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Un Regno di Dio che cresce in modi inattesi

19/07/2023

Il commento di questa settimana è frutto anche di un momento di ascolto e confronto con l’équipe del Sedis, Servizio diocesano di informazione socioreligiosa, che ha il compito di monitorare e di informare con occhio critico circa i gruppi e le proposte di tipo parareligioso o più genericamente “spirituale” presenti nel territorio della diocesi, e che coinvolgono talvolta anche i cristiani delle nostre parrocchie. Ringrazio tutti per il contributo, ben più ricco di quanto ho potuto valorizzare nel commento.

Prosegue la proposta delle “parabole del Regno di Dio”, raccolte da Matteo in questo capitolo 13. Il contesto rimane la situazione di crisi rispetto ai capi religiosi e alla stessa folla. L’uso delle parabole diventa scelta precisa: chi si lascerà coinvolgere dall’appello che rivolgono all’ascolto potrà, passo dopo passo, entrare nella prospettiva di un Regno di Dio che viene in modi ben diversi da quelli attesi dalla maggioranza del popolo di Israele. Gli altri, invece, rimarranno chiusi nel loro modo di concepire il rapporto con Dio e con gli altri. Le parabole proposte nel brano di questa domenica possono essere dette parabole di contrasto e di crescita: presentano una narrazione diversa da quella attesa, o paragoni inusuali rispetto al Regno di Dio che vogliono presentare. Anche stavolta vi è un accenno alla diversità di ascolto tra la folla e i discepoli.

Un campo infestato, una pazienza perseverante

Nel racconto del campo infestato dalla zizzania, il “punto di svolta” rispetto al comportamento atteso, date le circostanze, è la decisione presa con determinazione dal padrone: “Lasciate che crescano insieme [il grano e la zizzania], fino alla mietitura”. Operazione assai rischiosa, perché l’erbaccia rischia di soffocare il buon seme; d’altra parte, è una pianta non facile da distinguere rispetto al grano, e le radici intrecciate insieme rischiano davvero di rendere dannoso ogni tentativo di sarchiatura. Sembra una situazione bloccata: ma mentre noi vorremmo subito “far pulizia”, accettando il rischio di perdere una parte del grano, il contadino della parabola preferisce un’attesa paziente e fiduciosa, fidandosi della qualità del seme seminato, che avrà la meglio sull’opera del «nemico». Non toccherà ai servi - ognuno di noi -, ma ai mietitori - gli angeli di Dio - fare la cernita, solo alla fine, fra spighe piene di grano e spighe vuote dell’erba infestante: ai servi è chiesta la capacità di coltivare e custodire quanto sta crescendo, sapendo attendere anche oltre l’efficacia di ciò che riescono a fare. Un messaggio che, da un lato, libera il discepolo dall’ansia della prestazione e dall’ossessione di voler distinguere continuamente tra buoni e cattivi, dall’altro chiama a una scelta di fede nell’agire di Dio, che non interviene con un giudizio distruttivo, ma dà possibilità di mostrare nel tempo la bontà dei frutti che il seme può portare: un Dio che accorda fiducia e fa nascere speranza perseverante, lì dove noi spesso chiediamo immediata condanna. D’altra parte, la spiegazione di origine ecclesiale interroga la comunità dei discepoli di ieri e di oggi: che cosa sto facendo crescere nel campo che mi è affidato? Il «giudizio» alla fine della storia è un richiamo a prendere sul serio le nostre scelte e responsabilità, nel tempo che ci viene dato per coltivare al meglio il seme seminato nella nostra vita, nella comunità cui apparteniamo e nel mondo in cui viviamo, perché possa sfamare con il grano del Regno l’intera umanità. Con sant’Agostino e altri sapienti nella fede, possiamo intuire che solo il frutto dell’amore saprà avere la meglio su tutto il male che cresce nel mondo.

Lievitare la storia per il pane del Regno

La parabola del lievito (o meglio, della “pasta madre”, piccola parte di pasta lievitata che veniva impastata con il resto della farina) comporta innanzitutto un paragone davvero inusuale per quel tempo: la pasta fermentata era considerata inadatta all’offerta per il culto, e in particolare nella Pasqua si doveva usare pane azzimo, cioè non lievitato. Qui, invece, proprio il processo di lievitazione viene proposto per entrare nella dinamica del Regno di Dio: una volta che il fermento - la Parola di Dio - viene mescolato con la farina, la trasformazione sarà inarrestabile, fino a produrre il pane pronto alla cottura. Tra l’altro, la misura indicata è decisamente sovrabbondante, pari al fabbisogno di 150 persone. Una nota a margine: l’indimenticabile don Franco Marton affermava che, nella storia, il lievito è la Chiesa, la farina il mondo, entrambi necessari a essere impastati per dare il pane del Regno di Dio, capace di sfamare davvero l’umanità. Non basta da solo né il lievito né la farina, e l’opera dell’impastare è responsabilità di ciascuno e ciascuna, ma soprattutto dello Spirito Santo è l’impegno a far lievitare la storia, perché diventi cibo per tutti i popoli.

