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Ciad, missione via radio

Il progetto vuole unire le emittenti cattoliche del Paese, 18 milioni di abitanti, un terzo cristiani. La sfida ha anche una valenza civile, educativa e di denuncia, come spiega il coodinatore Percy Djimtamra Séraphin

Nel cuore dell’Africa centrale, il Ciad si presenta come un mosaico complesso e fragile. Con una superficie quattro volte superiore a quella italiana, privo di sbocchi al mare e abitato da quasi 18 milioni di persone suddivise in oltre 200 etnie, il Paese vive sulla linea di frattura tra il Nord musulmano e il Sud a maggioranza cristiana o animista.

In questo contesto di forte frammentazione socioculturale, dove i cristiani rappresentano circa un terzo della popolazione, la Commissione episcopale per le Comunicazioni sociali della Chiesa ciadiana ha intrapreso due anni fa un progetto per riunire in rete le emittenti cattoliche del Paese. L’iniziativa ha trovato un momento chiave dal 20 al 22 luglio 2026 a Bongor - al confine con il Camerun - dove direttori, giornalisti e operatori dei media di otto radio diocesane insieme ad esperti e vescovi locali, si sono riuniti per strutturare un’informazione e una formazione capaci di farsi voce dei margini e rimanere ancorate alla verità evangelica.

Oltre l’isolamento: il valore strategico della frequenza

Per farci raccontare questo nuovo progetto abbiamo intervistato Percy Djimtamra Séraphin, coordinatore della Réseau des Médias Catholiques du Tchadi (“Rete dei Media cattolici del Ciad”), che spiega come la Chiesa ciadiana - seguendo l’esempio di altre conferenze episcopali africane - abbia individuato nella radio uno strumento fondamentale di annuncio, animazione missionaria e promozione umana.

“L’obiettivo - precisa il giornalista, riprendendo le linee tracciate dal vescovo di Pala, monsignor Dominique Tinodji - è mettere in comune competenze ed esperienze, cogliere insieme le opportunità per trasformare le debolezze strutturali in sfide, mettendo la comunicazione al servizio della difesa dei più deboli”. Le emittenti non sono semplici infrastrutture tecniche, ma vere e proprie piazze comunitarie. “In un Paese dove l’accesso all’energia elettrica e alla telefonia resta un privilegio per pochi, la radio infrange l’isolamento: un unico apparecchio acceso all’interno di un cortile familiare diffonde programmi e informazioni all’intero vicinato, fungendo da collante sociale. Quando una stazione radio trasmette all’interno di un complesso familiare, può essere ascoltata da tutta la famiglia e, talvolta, persino dall’intero vicinato; si rivela, dunque, uno strumento potente per creare un legame con la comunità”. Dunque, uno strumento di animazione missionaria e di promozione comunitaria trovandosi spesso i cristiani sparsi nei villaggi della savana o nei quartieri delle città.

Dalla catechesi ai conflitti sociali

La portata del progetto supera la sola dimensione religiosa. Se, da un lato, la trasmissione radiofonica supplisce alla carenza di catechisti e sacerdoti nelle aree più remote della savana e delle montagne, consentendo a comunità isolate di accedere a catechesi, messe e approfondimenti religiosi, dall’altro si configura come un presidio educativo e civile. Attraverso rubriche dedicate alla salute, al diritto, all’agricoltura, all’allevamento e alla pace, i giornalisti offrono strumenti concreti di emancipazione. La sfida che appare interessante parte dalla consapevolezza di essere una Chiesa giovane e che la radio possa svolgere un ruolo fondamentale nel far fronte alla carenza di personale pastorale in alcune aree. “In Ciad - sottolinea - vi sono ancora popolazioni che non hanno praticamente mai sentito parlare di Gesù a causa della mancanza di sacerdoti e operatori pastorali. La trasmissione di funzioni religiose e programmi educativi contribuisce quindi a superare alcune barriere geografiche”.

Non solo: “La missione della rete di radio cattoliche va oltre l’evangelizzazione. I nostri mezzi di comunicazione fungono anche da piattaforme per l’istruzione e il dialogo. “Per questo - sottolinea Djimtamra -, in un Paese dove i cristiani sono minoranza, “le nostre stazioni radio non devono limitarsi a fare intrattenimento, ma soprattutto devono dare voce agli emarginati, ascoltare le loro preoccupazioni e trasmettere le loro istanze a chi detiene l’autorità”.

Un ruolo cruciale riguarda anche la prevenzione dei conflitti storici tra agricoltori e pastori per la gestione delle risorse naturali. In un quadro spesso complicato dalle ingerenze di autorità militari, amministrative e tradizionali che traggono profitti economici dal perpetuarsi delle tensioni, la radio punta a fare informazione trasparente e superare le barriere etniche. Un’opera di denuncia che comporta rischi personali elevati, tra minacce e tentativi di arresto per i cronisti che denunciano gli abusi di potere. Il giornalista ci confida di aver già personalmente subito minacce e tentativi di arresto per aver denunciato un abuso da parte di un governatore sulla popolazione. “La verità - incalza - fa male, ma questo non ci fa paura. Rispettando la verità e l’etica, continuiamo sempre a portare avanti la nostra missione”.

La filosofia dell’Ubuntu: la speranza viaggia sulle onde radio

A sostenere l’architettura di questa rete di emittenti locali è il principio dell’Ubuntu, l’idea per cui l’esistenza di ciascuno è indissolubilmente legata a quella degli altri lo sono perché noi siamo. Applicato al sistema dei media cattolici ciadiani, questo spirito implica che la vulnerabilità di una singola radio diventa una priorità per l’intero network. In un territorio segnato da profonde asperità geografiche e sociali, la speranza e la missione della Chiesa in Ciad viaggiano attraverso le onde radio: frequenze capaci di attraversare le distanze geografiche e culturali, portando voce a chi non l’ha mai avuta e costruendo, giorno dopo giorno, percorsi di convivenza pacifica.

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