Almeno stando ai numeri.
La nuova vitalità della fede si concretizza nelle numerose domande di persone...
L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 giunge in una fase di sfaldamento strutturale dell’architettura multilaterale globale. In un contesto segnato dal ritorno della forza incontrollata nelle relazioni tra le potenze e dall’erosione delle garanzie sovranazionali, la scelta del Comitato di Oslo non è una celebrazione rituale, ma un atto di resistenza politica. Riconoscere chi ha dedicato la propria vita alla difesa del diritto internazionale equivale a schierarsi apertamente contro la progressiva smobilitazione delle istituzioni nate dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale.
Pillay: dal fronte dell’apartheid al vertice delle Nazioni Unite. Nata in Sudafrica nel 1941 da una famiglia di origine indiana, Navanethem “Navi” Pillay si è formata nella lotta contro il regime dell’apartheid, diventando la prima donna nera ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, e a difendere i prigionieri politici. È stata tra gli avvocati difensori di Nelson Mandela. Dopo il crollo del regime razzista, è stata la prima donna di colore nominata giudice della Corte Suprema sudafricana.
La sua proiezione internazionale si è consolidata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Ictr) - di cui è stata presidente dal 1999 al 2003 -, dove ha firmato sentenze storiche come quella che ha riconosciuto la violenza sessuale come atto di genocidio. Successivamente, ha servito come giudice della Corte penale internazionale (Cpi) e, dal 2008 al 2014, come Alto Commissario Onu per i diritti umani. Più di recente, Pillay ha presieduto la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, sostenendo che Israele si è reso responsabile di crimini di genocidio a Gaza.
Il valore politico dell’assegnazione oggi. L’assegnazione del Nobel per la Pace a Pillay assume una valenza geopolitica di prim’ordine. Scegliendo una figura simbolo della giurisprudenza penale internazionale, Oslo manda un messaggio chiaro alle grandi potenze: la legalità internazionale non può essere piegata alle convenienze geostrategiche dei singoli Stati. Il premio rappresenta un implicito supporto al lavoro degli organismi giudiziari internazionali e un netto rifiuto della logica dell’impunità che caratterizza i conflitti contemporanei.
Il guanto di sfida americano. La reazione del Governo Trump non si è fatta attendere, evidenziando il profondo divario tra la visione giuridica multilaterale e la dottrina della sovranità assoluta americana. Nelle stesse ore in cui veniva annunciato il Premio gli Stati Uniti hanno inasprito le misure sanzionatorie contro la Cpi come istituzione, bollando l’operato dei giudici e degli inquirenti come un’ingerenza intollerabile. Per la diplomazia statunitense, l’azione della Cpi rappresenta una minaccia alla propria sicurezza nazionale e a quella degli alleati strategici, trasformando la giurisdizione penale globale in un terreno di scontro aperto.
Uno strappo sempre più profondo. L’assegnazione del Nobel a Navi Pillay e la contemporanea ritorsione sanzionatoria di Washington fotografano lo strappo ormai insanabile del sistema globale. Da un lato, resiste un’idea normativo-universalista del diritto, rappresentata dal percorso di Pillay; dall’altro si afferma il cinico realismo delle superpotenze (Stati Uniti, Russia e Cina per interessi diversi), pronte a smantellare le corti internazionali pur di proteggere la propria sfera d’azione. Il saggio di forza tra il diritto internazionale e l’imperium è la vera cifra del nostro tempo.