Un albero inatteso e ospitale

Anche la parabola del seme di senape è parabola di crescita che supera le apparenze: da un seme così piccolo nasce un arbusto pari a un albero. E anche in questo caso, paragonare il Regno che Dio sta facendo crescere nella storia a una dinamica tanto umile e inosservata è provocazione aperta a chi ascolta dubbioso: Gesù è sicuro che la sua opera, così poco rilevante per i suoi contestatori, sarà azione efficace nel far crescere il Regno del Padre nella storia degli uomini. Regno che porterà frutto dal morire in croce del seme che è Gesù stesso, come ricorderà Gv 12,24. La citazione degli “uccelli del cielo” che si rifugiano tra i rami di quella pianta è allusione a una parola profetica: in questa immagine si intravedevano i popoli pagani che un giorno avrebbero cercato riparo nell’albero che Israele avrebbe rappresentato. Ma la parabola ancora sorprende: si tratta di un arbusto di senape, non del classico cedro del Libano, altissimo ed orgoglioso...

Non giudicare, ma accompagnare

La riflessione conclusiva offerta dal Sedis è l’attenzione a non giudicare affrettatamente la varietà di percorsi con cui uomini e donne cercano senso e compimento per la propria vita, ma di esercitare il necessario discernimento, per valorizzare quanto di buono il Signore continua a far crescere anche al di là dei nostri giudizi. Restando disponibili a percorrere insieme tratti di cammino, per riconoscere il volto che Dio continua a rivelare oggi, e offrendo quanto come cristiani abbiamo “compreso” dall’esperienza di Gesù e dalla sua opera per far crescere il Regno di Dio in mezzo all’umanità.

Il commento di questa settimana è frutto anche di un momento di ascolto e confronto con l’équipe del Sedis, Servizio diocesano di informazione socioreligiosa, che ha il compito di monitorare e di informare con occhio critico circa i gruppi e le proposte di tipo parareligioso o più genericamente “spirituale” presenti nel territorio della diocesi, e che coinvolgono talvolta anche i cristiani delle nostre parrocchie. Ringrazio tutti per il contributo, ben più ricco di quanto ho potuto valorizzare nel commento.

Prosegue la proposta delle “parabole del Regno di Dio”, raccolte da Matteo in questo capitolo 13. Il contesto rimane la situazione di crisi rispetto ai capi religiosi e alla stessa folla. L’uso delle parabole diventa scelta precisa: chi si lascerà coinvolgere dall’appello che rivolgono all’ascolto potrà, passo dopo passo, entrare nella prospettiva di un Regno di Dio che viene in modi ben diversi da quelli attesi dalla maggioranza del popolo di Israele. Gli altri, invece, rimarranno chiusi nel loro modo di concepire il rapporto con Dio e con gli altri. Le parabole proposte nel brano di questa domenica possono essere dette parabole di contrasto e di crescita: presentano una narrazione diversa da quella attesa, o paragoni inusuali rispetto al Regno di Dio che vogliono presentare. Anche stavolta vi è un accenno alla diversità di ascolto tra la folla e i discepoli.

