venerdì, 24 aprile 2026
Meteo - Tutiempo.net

Tutela minori e adulti vulnerabili: prima serata promossa dal Servizio Diocesano

Si è tenuta mercoledì 15 aprile la prima di due serate, promosse dal Servizio diocesano tutela minori e adulti vulnerabili, dedicata a giovani e adulti, laici, consacrati e sacerdoti impegnati in attività parrocchiali e associative. Ospite don Paolo Baroli, psicologo, docente alla Pontificia Università Gregoriana

È stata una prima serata molto partecipata quella promossa dal Servizio diocesano tutela minori e adulti vulnerabili, mercoledì 15 in Seminario vescovile.

Giovani e adulti, insegnanti, laici, consacrati e sacerdoti impegnati in attività parrocchiali e associative accorsi per ascoltare don Paolo Baroli, psicologo, docente all’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana, referente diocesano per la tutela dei minori, parlare di “Relazione che generano vita”, di buone relazioni. Presente il vescovo Michele, l’ospite è stato introdotto da Lucia Boranga, referente diocesana del Servizio tutela minori. “Quando sentiamo nominare questo servizio - ha detto don Baroli -, la mente corre subito, naturalmente, a tutti quegli aspetti che afferiscono al doloroso dramma degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. E, poi, se pensiamo ai Servizi diocesani tutela minori a qualcuno viene in mente un po’ di gratitudine per quella che è la risposta della Chiesa al dramma degli abusi. Una risposta che difficilmente vediamo in altre componenti della nostra società”.

Una Chiesa che ha preso coscienza di questo dramma e che ha individuato una serie di protocolli e prassi di prevenzione, da applicare nelle comunità per la salvaguardia dei più piccoli.

“Il tema che stasera affrontiamo e che mercoledì prossimo svilupperete con l’incontro sulle relazioni uno a uno - ha spiegato don Baroli - ci rimanda, però, a un livello ancora più profondo. La cultura delle nostre relazioni, come livello di prevenzione degli abusi”.

In questo senso il Servizio tutela minori non è solo una risposta a un dramma, ma si presenta come un aiuto importante per riflettere su noi stessi, per riflettere sul nostro modo di essere Chiesa, sul nostro modo di essere “corpo mistico di Cristo, segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.

Riflettendo su cos’è l’abuso, sia esso sessuale, fisico, spirituale, psicologico, di potere, di autorità, di coscienza o di qualsiasi altra forma, don Baroli ha specificato che “non nasce mai in un vuoto cosmico, ma prospera proprio lì dove le relazioni sono diventate sbilanciate, tossiche”.

Gli abusi non accadono mai per caso. E non coinvolgono mai solo le singole persone. Dobbiamo, allora, chiederci quale sia lo stato di salute, di maturità e di capacità generativa delle nostre comunità.

Citando il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, in uno splendido testo titolato “La vita comune”, anche don Baroli mette in guardia da un grande pericolo: “Chi ama il suo ideale di comunità cristiana più della comunità cristiana stessa, distruggerà ogni comunione cristiana, per quanto sincere, serie, devote siano le sue intenzioni personali”.

E spiegando la citazione, don Baroli aggiunge: “Se noi assolutizziamo i nostri ideali a discapito della realtà, finiremo per pretendere la perfezione, dagli altri e da noi stessi. E questo ci porterà a diventare estremamente controllanti. Al contrario, se siamo capaci di amare la comunità reale, accettiamo di entrare in un laboratorio di umanità, fatto di persone limitate, in cui però la grazia di Dio si manifesta non nella perfezione, ma nella sua misericordia per le nostre fragilità”.

Solo in questa dinamica, entrando in questa scelta di amore per la comunità reale, possiamo osservare la nostra comunità senza paura, e, anzi, con amore, con apertura alla grazia.

Ogni volta che una persona entra in una comunità, qualsiasi sia, porta con sé due bisogni psicologici fondamentali: il primo è il bisogno di appartenenza. Il bisogno profondo di dire noi, voglio fare parte di una famiglia più grande, voglio sentirmi ed essere realmente protetto”. Il secondo bisogno, diametralmente opposto, è il bisogno di individuazione. Cioè il desiderio altrettanto vitale di poter dire “io”, di essere riconosciuto nella propria unicità. Una comunità matura e generativa è quella che riesce a mantenere vivi questi due bisogni e mantenerli in equilibrio.

Perché, se in un gruppo si enfatizza solamente l’appartenenza, si finisce per schiacciare l’individuo, in cui si instaurano dinamiche manipolatorie. Le persone smettono di pensare in modo critico, delegano la propria coscienza al capogruppo, al leader di turno. Così funzionano le sette. Se al contrario si enfatizza esclusivamente l’individuazione si perde il senso del corpo, diventa un luogo dove ciascuno deve semplicemente pensare a se stesso, far crescere se stesso, dove prevale il narcisismo pastorale. In cui ciascuno usa il gruppo, usa il coro, usa la catechesi, usa l’altare solo per mettere in mostra se stesso. Come possiamo allora tenere insieme l’io e il noi senza che l’uno distrugga l’altro? Le relazioni mature non mirano ad appiattire le differenze per evitare i conflitti, ma mirano ad armonizzare le differenze.

ULTERIORI APPROFONDIMENTI SU LA VITA DEL POPOLO DEL 26.04.2026

SEGUICI
EDITORIALI
archivio notizie
16/04/2026

Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.

Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...

19/02/2026

Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...

05/02/2026

È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...

TREVISO
il territorio