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Israele in stallo politico: elezioni senza vincitore chiaro
L’urna ha parlato, dopo il voto di domenica 25 ottobre, ma lo Stato ebraico rimane sospeso nel blocco politico della sua stessa aritmetica parlamentare. Con il completamento dello spoglio delle schede, le elezioni in Israele non hanno partorito un vincitore chiaro, bensì una crepa istituzionale profonda nel cuore della sovranità israeliana. Una democrazia “imperfetta”, che è accusata a livello internazionale di non rispettare i diritti umani principali delle minoranze, in particolare quella palestinese.
Il blocco guidato dal premier uscente Benjamin “Bibi” Netanyahu - al potere dal 1996 al 1999 e poi ancora dal 2009 (con una parentesi dal 2021 al 2022) a oggi, su cui pendono alcuni procedimenti giudiziari - si attesta a 53 seggi, mentre la coalizione d’opposizione capitanata dal centrista Gadi Eisenkot si ferma a 48. Nessuno dei due schieramenti tradizionali della politica sionista possiede i numeri per varcare la soglia fatidica dei 61 scranni necessari a governare alla Knesset, il Parlamento israeliano.
Al centro dell’assemblea siederanno, con un peso specifico senza precedenti storici, i partiti arabo-israeliani, forti di 19 seggi complessivi (divisi tra la Lista Comune e la formazione araba Ra’am). Un terremoto silenzioso, certificato da un’affluenza record schizzata al 77,7% - la più alta dal 1999, anno degli Accordi di Sharm el-Sheikh -, che ridefinisce i confini della rappresentanza e trasforma la minoranza araba nell’ago invisibile della bilancia geopolitica di Gerusalemme.
La geometria dell’impasse: tra veti incrociati e l’illusione centrista
La mappa uscita dal voto restituisce l’immagine di un Paese polarizzato, inviso ai vicini ma paradossalmente inchiodato ai propri blocchi identitari. Da un lato, il fronte di Netanyahu - sorretto dal Likud e dalle forze nazional-religiose e ultraortodosse - grida alla forzatura, arrivando a denunciare presunte anomalie procedurali, ma rivendica di essere la prima forza politica del Paese. Questa posizione garantisce a “Bibi” la regia temporale della crisi: rimanere premier ad interim gli consente di congelare l’agenda politica e di logorare la coalizione avversaria in attesa di spaccature interne.
Dall’altro, l’opposizione di Eisenkot rivendica la necessità morale e strategica del ricambio istituzionale, puntando l’accento sulla creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sui fallimenti di sicurezza del 7 ottobre. Pur guardando a una possibile maggioranza numerica teorica (fino a 67 seggi se sommata all’asse centrista e ai voti arabi), si scontra con i dogmi non scritti del sionismo parlamentare: i veti incrociati sull’inclusione organica o esterna delle liste arabe nell’architettura di governo. L’opposizione è infatti un mosaico eterogeneo che spazia dal centro-sinistra laico ai falchi nazionalisti di Avigdor Liberman (Yisrael Beiteinu) e Naftali Bennett (Beyachad), entrambi storicamente riluttanti ad accettare formalmente una convergenza organica con le forze arabe.
La portata del voto arabo riflette una trasformazione sociale interna al 20% della popolazione israeliana. La mobilitazione alle urne non segnala una piena convergenza con il Governo centrale, ma una risposta diretta all’aumento della criminalità organizzata nelle città arabe e al progressivo definanziamento dei servizi locali per pagare le spese militari.
La variabile palestinese e l’illusione del cambiamento
Sarebbe, tuttavia, un errore di lettura geopolitica della storia di Israele leggere questo voto come il preludio di una svolta radicale nei rapporti con i Territori Occupati o nella gestione del post-7 ottobre. Sulle questioni chiave della sicurezza nazionale, del conflitto a Gaza e dell’ipotesi di statualità palestinese, la distanza tra i programmi dei due blocchi principali resta sottile. Semmai, la distanza si è enfatizzata sulla figura di Netanyahu.
La forte mobilitazione dei cittadini arabi di Israele non risponde a un’improvvisa sintonia con i programmi bellici o strategici dello Stato ebraico quanto, piuttosto, a una disperata istanza di sopravvivenza civile, di sicurezza interna contro le continue ondate di violenza e di rifiuto dell’emarginazione sistematica. Tuttavia, l’architettura istituzionale israeliana rimane una fortezza blindata: anche qualora l’opposizione riuscisse a scalzare la presidenza della Knesset grazie all’appoggio tattico delle liste arabe, la natura profonda della politica estera e di difesa israeliana non subirà forti scossoni.
Scenari di transizione
Mentre il presidente dello Stato, Isaac Herzog, ha iniziato a convocare i leader dei partiti per esplorare la fattibilità di un Esecutivo, lo Stato ebraico si muove sul filo del rasoio. Le opzioni sul tavolo si riducono a un complesso risiko strategico. Prima possibilità, il Governo di unità nazionale (asse Likud-Yashar): la soluzione preferita da ampi settori delle Istituzioni e dell’alleato statunitense. Un accordo tra Netanyahu ed Eisenkot supererebbe l’impasse, ma richiederebbe la risoluzione del nodo della premiership (rotazione o passo indietro di Netanyahu) e l’estromissione della destra religiosa.
La seconda possibilità è la convergenza strategica sugli Ultraortodossi: Il blocco del cambiamento potrebbe tentare di staccare i partiti “haredim” (Shas e Utj) dall’alleanza con Netanyahu, offrendo loro garanzie sui finanziamenti alle scuole religiose, in cambio di una riforma graduale sulla leva obbligatoria.
Altra ipotesi è il Governo di minoranza a guida Eisenkot: basato sui 48 seggi dell’opposizione e sul benestare esterno (o astensione concordata) dei partiti arabi. Un esecutivo tattico, esposto al costante rischio di caduta, ma funzionale a sottrarre le leve del potere al premier uscente.
Infine, il ritorno alle urne (inizio 2027): qualora le trattative fallissero nei tempi prescritti dalla legge, Israele scivolerebbe verso nuove elezioni anticipate. Netanyahu rimarrebbe alla carica della gestione ordinaria dello Stato, mantenendo inalterato l’equilibrio di potere negoziale. In questo scenario, Israele assomiglia a una democrazia in stato d’assedio permanente da se stessa: un mosaico di tribù politiche incapaci di annullarsi a vicenda.
Oltre il “Bibismo”
La domanda di fondo riguarda la sostenibilità del modello di sicurezza israelo-centrico, nell’eventualità di un reale avvicendamento alla guida del Paese. L’eventuale tramonto politico di Netanyahu, storico alleato di Trump, non coinciderebbe automaticamente con un radicale cambio di paradigma nella dottrina strategica esterna d’Israele.
Rispetto al deterioramento dei rapporti nella regione, la Cisgiordania e la questione dello Stato palestinese rimangono il punto di rottura non risolto. La convergenza trasversale tra centro e destra esclude, di fatto, aperture decisive alla soluzione dei due Stati nel breve periodo. Israele si trova, così, di fronte a una doppia transizione: l’uscita da un decennio di personalizzazione politica incarnata da Netanyahu e la necessità di ricucire una frammentazione sociale interna, che l’aritmetica di questa Knesset ha reso definitiva.