Un campo infestato, una pazienza perseverante

Nel racconto del campo infestato dalla zizzania, il “punto di svolta” rispetto al comportamento atteso, date le circostanze, è la decisione presa con determinazione dal padrone: “Lasciate che crescano insieme [il grano e la zizzania], fino alla mietitura”. Operazione assai rischiosa, perché l’erbaccia rischia di soffocare il buon seme; d’altra parte, è una pianta non facile da distinguere rispetto al grano, e le radici intrecciate insieme rischiano davvero di rendere dannoso ogni tentativo di sarchiatura. Sembra una situazione bloccata: ma mentre noi vorremmo subito “far pulizia”, accettando il rischio di perdere una parte del grano, il contadino della parabola preferisce un’attesa paziente e fiduciosa, fidandosi della qualità del seme seminato, che avrà la meglio sull’opera del «nemico». Non toccherà ai servi - ognuno di noi -, ma ai mietitori - gli angeli di Dio - fare la cernita, solo alla fine, fra spighe piene di grano e spighe vuote dell’erba infestante: ai servi è chiesta la capacità di coltivare e custodire quanto sta crescendo, sapendo attendere anche oltre l’efficacia di ciò che riescono a fare. Un messaggio che, da un lato, libera il discepolo dall’ansia della prestazione e dall’ossessione di voler distinguere continuamente tra buoni e cattivi, dall’altro chiama a una scelta di fede nell’agire di Dio, che non interviene con un giudizio distruttivo, ma dà possibilità di mostrare nel tempo la bontà dei frutti che il seme può portare: un Dio che accorda fiducia e fa nascere speranza perseverante, lì dove noi spesso chiediamo immediata condanna. D’altra parte, la spiegazione di origine ecclesiale interroga la comunità dei discepoli di ieri e di oggi: che cosa sto facendo crescere nel campo che mi è affidato? Il «giudizio» alla fine della storia è un richiamo a prendere sul serio le nostre scelte e responsabilità, nel tempo che ci viene dato per coltivare al meglio il seme seminato nella nostra vita, nella comunità cui apparteniamo e nel mondo in cui viviamo, perché possa sfamare con il grano del Regno l’intera umanità. Con sant’Agostino e altri sapienti nella fede, possiamo intuire che solo il frutto dell’amore saprà avere la meglio su tutto il male che cresce nel mondo.

Lievitare la storia per il pane del Regno

La parabola del lievito (o meglio, della “pasta madre”, piccola parte di pasta lievitata che veniva impastata con il resto della farina) comporta innanzitutto un paragone davvero inusuale per quel tempo: la pasta fermentata era considerata inadatta all’offerta per il culto, e in particolare nella Pasqua si doveva usare pane azzimo, cioè non lievitato. Qui, invece, proprio il processo di lievitazione viene proposto per entrare nella dinamica del Regno di Dio: una volta che il fermento - la Parola di Dio - viene mescolato con la farina, la trasformazione sarà inarrestabile, fino a produrre il pane pronto alla cottura. Tra l’altro, la misura indicata è decisamente sovrabbondante, pari al fabbisogno di 150 persone. Una nota a margine: l’indimenticabile don Franco Marton affermava che, nella storia, il lievito è la Chiesa, la farina il mondo, entrambi necessari a essere impastati per dare il pane del Regno di Dio, capace di sfamare davvero l’umanità. Non basta da solo né il lievito né la farina, e l’opera dell’impastare è responsabilità di ciascuno e ciascuna, ma soprattutto dello Spirito Santo è l’impegno a far lievitare la storia, perché diventi cibo per tutti i popoli.

Un albero inatteso e ospitale

Anche la parabola del seme di senape è parabola di crescita che supera le apparenze: da un seme così piccolo nasce un arbusto pari a un albero. E anche in questo caso, paragonare il Regno che Dio sta facendo crescere nella storia a una dinamica tanto umile e inosservata è provocazione aperta a chi ascolta dubbioso: Gesù è sicuro che la sua opera, così poco rilevante per i suoi contestatori, sarà azione efficace nel far crescere il Regno del Padre nella storia degli uomini. Regno che porterà frutto dal morire in croce del seme che è Gesù stesso, come ricorderà Gv 12,24. La citazione degli “uccelli del cielo” che si rifugiano tra i rami di quella pianta è allusione a una parola profetica: in questa immagine si intravedevano i popoli pagani che un giorno avrebbero cercato riparo nell’albero che Israele avrebbe rappresentato. Ma la parabola ancora sorprende: si tratta di un arbusto di senape, non del classico cedro del Libano, altissimo ed orgoglioso...

Non giudicare, ma accompagnare

La riflessione conclusiva offerta dal Sedis è l’attenzione a non giudicare affrettatamente la varietà di percorsi con cui uomini e donne cercano senso e compimento per la propria vita, ma di esercitare il necessario discernimento, per valorizzare quanto di buono il Signore continua a far crescere anche al di là dei nostri giudizi. Restando disponibili a percorrere insieme tratti di cammino, per riconoscere il volto che Dio continua a rivelare oggi, e offrendo quanto come cristiani abbiamo “compreso” dall’esperienza di Gesù e dalla sua opera per far crescere il Regno di Dio in mezzo all’umanità.

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