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Senza dimora, chiude l’esperienza di Monigo, ancora attiva la Casa degli Oblati
In questi giorni che si affacciano sulla primavera si dà ufficialmente conclusione all’“emergenza freddo”, iniziata nella prima metà di novembre. L’annuale conta dei posti letto per le persone senza dimora è stata, come al solito, difficoltosa, ma negli spazi comunali si dovrebbero annoverare 14 posti letto con alloggio all’ex macello comunale (dedicati soprattutto a persone senza dimora con problematiche di carattere sanitario), 20 posti in via Pasubio e 8 a Spresiano al co-housing dell’ex casa Santin; nel frattempo, a dicembre si sono attivati 15 posti all’ex casa Cattani di Castelfranco (gestiti da una cordata di associazioni), la comunità di Sant’Egidio ha aperto le porte della parrocchia di San Martino e si sono attivate anche due nuove sedi: la parrocchia di Monigo e la casa degli Oblati. Caritas, Sant’Egidio, Caminantes e molti altri attori si sono prodigati (e continuano a farlo) con la distribuzione dei pasti, raggiungendo almeno altre 40 persone, che sono a dormire all’addiaccio. Resta un punto di domanda, come sempre, anche sul futuro: anche il caldo estivo (in particolare quello di queste ultime estati, infuocate dai cambiamenti climatici globali) provoca notevoli difficoltà a chi non ha un tetto sopra la testa.
L’esperienza di Monigo
Tempo di bilancio anche a Monigo, dove il 26 gennaio è stato aperto un dormitorio emergenziale nella parrocchia di Sant’Elena Imperatrice. Un servizio rimasto operativo per 41 giorni, grazie alla collaborazione tra parrocchia, cittadinanza e associazioni di volontariato (Auser Treviso, Auser Cittadini del mondo, Momi associazione Monigo migranti, Gente per gente, I Care Veneto, Caminantes, Amib Triveneto e Passa mani), che ha permesso di accogliere oltre 50 persone, con una media di 27 ospiti a notte e picchi fino a 32 presenze, sfruttando al massimo i posti disponibili. 75, invece, sono stati i volontari coinvolti e moltissimi i cittadini generosi che hanno donato, in totale, ben 21.360 euro all’iniziativa: la somma è stata usata per coprire le spese vive e il resto è stato donato alla parrocchia. Ogni sera, il dormitorio ha garantito un servizio strutturato di accoglienza, con ingresso dalle 20 alle 21.30, vigilanza notturna e uscita entro le 8 del mattino, accompagnato da colazione, supporto sanitario e assistenza sociale. Durante l’intero periodo, sono stati distribuiti biglietti dell’autobus per circa 3.100 euro, per facilitare gli spostamenti degli ospiti, e 21 biciclette usate, donate e rimesse in funzione. Tutti gli ospiti hanno effettuato un controllo sanitario preventivo, grazie alla disponibilità di 17 medici e 4 infermieri volontari, che si sono alternati durante i giorni di apertura del dormitorio. Il parroco di Monigo, don Giuseppe Mazzocato, si dice “pronto a replicare l’impresa in caso ce ne fosse il bisogno. Sarà necessario parlare con il Comune, affinché questa offerta sia integrata con le altre”.
L’esperienza alla Casa degli Oblati
La Casa dei sacerdoti Oblati diocesani, in viale Fratelli Bandiera 42, ha, invece, aperto a metà novembre, grazie a un accordo con la Diocesi (proprietaria dell’immobile), la Caritas trevigiana, la parrocchia di Santa Maria sul Sile, e l’apporto della cooperativa La Esse, che ha messo a disposizione gli operatori per accogliere nove persone fisse in quegli spazi, con il supporto della ormai fitta rete di volontari (almeno 40), gravitanti attorno alla parrocchia di don Giovanni Kirschner (Santa Maria sul Sile). Anche in questo caso vengono garantite l’accoglienza serale fino alla colazione (compresa). Un sistema tuttora in funzione e che don Bruno Baratto, direttore Caritas, spera di poter prolungare ancora per un po’, senza, però, considerarla una soluzione stabile. La scelta di mantenere le persone fisse rispecchia la volontà di stringere un legame più forte e solido, quasi familiare, come spiega don Giovanni.
Umanità senza dimora
Il 39% delle persone accolte a Monigo erano di origine pakistana; a seguire Afghanistan, Marocco, Madagascar, Tunisia, Senegal, India, Camerun, ecc. e un 4% era italiano. Il fattore culturale dell’accoglienza non va mai sottovalutato e Albertina Piccolo, presidente dell’Auser Cittadini del mondo, non ci sta a metterlo sotto il tappeto: “Ho aiutato molte persone dal 2020, tramite raccolta fondi, ricerca di contatti lavorativi, accoglienza... abbiamo sanato undici ragazzi, assumendoli come badanti o colf o nel settore agricolo: hanno ottenuto il permesso di soggiorno e ora stanno lavorando e sono ben integrati. Ma non tutti sono così. Anche per questo sarebbe opportuno che i volontari fossero formati culturalmente per capire il modo migliore in cui aiutarli e come evitare di fare peggio, a causa dell’inesperienza. Ma, soprattutto, il volontariato può attivarsi e dare risposte immediate, ma non può sostituirsi in modo strutturale alle istituzioni”, chiosa. È chiaro che siamo di fronte a persone che, alle volte, affrontano problematiche complesse, hanno vissuti che non conosciamo, disturbi legati alla salute mentale e alle dipendenze. Piccolo, poi, sottolinea come l’esperienza del dormitorio di Monigo abbia dimostrato che la comunità trevigiana è capace di mobilitarsi rapidamente quando emergono situazioni di forte fragilità sociale. L’importanza di un coordinamento da parte delle istituzioni e del Comune è sottolineata anche da don Giovanni Kirschner, che, però ricorda l’importanza di una rete di persone, anche privati, e di soggetti del terzo settore. “Come parrocchia facciamo da garanti per cinque persone che da metà settembre vivono in un appartamento messo a disposizione da un privato - racconta -. Dopo un periodo iniziale di transizione, abbiamo appena firmato un contratto di affitto di 3+2 anni: fin da subito abbiamo affiancato le persone per una corretta gestione della casa e il proprietario è contento di come sta andando. Niente di nuovo: a Mestre l’associazione Di casa odv lo fa da anni. Sarebbe bello che più proprietari mettessero a disposizione i loro immobili con enti del terzo settore che facciano da garanti”, conclude.



