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Biadene: segno di fede viva

La comunità parrocchiale si è riunita in occasione del solenne rito di dedicazione dell’altare, presieduto dal Vescovo

Una comunità che si stringe attorno al suo altare è come una famiglia che ritrova il proprio focolare e la sua sorgente di vita. È con questo respiro di intensa emozione e di fede corale che Biadene ha vissuto, sabato 12 settembre, una delle tappe più significative e partecipate della sua storia recente: la solenne dedicazione del nuovo altare della chiesa parrocchiale di Santa Lucia, presieduta dal vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi. Una chiesa gremita, avvolta da un’atmosfera di viva commozione e di profondo coinvolgimento, ha fatto da cornice al coronamento di quel cammino di preparazione intitolato “Verso un nuovo altare”, avviato nel 2024 e capace di unire la preghiera della comunità, la sensibilità di artisti e progettisti e la sapienza manuale di artigiani locali in un’unica opera di grande bellezza, frutto della bravura di provetti artigiani e della fede viva di un’intera parrocchia.

A dare voce a questo clima di festa e di gratitudine è stato in apertura il parroco, don Davide Frassetto, che ha rivolto un caloroso saluto al vescovo Michele, all’arcivescovo emerito di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, al vicario foraneo, mons. Antonio Genovese, ai confratelli sacerdoti, ai diaconi, alle religiose, alle autorità e a tutti i fedeli intervenuti. Don Davide ha ricordato come l’assemblea si sia ritrovata per ricevere una carezza d’amore e di tenerezza dal Signore, offrendo in cambio, attraverso il nuovo altare sorto nello spazio sacro della chiesa e frutto del lavoro e delle donazioni di tutti, la propria carezza al Signore della vita, in un gesto vissuto proprio nell’anno in cui si celebrano gli ottocento anni dalla morte di san Francesco e nel segno della fede viva nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia.

Durante l’omelia, il vescovo Michele ha guidato i fedeli dentro il mistero del perdono evangelico partendo dalla celebre domanda di Pietro e dalla risposta spiazzante di Gesù sul perdonare «settanta volte sette». Il Vescovo ha spiegato come la misura del perdono evangelico non conosca calcoli o confini umani, ma rifletta la gratuità di un amore che ci ha perdonati per primi. Un insegnamento che si è fatto via via visibile attraverso i gesti densi e suggestivi della dedicazione: a partire dall’acqua benedetta, aspersa sui fedeli e sul nuovo altare non come semplice rito di purificazione, ma quale vivo e grato richiamo al Battesimo, il giorno in cui il debito con cui nascevamo ci è stato condonato gratuitamente dall’amore di Dio senza alcun nostro merito, rendendoci popolo perdonato e pietre vive che crescono attorno a Cristo, pietra angolare.

Il cammino della celebrazione - ha ricordato il vescovo - si è snodato attraverso l’ascolto della Parola dal Lezionario consegnato all’ambone (perché in questo luogo risuoni sempre e si riveli il mistero pasquale), fino alla deposizione sotto la mensa delle reliquie di san Pio X, santa Lucia, san Biagio, il monaco Parisio e del beato Enrico da Bolzano, a ricordare, come ha sottolineato il Vescovo che “non sono un cimelio da custodire: dicono a questa comunità che la misericordia non è un ideale astratto, ma una vita concretamente possibile, già vissuta da chi ci ha preceduto e ora intercede per noi”.

Inoltre - ha evidenziato mons. Tomasi - “attraverso la preghiera di solenne dedicazione, l’unzione con il sacro Crisma, l’incenso che sale verso l’alto e la luce dei ceri, l’altare è diventato ara del sacrificio e mensa del convito eucaristico”. Il Vescovo ha, infine, esortato i fedeli a lasciarsi trasformare da questo segno: uscire di qui domenica dopo domenica significa imparare a perdonare gli altri non sette, ma settanta volte sette, portando nella vita di tutti i giorni la stessa misura di misericordia ricevuta da Dio.

Prima della benedizione conclusiva e dei riti finali, la celebrazione ha lasciato ampio spazio alla voce dei progettisti, con l’intervento di Nicola Pavan e, poi, di Filippo Pisan per De Castelli. È stato così ricordato come l’opera odierna sia il frutto di un percorso biennale di confronto, elaborazione e sedimentazione, nato carichi di emozione non come una semplice raccolta di oggetti, ma come il risultato di un lavoro profondamente corale. Dietro queste forme ci sono le “mani pensanti” di imprese e artigiani locali che, con esperienza e curiosità, si sono intrecciate condividendo pensieri, sorrisi e la sapienza del loro mestiere.

Il progetto di adeguamento liturgico nasce dalla volontà di dare una nuova identità agli elementi della celebrazione attraverso un linguaggio unitario che unisce spazio, liturgia e dimensione spirituale, fondendo sacralità e materia, trascendenza e umanità. Il filo conduttore dell’intero progetto è il colore blu, scelto non solo per la sua bellezza estetica ma per le sue radici profonde nella tradizione cristiana: un richiamo al Cielo, all’infinito e alla dimensione divina quale legame diretto tra la terra e il sacro, oltre che profondamente legato alla figura di Maria, madre di Cristo e mediatrice tra l’uomo e Dio. Accanto al blu, materiali nobili e tradizionali come l’ottone e il rame - lavorati dal fuoco, dall’ossidazione e dalle mani degli artigiani per apparire fluidi, vivi e capaci di sfidare il tempo - esprimono la concretezza e la memoria del fare umano.

Sono stati, altresì, descritti i quattro fuochi liturgici, intesi non come semplici arredi, ma come veri e propri spazi e luoghi in cui si accede, in costante dialogo tra loro: l’altare, collocato al centro ed elevato su una predella di graniglia bianca da cui tutto nasce e si innesta, rappresenta la mensa del sacrificio e del convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli nella casa comune, con lati tutti ugualmente importanti e volutamente differenti dal vecchio altare per evitare ogni mera imitazione; l’ambone, dotato di una propria soglia, abbraccia il lettore e protende fisicamente la Parola verso l’assemblea; la sede accoglie il presidente invitando a varcare un gradino che si fa seduta; il cero pasquale slancia il cielo verso l’alto grazie alla potenza del rame nuvolato blu. Infine, il fonte battesimale ritrova la sua stabile collocazione ai piedi del presbiterio, in uno spazio ottagonale avvolto dai marmi.

Don Davide Frassetto, al termine, ha rivolto un ringraziamento a quanti hanno reso possibile questo traguardo. Un grazie particolare è andato ad Albino Celato di De Castelli per il dono delle opere in metallo, all’architetto Nicola Pavan, ai signori Battivegli per le graniglie e a Filippo Pisan. Don Davide ha osservato che un’opera così originale farà inevitabilmente discutere e accenderà la curiosità di molti, salutando però tutto questo come un’autentica occasione di grazia per interrogarsi e crescere insieme nella fede. Il Vescovo ha ripreso questa riflessione raccogliendo l’invito ad accogliere i curiosi, ma aggiungendo con accorata convinzione: “Io prego che tutti coloro che verranno qui, poi diventino fedeli”.

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