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Reportage: dove dormono Agostino e Severino

La splendida chiesa di san Pietro in cielo d’oro a Pavia ospita preziosi capolavori e illustri tombe

Dicembre 1365. Francesco Petrarca è a Pavia e se ne innamora. Ne magnifica il fascino e la bellezza. La città sul Ticino vive il suo massimo splendore. Da pochi anni l’hanno conquistata i Visconti che hanno dato un segnale alto, fondandovi lo Studium Generale, cioè l’università. Un privilegio che a Milano non sarà concesso. Il 14 dicembre Petrarca scrive una lettera all’amico Giovanni Boccaccio. Lo invita a visitare la città gioiello. Gli parla di una chiesa dove dormono “sotto uno stesso tetto” Agostino d’Ippona e Severino Boezio. Con loro anche Liutprando, il longobardo re d’Italia che aveva trasferito da Cagliari a Pavia le reliquie di Agostino. Come sarebbe bello, sussurra, riposare in eterno accanto a loro. E lo invita a raggiungerlo. Tuttavia Boccaccio ha altro da fare e lo delude.

Ma in quella chiesa Boccaccio ambienterà la penultima novella del suo capolavoro (e fondamento di tutta la narrativa occidentale), il “Decameron”. La vicenda di Torello, un nobile “di Strá da Pavia”, dedito al bel vivere e alla caccia col falcone, generoso nel concedere ospitalità e amicizia. Avvolgente come un romanzo. Partecipa a una crociata e viene catturato. Al disagio della prigionia si aggiunge la paura che Adalieta, amatissima moglie, lo creda morto e si risposi. Un colpo di scena dietro l’altro. Alla fine grazie all’incantamento di un “nigromante”, si addormenta a Babilonia e si risveglia in un letto che si materializza sotto le navate di una chiesa di Pavia. Al mattino il sacrestano apre i portali, non crede ai propri occhi e avvisa l’abate a sua volta attonito e basito. Poi ancora sorprese e immancabile lieto fine.

È la basilica di san Pietro in cielo d’oro, così chiamata per i mosaici in foglia d’oro che decorano il soffitto dell’abside. Attestata fin dal 604, fu per secoli chiesa cattedrale, tempio splendido e frequentatissimo, panteon di grandi personalità. Le razzie napoleoniche la fecero cadere in abbandono e rovina fino al 1870, anno in cui iniziarono i lavori di recupero e restauro.

Oggi è uno degli edifici sacri più maestosi e frequentati della città, assieme al duomo e allo splendente romanico della basilica di san Michele. È sede dell’Ordine di Sant’Agostino, nato giuridicamente nel mese di marzo del 1244, quando papa Innocenzo IV unificò alcuni gruppi di eremiti in un nuovo ordine mendicante a servizio della Chiesa.

Quando, nel suo viaggio ultraterreno Dante sale nel quarto cielo, dove incontra gli spiriti sapienti, vede l’“anima santa” di Severino Boezio e dice: Lo corpo ond’ella fu cacciata giace / giuso in Cieldauro; ed essa da martiro / e da essilio venne a questa pace.
Luogo sacro amato e citato. Il visitatore moderno è attratto subito dall’altar maggiore. È il monumento funebre di sant’Agostino e ne racchiude la tomba che si intravede oltre una grata. Una cassetta in argento costruita dagli abilissimi orafi longobardi per la traslazione, voluta da re Liutprando, delle spoglie mortali del santo, nel 724. Il monumento funebre è in marmo di Carrara, straordinario capolavoro della scultura gotica. Vi lavorarono per 40 anni, tra 1360 e 1400, prima Matteo e Bonino da Campione (due dei cosiddetti Maestri campionesi, attivi nel Nord Italia fra XII e XIV secolo) e poi (pare) Giovanni di Balduccio da Pisa con la sua scuola, qui chiamato da Azzone Visconti attorno al 1334.

L’impianto generale e l’equilibrio dell’esecuzione lasciano stupefatti. Oltre 90 figure, distribuite su tre piani, per un’altezza di quattro metri. Si starebbe ore a guardare, scoprendo sempre nuovi particolari.

S. Severino Boezio si festeggia il 23 ottobre. Sant’Agostino il 28 agosto. È patrono di teologi e stampatori

Gli apostoli e le virtù. Soprattutto episodi della vita di Agostino. La morte, secondo il racconto che ne fa Possidio, suo amico e testimone degli ultimi istanti. (Possidio ci ha lasciato una preziosa “Vita di sant’Agostino”, reperibile in rete: www.augustinus.it/vita/possidio.htm).
E la conversione, nodo centrale dell’intera cultura cristiana. Ce la racconta lo stesso Agostino nell’ottavo capitolo della sue “Confessioni”. Simpliciano (il santo vescovo di Milano, successore di sant’Ambrogio) lo confessa sotto un albero di fico e insieme leggono la paolina lettera ai Romani. Soprattutto (13, 14): “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri”.

L’arca ha vissuto incredibili traversie. Nel periodo napoleonico fu smontata per essere venduta ma qualcuno riuscì a nasconderla nei sotterranei del duomo di Pavia. Nel 1900 fu riportata in san Pietro Ciel d’Oro e nel 2007 fu restituita al suo splendore da un minuzioso restauro.

La cripta conserva invece le reliquie di Anicio Manlio Severino Boezio, autore di quel “De consolatione philosophiae” che fu scritto in carcere, con addosso una sentenza di morte già pronunciata. È uno dei testi più alti della cultura latina e occidentale. Citato da Umberto Eco in “Il nome della Rosa”.

Severino fu uomo di immensa scienza, politico e filosofo. Fu altissimo dignitario alla corte di Teodorico, l’ostrogoto che regnò in Italia dal 493 al 526. Quando fu eletto papa Giovanni I, i rapporti però si incrinarono. Boezio (e lo stesso papa e la fazione che lo aveva eletto) fu sospettato di collusioni con l’imperatore latino d’Oriente. Boezio difese Albino, senatore che aveva scritto lettere a Costantinopoli, (cioè all’imperatore Giustino), in un processo celebrato a Verona e costruito su delazioni in malafede e false prove. Boezio ne fece le spese, a sua volta su accuse fraudolente. Agli inizi del 524 fu portato da Verona a Pavia e rinchiuso nelle segrete del battistero della cattedrale.

Boezio si appella a Teodorico ricordandogli la lunga fedeltà e i propri servigi. Inutilmente. Alla fine dell’anno viene giustiziato in un Ager Calventianus, probabilmente vicinissimo a dove ora si trovano le sue ossa. Si dice che fu decapitato, ma secondo altri subì un supplizio simile alla garrota. Un filo metallico attorno al collo, stretto al punto da fargli cadere gli occhi dalle orbite. Tempi bui.

Il “De consolatione” resta un faro luminoso. Ci ricorda che “chiunque indaghi il vero con profondità di riflessione e non voglia perdersi sulle strade dell’errore, rivolga in sé la luce della sua vista interiore, convinca il suo animo che ciò che si affanna a cercare fuori di sé, lo possiede già dentro, nascosto fra i suoi tesori” (3, 11).

Il viaggio del papa a Pavia

Papa Leone XIV compirà un pellegrinaggio nella città di Pavia il prossimo sabato 20 giugno. Nelle prossime settimane sarà comunicato il programma, già sostanzialmente definito: certamente il Papa sarà a Pavia per venerare sant’Agostino, di cui egli si sente figlio e discepolo, per incontrare la comunità dei padri agostiniani che custodiscono nella basilica di San Pietro in ciel d’oro le preziose reliquie del santo.

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