte: Perugino, i Pomarancio (gli artisti provenienti dalla pisana Pomarance), l’Ingegno (Andrea d’Aloigi), Cesare Sermei.

Soprattutto monumento della spiritualità francescana: la Porziuncola, la cappella del Transito e la cappella delle Rose sul luogo dove era il giaciglio di Francesco.

Nella Porziuncola, dopo una notte passata nella sofferenza, Francesco chiese libertà interiore e perdono. È la narrazione della pala di Ilario da Viterbo (1393). Con una annunciazione di struggente spiritualità. Tra l’angelo e Maria, tre gigli ricordano la verginità prima, durante e dopo il parto, tema caro alla mariologia francescana.

Il luogo che Francesco ha amato di più. Dio vi si manifestò al giovane turbolento. Rivelazione e radicale scelta evangelica.

Vicino alla Porziuncola, la cappella del Transito. Nella notte fra il 3 e il 4 ottobre1226, cieco e sanguinante, si fece posare sulla nuda terra. Chiamò i confratelli, invocò nel canto “sora nostra morte corporale” e spirò.

Poi Assisi. Nella chiesa inferiore splende Simone Martini (cappella di san Martino) e si ammira la Solet annuere, la bolla con cui Onorio III approvò la Regola francescana. Ancora più sotto, nella cripta, dorme Francesco. Nel cuore profondo della terra, come voleva lui.

Basilica superiore. Quante volte sono stato qui? Ho tradotto la Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, la biografia che ispirò il ciclo giottesco. E guardo con occhi nuovi. La forza narrativa di Giotto e la voce di Bonaventura che è colonna sonora.

28 affreschi. Si comincia con il cosiddetto omaggio dell’uomo semplice, un cittadino di Assisi che vede in Francesco la grandezza futura. E gli stende il mantello sotto i piedi.

Giotto mescola dimensione mistica e realismo. Innocenzo III sogna il poverello che sostiene la Chiesa in procinto di crollare. Episodio famoso. Taddeo Gaddi dipinge (1335 ca) una formella (quasi) identica. Ma, a scuotere Innocenzo dormiente, interviene san Pietro.

Francesco, uomo di pace. Ecco l’incontro col sultano d’Egitto Al-Malik Al-Kamil. Damietta, 1219, quinta crociata. L’atteggiamento sereno del frate conquista il sultano. L’intransigente Francesco apre l’anima a una cultura diversa.

Esperienza che si lega all’“invenzione” del presepio. Greccio, 1223. Dopo l’orrore delle guerre di religione e del sangue versato in nome di Dio, ogni luogo può essere Betlemme. Gesù può nascere ovunque.

Straordinario Giotto. Francesco è vivo e parla.

Torno nella basilica inferiore. Attratto dal documento che ha impresso una svolta alla storia, la Solet annuere. Cappella delle Reliquie, l’antica sala capitolare. Il sigillo papale, la scrittura spigolosa e fitta. Onorio impartisce la benedizione. E poi la formula di approvazione.

La Regola è costata sofferenza. È la terza stesura. Non possediamo la prima. La seconda è quella che Innocenzo III, predecessore di Onorio, ha approvato solo a voce. Francesco ha dovuto smussare, attenuare il rigore. Travaglio duro.

Basilica di santa Chiara, al capo opposto di Assisi.

Nella cripta le spoglie mortali della dolce amica di Francesco e, in una cappella, il crocifisso di san Damiano, la prima chiesa restaurata dal santo e prima sede delle clarisse. Che portarono qui il crocifisso quando, nel 1257, si trasferirono in Assisi.

Il crocifisso che parlò a Francesco. C’era una chiesa da ricostruire. E Francesco intese che si trattava dei muri diroccati fra cui si trovava, san Damiano appunto. Poi capì che Cristo gli parlava di pietre vive.

