Dei tanti messaggi di congratulazioni che mi sono arrivati in questi giorni, porto nel cuore, in particolare,...
Riflessione del vescovo Michele. Tornando da Lourdes...
Al ritorno dal pellegrinaggio di quest’anno dell’Unitalsi di Treviso e Padova a Lourdes, ho riflettuto sulle fatiche che tante persone e tante famiglie debbono portare, nella loro esistenza.
Malattie, infermità, disabilità, quotidiane solitudini, esperienze di vita molto impegnative. Eppure, il ricordo che rimane è quello della forza che sembra sostenere tutti i partecipanti al pellegrinaggio, la speranza di consolazione e di sostegno, l’amore che si vede negli sguardi, nelle attenzioni, nei gesti, piccoli e grandi. Speranza e amore che quasi con pudore, ma con evidenza, si manifestano nel modo in cui tutti si muovono, tutti fanno la propria parte, tutti portano il loro contributo: con serietà, professionalità, competenza, grande attenzione e dedizione, eppure con una leggerezza che non fa pesare le fatiche, che stempera le difficoltà, che rende a tratti gioiosa la fraternità.
È così per i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari. È così per le sorelle e i barellieri; per i responsabili dei treni e dei voli, per i giovani che prestano il loro servizio, per chi accoglie i pellegrini, per chi cura le liturgie, per i presbiteri che accompagnano il pellegrinaggio. È così per gli ammalati e i loro familiari, che insieme portano il carico più pesante, e dove si può quasi toccare con mano la potenza del legame che li unisce e li sostiene.
Ho visto anche quest’anno la grazia di una comunità che non rinuncia a mettersi in cammino assieme ai più fragili, e che in questa fragilità accolta trova la forza di una vita che ritrova istante dopo istante il suo senso, il suo valore.
Ho visto così nella concretezza di un’esperienza la validità di quanto papa Leone XIV ci ha detto nella sua enciclica «Magnifica Humanitas, sulla custodia dell’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale»: “Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, [...] in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli [...]. La Chiesa ricorda, con voce umile, ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli [...]. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9)” (MH, 12-13).
Ecco un grande “miracolo” di Lourdes: una comunità che non rinuncia a prendersi cura dei più fragili, e che per questo accoglie tutte le fatiche e crea relazione, vicinanza, ascolto, attenzione, cura e dono di tempo, impegno, competenza. Un’attività corale affinché nessuno resti solo o escluso, nessuno resti indietro. Il pellegrinaggio ha il passo di chi è più lento, e così è il cammino di un popolo.
Questa potrebbe essere anche la forma della nostra comunità cristiana intera, di fronte alle questioni sollevate dal «fine vita», come di fronte a ogni situazione in cui rischiamo di smarrire il senso dell’esistenza, e di non accogliere l’appello di vita che da più parti ci giunge. Nel pellegrinaggio alla Madonna di Lourdes non vi è nessuna delega ad altri, e ciascuno fa ciò che può e ciò che sa. Potrebbe essere così anche in quel «pellegrinaggio» che è la nostra vita quotidiana. Siamo in cammino insieme, comunità cristiana, cittadini di questo tempo, pellegrini di speranza: riceviamo quotidianamente l’amore di Dio e possiamo provare ad accoglierlo, a farci mettere in movimento, a camminare insieme, a donarlo agli altri, e a farlo fiorire tra noi. (✠ Michele)



