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Giornata dei rifugiati. L’allarme Onu: una generazione nel limbo

Secondo il Global Trend Report 2026 dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, appena pubblicato, nel 2025 si registra una lieve flessione nel numero complessivo dei rifugiati a livello globale registra una lieve flessione rispetto all’anno precedente, ma non è una svolta, semmai una cronicizzazione della sofferenza

Secondo il Global Trend Report 2026 dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, appena pubblicato, nel 2025 si registra una lieve flessione nel numero complessivo dei rifugiati a livello globale registra una lieve flessione rispetto all’anno precedente, ma non è una svolta. Nelle cancellerie europee e occidentali qualcuno ha provato a leggere questo calo come l’inizio di un cambio di stagione, il segnale che le politiche di contenimento o la stabilizzazione di alcune aree stiano finalmente dando frutti.

Ma la realtà sul campo, analizzata stringendo la lente d’ingrandimento sui flussi e sulle condizioni di vita reali, smentisce qualsiasi narrazione ottimistica. Non siamo di fronte a una svolta, ma a una drammatica cronicizzazione della sofferenza. Solo nel 2025, ben 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case a causa di conflitti, persecuzioni e violenze. Le nuove crisi geopolitiche continuano a esplodere con violenza inaudita, mentre i vecchi focolai rimangono irrisolti, congelati in uno stato di perenne instabilità che impedisce qualsiasi reale transizione verso la pace.

Il miraggio dei rimpatri e la pressione sui vulnerabili

Analizzando i dati l’Unhcr svela un primo, macroscopico paradosso che riguarda i movimenti di ritorno: circa 4,4 milioni di rifugiati sono tornati nei loro Paesi d’origine, affiancati da oltre 10 milioni di sfollati interni che hanno riguadagnato le proprie aree di provenienza.

Nel complesso, questo rappresenta uno dei più grandi movimenti di ritorno registrati nella storia recente. Tuttavia, questi ritorni non sono il frutto di una ritrovata stabilità o di processi di pace riusciti. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di rientri avvenuti sotto coercizione, indotti da condizioni di vita insostenibili nei Paesi di primo asilo o da esplicite pressioni politiche ed economiche dei governi ospitanti. Caso emblematico lo scorso anno il rientro di quasi 3 milioni di afghani costretti a tornare in patria dall’Iran e dal Pakistan, per effetto della Guerra dei Dodici Giorni con Israele nel giugno 2025 e della crisi economica. Molti sono stati deportati senza documenti, senza preparazione e senza alcuna prospettiva di una reale reintegrazione nel loro paese d’origine.

Milioni di persone si trovano così a fare marcia indietro verso nazioni dove l’insicurezza persiste, dove i bombardamenti hanno polverizzato le infrastrutture vitali e dove l’accesso all’acqua potabile, alla sanità, alle scuole e a un lavoro minimo è semplicemente inesistente. Più che di rimpatri, si dovrebbe parlare di una ridistribuzione forzata della disperazione.

La trappola dell’esilio prolungato

La vera emergenza strutturale evidenziata dal rapporto, quella che raramente conquista le prime pagine dei media, è la durata dell’esilio. Oggi, il 70% dei rifugiati nel mondo - pari a circa 25 milioni di persone - è intrappolato in una condizione di esilio prolungato che dura da decenni. Intere generazioni, compresi bambini nati e cresciuti all’interno del perimetro di un campo profughi, non hanno mai conosciuto una vita diversa da quella della sospensione giuridica e personale. Pensiamo alla storia dei Rohingya: la più lunga, la più sistematica, la più ignorata.

Vivere in una situazione di esilio prolungato significa essere privati dei diritti umani più elementari. A queste persone è legalmente vietato lavorare, muoversi liberamente al di fuori dei campi o accedere ai sistemi sanitari e scolastici nazionali dei Paesi che le ospitano. I rifugiati “non vogliono rimanere in una situazione di limbo e sperano di poter tornare a casa il prima possibile”, ci ha spiegato Babar Baloch (Unhcr).

L’assistenza umanitaria di emergenza, nata per essere uno strumento temporaneo di gestione della crisi, si è trasformata in una modalità di vita permanente, un sussidio minimo che – prima dei tagli ai fondi alla cooperazione - garantiva la sopravvivenza biologica ma azzerava progressivamente la dignità, l’autonomia e la speranza nel futuro. Ora lo scenario si è particolarmente aggravato...

Una Convenzione attuale da non tradire

Di fronte a questo scenario, l’Unhcr ha tracciato una nuova e ambiziosa linea strategica per il prossimo decennio, denominata “50 by 35”. L’obiettivo politico e umanitario è quello di dimezzare il numero di rifugiati bloccati in situazioni di esilio prolungato entro il 2035. La tesi dell’agenzia ONU è netta: l’unico modo per scardinare questa trappola è l’inclusione strutturale. I Paesi ospitanti devono integrare i rifugiati nei propri sistemi economici, scolastici e sanitari.

Il successo della strategia “50 by 35” si scontra però con un nodo politico insoluto: la ridistribuzione delle responsabilità a livello globale. La stragrande maggioranza dei rifugiati non si trova nei Paesi ricchi del Nord del mondo, ma in nazioni in via di sviluppo o a basso reddito, geograficamente contigue alle zone di conflitto. Stati già gravati da pesanti crisi economiche interne che si trovano a sostenere da soli un carico umano immenso, nell’assoluto disinteresse della comunità internazionale.

Quest’anno ricorre il 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951, il trattato internazionale che per tre quarti di secolo ha rappresentato lo scudo giuridico fondamentale per la protezione delle vite umane. Oggi, quei principi sembrano vacillare sotto i colpi di politiche di esternalizzazione delle frontiere e respingimenti sistematici. L’UNHCR ha lanciato un appello severo agli Stati firmatari affinché tornino a rispettare il cuore pulsante del trattato: l’Articolo 33 della Convenzione del 1951, che sancisce il principio inderogabile del non-refoulement.

La necessità di non essere miopi

Il rapporto dell’Unhcr, letto in controluce, mette in chiaro che ogni singola traversata pericolosa nel Mediterraneo, ogni barcone intercettato e ogni corpo abbandonato nel deserto non sono tragici incidenti inevitabili, ma il fallimento politico della comunità internazionale. Le scelte odierne determineranno se milioni di individui rimarranno custodi di un limbo senza fine o se l’umanità saprà rimettere al centro il diritto alla dignità e alla speranza.

In occasione della Giornata Internazionale del 20 giugno, è necessario illuminare questi meccanismi e richiamare alle proprie responsabilità le istituzioni internazionali, i governi, la società civile. “Bisogna lavorare molto sull’integrazione, sull’inclusione e sulla valorizzazione delle loro capacità - afferma il portavoce dell’Unhcr che abbiamo intervistato - che vanno a beneficio anche dell’economia delle comunità ospitanti”, perché non è così facile il percorso di ritorno volontario o di reinsediamento in Paesi terzi.

Sul settimanale di questa settimana intervista da Ginevra con Babar Baloch, portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (Unhcr), sulla situazione della minoranza Rohingya, popolo simbolo di quanti sono costretti a lasciare la propria terra.

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