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Il vescovo Cahill: “La remigrazione viola la dignità umana”

Dal Texas parla il presidente del Comitato per le migrazioni dell’episcopato statunitense, più volte attaccato da Trump

Il dibattito globale sulle politiche migratorie sta attraversando una fase di profonda trasformazione, spinto da narrative politiche sempre più polarizzanti sia in Europa che negli Stati Uniti. Il Papa ne ha parlato più volte nelle scorse settimane.

Abbiamo avuto modo di porre alcune domande a mons. Brendan John Cahill, vescovo di Victoria in Texas e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale statunitense, sul controverso tema della “re-immigrazione” (o rimpatrio forzato). Mons. Cahill per le sue posizioni contro i megacentri di detenzione per migranti voluti dall’Amministrazione Trump è stato più volte pubblicamente attaccato. In un suo intervento di inizio anno non aveva esitato ad utilizzare parole ferme nel denunciare arresti e rimpatri arbitrari di migranti, evocando come unico precedente storico i campi di internamento per i cittadini giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.

A fine gennaio, commentando il nuovo piano governativo sull’immigrazione, voi vescovi dichiarato che esso “dovrebbe mettere alla prova la coscienza di ogni americano. Indipendentemente dal loro status migratorio, sono esseri umani creati a immagine e somiglianza di Dio”. Queste parole forti stanno trovando riscontro nell’opinione pubblica?

Non sono sicuro per quanto riguarda l’opinione pubblica; è difficile giudicare tutti i sondaggi che escono continuamente. Preferisco concentrarmi sulla verità della nostra dichiarazione e continuare a promuovere la dignità della persona umana e della famiglia in quanto cellula fondamentale della società. Attraverso il dialogo ecumenico e il confronto con gli altri, abbiamo constatato che possiamo mantenere fermo e chiaro il principio del rispetto della dignità umana, così come tutelato dalla Dichiarazione d’Indipendenza e dalla Costituzione degli Stati Uniti. Noi cerchiamo di essere coerenti e di rimanere fedeli a questi due punti.

Il concetto di “reimmigrazione” sta prendendo piede anche in Europa, soprattutto tra i movimenti di estrema destra. C’è chi parla di una nuova apartheid. Come vescovi americani, cosa pensate di questo approccio politico?

Come vescovi, dobbiamo iniziare da dove inizia il Vangelo: dalla dignità che Dio ha donato a ogni persona umana. Qualsiasi risposta alla migrazione che tratti le persone principalmente come minacce razziali, etniche o culturali, piuttosto che come esseri umani creati a immagine di Dio, è profondamente preoccupante dal punto di vista cristiano. Le Nazioni hanno il diritto e la responsabilità di regolamentare i propri confini in vista del bene comune, ma lo Stato è anche vincolato dalla legge morale. Quando il linguaggio sulla “re-immigrazione” suggerisce una gerarchia del valore umano, ci si allontana dalle legittime divergenze politiche per muoversi verso qualcosa di incompatibile con l’insegnamento morale cattolico. La Chiesa chiede una migrazione sicura, ordinata, regolare e sostenibile, riconoscendo sempre l’immigrato non come un problema da risolvere, ma come un fratello o una sorella - un altro figlio di Dio - da incontrare.

Eppure, senza la presenza degli immigrati, molti settori economici negli Stati Uniti entrerebbero in crisi. Quale approccio all’accoglienza e all’integrazione della migrazione suggerisce la Chiesa americana?

Mi unisco a quanti sperano in un intervento del nostro Congresso per una vera riforma dell’immigrazione. La nostra preoccupazione più urgente riguarda le diverse categorie e i gruppi di persone che si trovano già qui negli Stati Uniti in questo momento. Riconosciamo che una Nazione ha confini sovrani e ha il diritto di difenderli e proteggerli. L’accoglienza, per adesso, deve rivolgersi a coloro che sono già qui e si stanno integrando nella nostra società. Per il futuro, guardando alla riforma dell’immigrazione, dobbiamo puntare a un processo ordinato, valutando se ci sono posti di lavoro disponibili e se le persone possono partecipare alla vita sociale. Ma, per il momento, la nostra priorità è l’assistenza più immediata a chi si trova già nel Paese.

Il numero di persone deportate è in aumento, specialmente verso i Paesi africani. Il rimpatrio “forzato” di rifugiati e immigrati diventa una condizione per i Paesi coinvolti per ricevere aiuti sanitari, oltre a investimenti americani. È davvero così?

È importante notare in questo contesto che i vescovi non sono funzionari governativi, quindi non possediamo informazioni riservate su tali accordi al di là di quanto viene riportato pubblicamente o condiviso dai Governi stessi. Sfortunatamente, c’è stata pochissima trasparenza per quanto riguarda queste intese, anche se sappiamo che accordi con Paesi terzi vengono stipulati con le nazioni di accoglienza sia dagli Stati Uniti che dai Paesi europei. Vorrei anche sottolineare che questi accordi non sono una novità, sebbene oggi vengano perseguiti con rinnovato vigore.

La recente Giornata mondiale dei rifugiati ha riacceso i riflettori sulla Convenzione del 1951 e sul rispetto dell’articolo 33, il suo cardine, che vieta il respingimento. Qual è la posizione della Chiesa su questo delicato confine tra diritto internazionale e rimpatri forzati?

In sintonia con la Santa Sede, i vescovi degli Stati Uniti, così come quelli europei e di altri luoghi, sottolineano da tempo come sia essenziale il rispetto del principio di non-refoulement (non respingimento). Ai inizio maggio presso le Nazioni unite, al Secondo Forum Internazionale di Revisione delle Migrazioni, il rappresentante della Santa Sede ha dichiarato: “Il ritorno e la riammissione devono rispettare pienamente il diritto internazionale e basarsi su una valutazione individuale con garanzie di un giusto processo”. Nelle situazioni in cui l’assistenza umanitaria o gli investimenti economici sono condizionati al fatto che uno Stato accetti i deportati, è altamente improbabile che i diritti delle persone coinvolte vengano rispettati, e questo è per noi motivo di forte preoccupazione.

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