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Vescovo Michele: il pastorale di larice racconta sette anni di episcopato

La riflessione del vescovo Michele nella celebrazione eucaristica del 14 settembre, festa dell’esaltazione della Croce e anniversario della sua ordinazione nel duomo di Bressanone

Sette anni fa, il 14 settembre 2019, nella festa dell’Esaltazione della santa Croce, il vescovo Michele riceveva, nel duomo di Bressanone, l’ordinazione episcopale. Lunedì 14 settembre, nella stessa festa liturgica, mons. Tomasi ha presieduto la celebrazione eucaristica nella cripta della Cattedrale, nel settimo anniversario della sua consacrazione. Attorno all’altare si sono raccolti i canonici del Capitolo della Cattedrale, i vicari e i direttori degli uffici di Curia, insieme ai dipendenti della Curia, al personale della Vita del popolo, a religiose e fedeli della parrocchia del Duomo.

“Legno innalzato e legno che fiorisce”. A fare da filo conduttore alla riflessione di mons. Tomasi è stato il suo pastorale, realizzato con legno di larice proveniente dalla Val Venosta. Per spiegarne il significato, ha attinto alle pagine di Mario Rigoni Stern e al suo “Arboreto salvatico”, nel quale lo scrittore dedica al larice una delle sue riflessioni.

La festa dell’Esaltazione della Croce porta al cuore di questa simbologia. “Anche la Croce, prima di essere luogo della gloria del Signore, suo trono, è stata «legno»”, ha ricordato il Vescovo: legno di scandalo, prima di diventare legno di vita. E proprio il legno innalzato sulla Croce diventa, attraverso Cristo, strumento di salvezza. Accanto a questo legno, la Scrittura ne presenta un altro, capace di fiorire: il bastone di Aronne, che dopo essere stato deposto nella tenda del convegno, in una notte germoglia, fiorisce e porta frutto. “Ricevere il pastorale - un altro legno - in un giorno come questo è stato, fin dall’inizio, un annuncio di quale legno mi sarebbe stato chiesto di portare: legno innalzato, e legno che fiorisce” ha riconosciuto il Vescovo.

È dentro questo duplice orizzonte che mons. Tomasi legge il significato del pastorale e dei sette anni trascorsi alla guida della Chiesa di Treviso. Il larice descritto da Rigoni Stern è una “specie d’avanguardia”: cresce anche sui terreni smossi dalle frane e dalle alluvioni, dove la terra è stata ferita. Lo scrittore sottolinea proprio questa capacità del larice di attecchire anche in condizioni difficili. Così è, per mons. Tomasi, il ministero pastorale: non si sceglie il terreno nel quale essere posti, ma si viene collocati in una storia concreta, in una comunità, in una Chiesa già segnata da bellezza e fragilità. Il compito del pastore - ha sottolineato - non è attendere che gli venga concesso il suolo migliore, ma abitare con pazienza anche la terra smossa, ferita, sostenendo la fiducia che possa dare frutto.

Il larice suggerisce, poi, un’altra immagine. Rigoni Stern ne mette in evidenza la “leggera copertura”, che offre ombra e riparo senza impedire la crescita dell’erba. È, per il Vescovo, l’ideale di un governo pastorale che “non soffoca”, che protegge senza opprimere e lascia spazio alla crescita degli altri. Una presenza capace di custodire, ma anche di permettere a ciascuno di crescere nella propria libertà: “Ho sempre desiderato che fosse il tratto del mio ministero”.

Dalle ferite, balsamo e bellezza. Dalla ferita del larice, inoltre, sgorga una resina, utilizzata per la cura e per la bellezza (la trementina di Venezia): “da una ferita nasce un balsamo”. Le ferite personali e comunitarie, quando vengono attraversate con pazienza e nella fede, possono diventare nel tempo occasione di cura e persino di bellezza per altri.

C’è, poi, la forza di un legno temprato dalla montagna. Rigoni Stern ricorda la resistenza del larice, la sua capacità di vivere ad alta quota e, una volta divenuto “architrave”, di reggere case di montagna. “Anche una Chiesa locale porta scolpiti, nei suoi architravi invisibili, i nomi di chi l’ha attraversata: un ministero che si innesta in quella memoria non la sostituisce, né la snatura, ma la accompagna e cerca vie affinché essa possa sostenersi e crescere nella fedeltà a Dio”.

Un’altra caratteristica del larice è che non marcisce nell’acqua, tanto che i veneziani, oltre a costruire le navi, vi hanno edificato sopra chiese e palazzi. “Mi piace pensare così al servizio episcopale: una presenza spesso immersa nel quotidiano - le visite, le firme, i molteplici incontri - ma che dal contatto con la vita e dalla fede nella presenza del Cristo risorto trova forza di eternità”.

Alberi monumentali, possenti, che arrivano anche a 2.300 anni di vita, i larici. Ma sono soprattutto gli esemplari segnati dalle cicatrici quelli che lo scrittore dice di ammirare maggiormente: alberi contorti, con rami spezzati e profonde ferite provocate dalla caduta delle pietre, che ogni primavera tornano tuttavia a rivestirsi di verde e, in autunno, illuminano d’oro le pareti della montagna. È qui che la pagina di Rigoni Stern diventa, nella riflessione del Vescovo, immagine dell’Esaltazione della Croce: “Non «nonostante» le cicatrici, ma attraverso di esse, passa la luce”.

Sette anni sono quasi nulla per un larice. Eppure, ha osservato mons. Tomasi, sono sufficienti per conoscere vento, gelo e qualche ferita. “Le cicatrici non sono mancate”, ha riconosciuto pensando al cammino compiuto insieme alla Chiesa di Treviso. Ma il suo auspicio è che, nonostante le cicatrici, sia tornata, “primavera dopo primavera”, la luce verde e non siano mancati momenti di meraviglia, con “un poco d’oro a illuminare le pareti”.

Custodire e sostenere. Infine, il pastorale richiama la sua funzione originaria: con la curva raggiunge la pecora smarrita, con l’asta sostiene chi è stanco. Due gesti per un’unica cura: custodire e sostenere. Ma il pastorale, ha concluso mons. Tomasi, non gli appartiene. È un segno ricevuto e portato “per conto di un Altro”. Le parole della Prima lettera di Pietro ricordano, infatti, al pastore di servire facendosi modello per il gregge, in attesa del “Pastore supremo”. “Un giorno - ha ricordato il Vescovo - andrà restituito a Lui”.

Così, nel settimo anniversario della sua ordinazione episcopale, il pastorale di larice diventa, per il vescovo Michele, una sorta di memoria concreta del ministero ricevuto e vissuto e, insieme, una preghiera per gli anni che verranno: radicato nella terra affidata, capace di attraversare le ferite, di offrire riparo senza togliere luce, di sostenere chi cammina e di cercare chi si è smarrito. Sempre sotto il segno della Croce, quel legno che, innalzato, diventa per tutti segno di vita. (A.C.)

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