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Psicologo territoriale: la nuova proposta del presidente del Veneto Stefani

Sarebbe un servizio di prossimità negli ambulatori e nei luoghi della cura di tutti i giorni. Il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, Luca Pezzullo, spiega il senso di questa presenza

La Regione del Veneto prova a fare un passo concreto verso una sanità più vicina alle persone, introducendo lo psicologo territoriale, una figura pensata per stare dove i bisogni nascono, nella vita quotidiana dei cittadini. Un servizio di prossimità, una presenza negli ambulatori e nei luoghi della cura di tutti i giorni: case della comunità, studi dei medici di famiglia e dei pediatri, servizi domiciliari, realtà sociosanitarie, in dialogo anche con scuole e servizi sociali.

In questi giorni il presidente, Alberto Stefani, ha portato in Consiglio regionale per l’approvazione una proposta di legge che introduce lo psicologo territoriale, come parte integrante del sistema pubblico: non una figura esterna, ma un riferimento stabile e riconoscibile.

L’idea di fondo è semplice: molte persone portano dal medico anche un disagio che non è solo fisico. Ansia, stress, solitudine, difficoltà legate a malattie croniche o a momenti delicati della vita, spesso, restano inascoltati o trovano risposte parziali. Qui entra in gioco lo psicologo territoriale, che offre un primo ascolto, aiuta a leggere il problema e interviene subito quando possibile, accompagnando la persona, oppure indirizzandola, se necessario, verso percorsi più specialistici.

Dal punto di vista organizzativo, questa figura verrebbe inserita nelle Aziende Ulss e lavorererebbe a livello distrettuale, sotto la responsabilità del direttore del distretto sanitario, a contatto con medici, pediatri e servizi del territorio. La diffusione prevista è ampia: si parla di alcune centinaia di professionisti, tra 300 e 400 in tutta la regione.

In sostanza, lo psicologo territoriale rappresenta un cambio di sguardo: non intervenire quando il disagio è già grave, ma cercare di esserci prima, accorciare le distanze. Dopo il Covid, del resto, sono diventate strategiche alcune professioni sanitarie e sociali. Si è cominciato a parlare sempre più spesso di potenziare gli assistenti sociali e di diffondere l’attività degli psicologi.

Così, in molte scuole, i primi segnali di disagio e le difficoltà a riprendere l’attività in presenza sono stati gestiti da psicologi che, in larga parte, hanno svolto un lavoro di prevenzione e di cura di base, senza dover ricorrere a servizi dilatati nel tempo e specialistici.

Allo stesso modo, gli assistenti sociali, preziosi nell’organizzare il sostegno alle famiglie isolate dal contesto relazionale e nell’individuare soluzioni per i minori in situazioni critiche, oggi sono figure strategiche, sulle quali dovrebbero fare perno i nuovi Ambiti territoriali sociali, gli Ats, gestiti dai Comuni. Sono due figure che meglio di altre si adattano a sviluppare servizi di prossimità, servizi sul territorio in grado di fare prevenzione o di reintegrare dopo la fase acuta di una malattia. Una prossimità che dovrebbe realizzarsi nel Veneto anche con le case di comunità e gli ospedali di comunità.

Se il punto di arrivo è chiaro, lunga e tortuosa è la strada per arrivarci. Il Veneto ha proceduto, sfruttando i fondi del Pnrr, alla realizzazione dell’hardware, ovvero delle strutture fisiche, ma non ha ancora completato l’istituzione degli Ats; le strutture di prevenzione sanitaria e di gestione delle cronicità restano senza servizi importanti, come gli infermieri di base, gli educatori e, appunto, gli psicologi.

L’intervista

Abbiamo intervistato Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, chiedendogli, anzitutto, come nasce l’idea dello psicologo territoriale e come si sta sviluppando.

“La riflessione - ci spiega - nasce 25 anni fa. In alcune regioni si è pensato a come integrare la dimensione psicologica nelle cure primarie: medici di base, case di comunità, infermieristica territoriale, servizi di prossimità. Tradizionalmente, infatti, l’accesso allo psicologo avveniva in forma privata, oppure attraverso strutture specialistiche, con numeri piuttosto limitati: 5 professionisti ogni 100 mila abitanti in Italia, a fronte di una media europea di 20. Negli ultimi anni e dopo la pandemia da Covid, il tema ha assunto centralità. Una prima proposta concreta è arrivata dalla Campania, nel 2020, poi si è allargata con finanziamenti prima regionali e, quindi, nazionali.

L’INTERVISTA PROSEGUE NEL NUMERO DE “LA VITA DEL POPOLO” DEL 19 APRILE 2026

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