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Arti&mestieri/21. Tra vecchi volumi, scatole e fiori di carta della legatoria Rizzotto

Silvia Piasentin, 48 anni, ha rilevato la legatoria Rizzotto, fondata da Antonio nel 1946 in Borgo Cavour e, al suo ritiro, divisa in due rami tra i figli Daniele e Giorgio
05/07/2026

C’è un sorriso nel sottoportico Teatro Dolfin a Treviso: una vetrina con scatole colorate, grandi fiori di carta, quaderni variopinti, album ricamati a mano.

E lei, Silvia Piasentin, 48 anni, è là nel laboratorio di quella legatoria Rizzotto desiderata e voluta senza nemmeno l’odore del dubbio. Con il passare dei giorni, l’anno 2000 si avvicina al suo inizio, così come Silvia che sale ogni mattina sul treno per tagliare il traguardo della laurea in architettura. Ce la fa senza patemi, ed eccola passare e ripassare davanti alla legatoria, fermarsi, cogliere il coraggio e spingere la porta: da dietro il banco, la signora Giuseppina le posa lo sguardo addosso. Un attimo infinito e i discorsi infilano collane di perle. L’attività è in vendita. La giovane abbassa il capo: rallentano i battiti, accelerano le emozioni. Increduli i torni, le taglierine e le presse sempre là a temere le saracinesche chiuse, a immaginare la polvere librarsi negli spicchi di sole per addormentarsi poi sulla loro pelle. E non sanno che si vende con un’unica irrinunciabile condizione: la continuità di una storia di passione resistenza competenze e affetti che soffierà ancora tra i vicoli di Treviso.

Fondata da Antonio nel 1946 in Borgo Cavour, al suo ritiro la legatoria viene divisa in due rami tra i figli Daniele e Giorgio. Dopo una intensa cavalcata imprenditoriale, Giorgio muore a 52 anni, lasciando la moglie Giuseppina nella bottega in Riva al Cagnan. Sola. Da qui l’affanno nella ricerca della persona che sappia apprezzare storia e sapienza dei Rizzotto, ma raccoglie soltanto una sfilza di affitti.

Silvia non deve fingere e nemmeno spergiurare, cuore e cervello allineati spingono nella stessa direzione, alimentati dalle monete dell’entusiasmo e della creatività. Lasciato il lavoro, nel 2004 acquista la legatoria, e Giusi - come la chiama - le starà accanto ogni giorno fino alla fine: una suona, l’altra canta in perfetta armonia e costruisce un domani solido per quel gioiellino venuto dal passato.

Una foto di Giuseppina strizza l’occhio ai passanti. “Lei è stata la mia maestra e la mia spalla”, dice. D’accordo, logico.

Ma quella di papa Francesco nella vetrinetta accanto? Un sorriso caldo come l’amicizia. Quel momento ha sciolto molti cuori, racconta, anche il suo.

L’associazione ciechi e ipovedenti ha consegnato al Papa il testo dei vangeli scritto in codice Braille, un capolavoro vestito a festa dalle mani di Silvia. L’emozione sale ancora nel narrare il carico di sentimenti durante il lavoro e al ritorno da Roma del committente con la foto per lei.

Volente o no, il laboratorio la chiama da dietro: insiste il libro in apnea sotto la pressa, il tagliacarte ha lasciato andare gli sfridi e la macchina “doratrice” d’epoca sta scaldando i muscoli, invidiata da tornio, pinze e dall’intero armamento dei Rizzotto: si sente la regina in trono, lontano dal tavolo della plebe e accanto alla scatola di caratteri mobili da tipografo del passato. Eh, ma dobbiamo ammettere che i suoi lavori fanno strabuzzare gli occhi: titoli, monogrammi, stemmi di casate in rilievo dorato stuzzicano l’ego anche del più stoico di tutti i tempi.

La voce di Silvia è nei lavori che attraversano le sue giornate; si muove tra un cliente e un tornio, sparisce per riapparire con un messale da restaurare: MDCCXIII leggi in silenzio nel timore di rovinarlo. Sì, primo settecento, amici miei, un tomo violentato dal tempo, dai tarli, dalla muffa e dall’incuria degli uomini: ritroverà un po’ di splendore. Macchie e impronte restano, ma le pagine vengono ingabbiate e protette con un materiale invisibile, a fatica percepibile al tatto e che non ingiallisce negli anni. Emozione su emozione. Intuisce Silvia e riporta un aneddoto. Un pomeriggio la porta della bottega fruscia; la rilegatrice si affaccia dal laboratorio e vede un signore appoggiare sul banco un libro banale all’apparenza, soffermarsi ad accarezzarlo e, infine, senza incrociare lo sguardo le chiede di non togliere quel cerchio scuro lasciato dalla tazzina del caffè in una lunga notte di studio prima di un esame. L’oggetto vale per il ricordo.

“Accetto tutti i lavori richiesti e riesco a realizzarne almeno l’80 per cento. Riparo, rilego, rivesto di pelle, stoffa e carta”, spiega. Mai rifiutare ciò che puoi fare, anche se minimo, anche se non creativo. La legatoria va crescendo proprio per la filosofia della titolare e per la sua sensibilità che unisce competenza e arte. I clienti sono soprattutto privati che vogliono conservare ricordi: entrano e raccontano; lei assorbe tutto come una spugna, tanto da riuscire sempre a interpretare e soddisfare le aspettative, sia una scatola, sia un album, sia la copertina per il primo quaderno.

“Carta cartone colla e filo sono per me come farina e acqua per un fornaio”, dice ridendo.

La legatoria si chiamerà Piasentin? “Rizzotto è il suo nome”. Solida come roccia viva. Dentro c’è luce, fuori no: nella ragnatela dì nuvole, il sole di tanto in tanto strizza l’occhio al vento morbido sugli ombrelloni, sui fiori, sull’unica carta tra i sanpietrini della città.

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