L’eremo di san Damiano, fuori Assisi. Un viale in leggera salita, fra cipressi e cespugli di ginestra e odoroso alloro. La facciata austera, il rosone. E silenzio. Un luogo dello spirito. Qui, secondo la tradizione, nel 1225, Francesco compose il Cantico delle creature.

Qualche chilometro più in basso, Rivotorto, alle pendici del Subasio.

Pietro di Bernardone, padre di Francesco, vi possedeva dei terreni. Francesco dimorò a lungo nel “tugurio”. Poche pietre, tetto di frasche, ora all’interno del santuario del XV secolo. Una statua ritrae Francesco con gli uccelli (Harry Marinsky, 1986). Ha forse ispirato il bronzo fuori della chiesa di san Francesco in Treviso.

A Montefalco ci porta la fama di Benozzo Gozzoli, forse discepolo del Beato Angelico. L’altro grande narratore per immagini di Francesco. Quando, nel 1450, arriva a Montefalco, è giovanissimo, appena trent’anni. Lo precedono fama e prestigio.

Il priore Jacopo Mactioli, gli affida un compito “impossibile”: raccontare Francesco non sulle ampie pareti della basilica di Assisi, ma sulle curvature di un’abside non grande e nemmeno troppo profonda, per di più divisa da una grande finestra. Ed è la prima volta che l’artista ha la responsabilità di un cantiere pittorico.

Benozzo accetta e nasce il capolavoro.

Ritmo narrativo serrato, 19 episodi in 12 riquadri. Con qualche strizzata d’occhio. Nel presepio di Greccio, il bue, da dietro, tira il saio di Francesco, quasi a ricordargli l’armonia che esiste fra le creature, la forza potente che lega tutto.

In basso a sinistra, la nascita di Francesco, il nuovo Gesù tornato a salvare il mondo.

È un presepio, come ci dice l’affacciarsi di bue e asino. Sulla destra una sorta di annunciazione: un angelo (forse lo stesso Gesù) anticipa alla mamma il futuro. E il pio uomo d’Assisi stende il mantello davanti a Francesco. L’episodio da cui parte Giotto. Un evento precede la nascita, uno ci proietta nell’adolescenza del santo.

Benozzo, un gigante. Quando Francesco si spoglia dei vestiti, il vescovo lo abbraccia commosso. Là dove Giotto aveva preferito rappresentare il prelato preoccupato delle reazioni dei presenti.

L’ex chiesa di San Francesco (1335-1338) propone anche una splendida natività di Pietro Vannucci, il Perugino. Vi si accede attraverso la pinacoteca ricca di dipinti di scuola umbra e forlivese. Uno struggente crocifisso (anonimo spoletino, 1280 ca) ci ricorda che nessuno narra il mistero del sacrificio come i pittori del Duecento.

Infine Civita, la patria di Bonaventura, il biografo.

Bellezza assoluta. Ha ispirato il giapponese Hayao Miyazaki per un film d’animazione, Laputa, Castello nel cielo (1986).

Bonaventura da qui spiccò il volo. Studiò e insegnò alla Sorbona di Parigi. È suo il testo più significativo dell’ascetica medievale, l’Itinerarium mentis in Deum. Lo ricorda, all’ingresso del borgo, una lapide.

Civita fu fondata dagli Etruschi 2700 anni fa. Solo una decina di abitanti, tanti ristorantini e bar. Set di molti film come La strada felliniana (Oscar 1957) o I due colonnelli con Totò e Nino Taranto (Steno, 1962). E il Pinocchio (2009) di Alberto Sironi. La casa/antro in cui Bob Hoskins ha interpretato il collodiano mastro Geppetto, è un museo della civiltà rurale.

Civita è un’emozione. Misteriosa, enigmatica, coinvolgente. Come il “suo” Bonaventura, divino filosofo e divino scrittore.

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
07/05/2026

Scuola e violenza

Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...

16/04/2026

Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.

Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...

TREVISO
il territorio