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Alberto Pellai in duomo a Mirano: “Un richiamo forte per una comunità educante”

“La nostra generazione di adulti - ha detto il medico, psicoterapeuta e ricercatore - è la prima che si interessa non solo di far crescere i figli e di assicurare loro una indipendenza futura, ma anche di poterli crescere felici”
15/03/2024

Un pensiero che “chiama forte” quello di Alberto Pellai. Ha saputo tenere deste più di 500 persone all’incontro organizzato da don Artemio Favaro e don Carlo Breda, sabato 9 marzo, nel Duomo San Michele Arcangelo, a Mirano per “rispondere” ad uno degli snodi educativi più urgenti.

La sua riflessione nasce da competenza professionale ed esperienza di vita: Medico, psicoterapeuta, ricercatore presso l’Università di Milano, marito e padre di 4 figli. Sono molte le riflessioni che ha lasciato ad un pubblico di giovani, giovani adulti, educatori, insegnanti, genitori e a tutti coloro i quali hanno a cuore i “nostri” ragazzi. Una comunità che si sente chiamata a riflettere sulle nuove sfide educative che toccano in vari ambiti le relazioni coi giovani e che incontra spesso il silenzio delle istituzioni.

Come spiega Alberto, la nostra generazione di adulti è la prima che si interessa non solo di far crescere i figli e di assicurare loro una indipendenza futura, ma anche di poterli crescere felici. Dall’altro canto però gli studi ci indicano che i preadolescenti e gli adolescenti del nostro tempo sono i più tristi della storia dell’umanità. Affaticati nelle relazioni, per la prima volta nella storia dell’uomo, si trovano a “poter scegliere” tra vita reale e vita sui social. Dotati di dispositivi “I” fin dalla tenera età, sono la prima generazione che conduce potenzialmente due vite: quella della realtà concreta, fatta da ginocchia sbucciate e corse in bicicletta, e quella di una dimensione virtuale, dove possono incontrare senza incontrarsi e giocare senza giocarsi.

La realtà virtuale può condizionare fortemente quei “cervelli” che sono ancora in via di sviluppo: “Il cucciolo d’uomo infatti impiega circa 20 anni per formare in modo completo la camera emotiva e quella cognitiva del cervello”, spiega Pellai; e nella fase di crescita tra i 10 e i 14 anni, la parte emotiva accelera molto più di quella cognitiva. Giocare e seguire i social può generare una vera e propria dipendenza, perché molte sono le emozioni che crea la dopamina, quel neurotrasmettitore che genera una funzione di piacere e di ricompensa ogniqualvolta si riceve una notifica, un like, una vittoria ad uno dei molteplici giochi virtuali.

“La dopamina chiama dopamina”, continua Pellai: ecco perché i nostri ragazzi si sentono attratti e trascorrono molto tempo con ciò che dà loro una sensazione di ricompensa, di piacere... quello stesso che la vita reale non offre in modo così immediato e forte.

Sta quindi a noi educatori, a noi comunità educante, cercare di regolare, magari anche in modo condiviso (ad esempio i patti digitali), l’uso di questi dispositivi. Anche se difficile, i genitori e gli educatori, sono chiamati a fare scelte anche fuori moda, per non essere “pusher” dei nostri ragazzi. Siamo noi i responsabili affinché possano vivere il più possibile relazioni vere, nel mondo reale. Come? Ecco l’invito di Pellai: ‘alla generazione più triste della storia, alla generazione a cui si chiede di ottenere bei voti a scuola ma con la quale si parla e ci si confronta poco, dedichiamo attenzione e cura: diamo loro i dispositivi personali dopo i 14 anni, invitiamoli ad uscire fuori della ‘cameretta’ e stare coi coetanei, a vivere esperienze di confronto reali’.

In quei “primi 20 anni” di formazione e sviluppo della mente di un ragazzo, sta a noi, genitori educatori, favorire una crescita che sia di confronto con il gruppo dei pari, che offra spazi in cui “sperimentarsi”, innamorarsi e in cui instaurare legami di amicizia che saranno solide basi per formare una persona matura ed equilibrata. (Isabella Saccon)

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