mercoledì, 19 giugno 2024
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Minori violenti: La propaganda non dà risposte

Abbiamo chiesto al cappellano del carcere minorile di Treviso, don Otello Bisetto, di darci la sua opinione sulle misure adottate dal Governo dopo i fatti di Caivano. “Educazione civica, maggiore consapevolezza delle conseguenze dei propri gesti, prevenzione, percorsi di aiuto ai minori autori di reato, politiche di integrazione degli stranieri”, la sua ricetta

“Una legge, quando la si pensa, dovrebbe poter essere applicata, dico, anche se non sono né un giurista, né uno psicologo, ma parlo per l’esperienza che negli anni ho fatto di queste situazioni”. Esordisce così don Otello Bisetto, cappellano del carcere minorile di Treviso, a cui abbiamo chiesto di dare la propria opinione sulle misure legislative intraprese dal Governo dopo i gravi fatti di cronaca avvenuti in Sicilia e in Campania, a Caivano.

“Ma come si fa - prosegue il sacerdote - ad applicare i daspo ai minori? Oggi non si riesce neanche a controllare gli arresti domiciliari, perché per gli adulti c’è il braccialetto elettronico, ma per i minori è vietato. Come fai a sapere sempre dove sono? Chi mettiamo a controllare che rispettino i daspo? E se mettiamo i genitori in carcere, i minori che fine fanno? Stiamo parlando solo di propaganda, corriamo dietro alle emozioni, per rassicurare l’elettorato - lo sfogo -, ma si tratta di provvedimenti che non servono a nulla, di misure pressapochiste, quando, invece, sii trattadi un fenomeno che meritava una risposta ampia e coordinata, senza che si scaricasse per l’ennesima volta tutto su strutture già oberate come quelle del carcere e sui Comuni, sui quali gravano problemi che non sono di loro competenza e che non riescono ad affrontare”.

“Se una persona se lo merita - chiarisce - finisce in carcere, ma la pena deve avere una funzione rieducativa e per questo ci vogliono soldi, ci vogliono strutture, ci vuole personale, ci vogliono percorsi seri, che offrano un’opportunità di cambiare vita.

Oggi non è così?

La sensazione è che ci sia poco o niente, che le carceri siano dormitori, che non ci sia una sinergia tra tutti gli enti che si occupino dei minori. C’è uno spezzatino di progetti, che non comunicano tra loro. Sembra che i minori siano dei sacchi di patate spostati da una parte all’altra, invece un ragazzo dovrebbe essere seguito in tutta la sua situazione, con un progetto concreto.

Altrimenti?

Altrimenti il rischio è di confondere, esacerbare gli animi, la continua precarietà porta i ragazzi a scegliere le soluzioni più facili e immediate, invece di imparare a guadagnarsi le cose con sacrificio.

Qual è la situazione a Treviso?

Il minorile ha riaperto il 28 luglio, con l’idea di gestire piccoli numeri e solo alcuni reati meno gravi, ma oggi siamo già alla capienza massima. In quasi tutti i casi si tratta pene per rapine, furti e spaccio. Circa la metà sono in misura di aggravamento. Si tratta cioè di ragazzi fuggiti da una comunità o che non hanno rispettato una misura alternativa al carcere. Questi stanno trenta giorni, e con loro è difficile costruire qualcosa, manca il tempo. Inoltre in larga parte stiamo parlando di minori stranieri non accompagnati, con tutte le complicazioni che ne derivano.

Tipo?

Molto spesso questi ragazzi sono vittime di tratta, e una volta arrivati qui vengono assorbiti dalle reti della criminalità, avviati allo spaccio e alla delinquenza. I minori stranieri non accompagnati dovrebbero essere tutelati e inseriti in percorsi protetti, vengono affidati ai Comuni, che non sanno come gestirli, finiscono in strada a vivere di espedienti.

Che fare, dunque?

In primo luogo i diversi enti coinvolti dovrebbero lavorare insieme per costruire una proposta seria per quei ragazzi che arrivano in un carcere minorile, ma poi è necessario agire a monte, prevenire. Ci arrivano minori che abusano di farmaci, dove li trovano? Bisogna intervenire sull’abuso di alcol e sostanze, rendere i ragazzi consapevoli del pericolo dei loro comportamenti. Manca un fattore educativo, tutti hanno delegato ad altri, allora a un certo punto lo Stato deve intervenire. Manca l’educazione civica a scuola, mancano, infine, politiche di integrazione: li vedi questi ragazzi stranieri di seconda, terza generazione, non sanno chi sono, non hanno radici, e rischiano di costruirsi un’identità nella devianza, complici magari contesti familiari che non li sostengono. Stiamo parlando di fenomeni complessi, che vanno governati in modo complesso e affrontati insieme, non per compartimenti stagni.

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