Dei tanti messaggi di congratulazioni che mi sono arrivati in questi giorni, porto nel cuore, in particolare,...
Il duro rientro dei sopravvissuti
“Nel gennaio scorso, in una serata tetra e piovosa, ho visitato per la prima volta il paese e la stazioncina ferroviaria della frazione di Balconi dove scese anche mio padre il 29 giugno 1945. Me lo sono «visto» davanti, ho sentito dei treni in lontananza e mi sono commosso”.
Sono parole del coneglianese Paolo Girardi riguardo a quel che gli è accaduto all’inizio di quest’anno a Pescantina, in provincia di Verona. E non può non sorprendere che in quel momento stesse ricordando un evento accaduto 80 anni prima a suo padre Giuseppe, che fu tra i sopravvissuti al campo di concentramento in Germania e che riuscì a tornare in Italia, facendo tappa a Pescantina.
Quella dolorosa esperienza del padre, l’ha coinvolto al punto da farsi carico di un lavoro di ricerca storica e documentazione davvero unico, durato un decennio: la visita di tutti gli 80 campi di prigionia in cui furono internati gli Imi, in Germania e Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Francia, Ucraina, Russia. E poi anche dei luoghi dove furono sepolti: i grandi sacrari italiani in Germania e Polonia; i 119 piccoli cimiteri nell’ex Germania dell’Est. E l’anno scorso Girardi con la documentazione raccolta, ha pubblicato il libro “I lager degli italiani. I dannati di Badoglio”, che è un “unicum”, poiché offre una panoramica completa dei campi di prigionia in cui i soldati italiani vennero imprigionati, maltrattati, sfruttati alla stregua di schiavi fino allo sfinimento nelle fabbriche tedesche, in tanti casi fino alla morte.
Per quelli che si salvarono e riuscirono a rimpatriare dopo la fine della guerra, vennero allestiti nel territorio nazionale vari centri di accoglienza, per offrire assistenza e i primi aiuti. Il principale nel nord Italia fu il Car - Centro assistenza rimpatriati, allestito a Pescantina, alla periferia di Verona, dove transitarono centinaia di migliaia di ex prigionieri, tra i quali anche il padre di Paolo Girardi.
Girardi, perché fu importante il Car di Pescantina?
Il centro di accoglienza di Pescantina è stato fondamentale perché ha fornito il primo soccorso a questa enorme folla di persone stremate, disorientate, senza nulla se non dei vestiti laceri. Quelli che erano malati venivano ricoverati in ospedale. Da lì veniva dato aiuto per il proseguimento del viaggio: in treno, in corriera o con altri mezzi, anche con l’aiuto di associazioni, parrocchie e famiglie che giungevano a Pescantina in cerca del padre, del figlio.
Là operarono gli “Angeli di Pescantina”...
Fu un’esperienza di solidarietà davvero speciale, nata in modo pressoché spontaneo alla luce delle necessità che si manifestarono... Il nucleo principale dei volontari non era grande: una trentina di donne e ragazze del paese di Balconi, in gran parte dell’Azione cattolica. A esse si aggiunsero, poi, altri volontari di provenienza varia. Facevano cose semplici: a chi arrivava davano pane, acqua, e carta e matite perché potessero far arrivare subito loro notizie a casa. In seguito, tanti degli ex internati ricordarono l’importanza dell’accoglienza che ebbero da parte gli “Angeli di Pescantina”.
Quale fu l’esperienza di suo padre?
Mio padre venne catturato il 7 ottobre 1943 a Roma, insieme a oltre 2.500 che si trovavano nella caserma della Legione Allievi Carabinieri. Venne internato nello Stalag VII-A di Moosburg, nel sud della Baviera, che ospitò fino a 130 mila prigionieri provenienti da 26 nazioni e fu il più grande campo di prigionieri di guerra in Germania. Là più volte rischiò la vita per i bombardamenti e, una volta, per un colpo di baionetta infertogli da una guardia.
Come fu il suo ritorno a casa?
Dopo essere giunto a Pescantina, pur di arrivare a casa il prima possibile, anziché aspettare la disponibilità di corriere o altri mezzi di trasporto, preferì farsi a piedi la cinquantina di chilometri fino al paese di Bonavigo, vicino a Legnago, dove abitavamo allora. In seguito la mia famiglia abitò anche a Treviso, dove i miei genitori sono sepolti, nel cimitero di Canizzano.
Lei, nato nel dicembre del 1943, a causa della guerra e poi della deportazione in Germania poté incontrare suo padre per la prima volta solo al suo ritorno, a metà del 1945. Quali sono i suoi primi ricordi?
Non ho ricordi personali poiché avevo appena un anno e mezzo. Mia mamma mi raccontava che, quando tornò, all’inizio non ne volevo sapere ed ero come “spaventato” da mio padre, con la barba lunga, il fisico provato, deperito.
Lo scorso anno lei ha fatto una presentazione del suo libro al Senato della Repubblica. Quale rilievo ha avuto la prima Giornata nazionale degli Imi?
A dir la verità lo scorso anno ero rimasto un po’ deluso, poiché non c’era stata l’attenzione che mi aspettavo. Ma con il passar del tempo ho constatato un interesse crescente da parte di tanti, soprattutto nipoti che cercano informazioni sulle vicende di nonni: il lager dove vennero internati, il luogo dove furono catturati, ecc. E sono numerosi anche i Comuni e le associazioni che mi chiamano per incontri di presentazione del mio libro. Solo in questo mese di settembre ne ho in calendario una decina; tra questi il 20, nella giornata degli Imi, a Valdobbiadene, dove è ancora vivente un ex internato.



