venerdì, 13 marzo 2026
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Libano: testimonianza da Beirut

Parla l’insegnante di italiano Elise Abou Joude: Un Paese nel terrore

“Per proteggere la mia vita, sento di dover dire di no a un dovere di ospitalità e di aiuto che come cristiana per me è fondamentale”. È un cruccio grande quello che sta vivendo Elise Abou Joude.

Libanese, è insegnante di italiano all’Istituto di cultura italiana a Beirut.

Qualche giorno fa Elise riceve una telefonata da una sua conoscente: “È una donna che abita nella zona sud della città. Io l’ho conosciuta perché, facendo l’interprete accreditata presso l’ambasciata, mi aveva chiesto una traduzione. Lei è musulmana e io l’ho aiutata perché la mia fede cristiana dice di guardare alle persone, non a che religione appartengono. E lei ne è rimasta contenta, perché quella traduzione è stata utile a suo figlio”.

Però, da quando è scoppiata la nuova guerra, i quartieri meridionali della capitale libanese sono diventati pericolosi, perché vengono colpiti da jet e droni israeliani: “Per questo - riprende Elise - questa signora mi ha raccontato che non vive più a casa sua, vicino alla quale sono già cadute delle bombe. Così mi ha chiesto se posso ospitarla, insieme alle sue figlie. Io le ho risposto di no, dicendo una bugia: che ho già ospiti in casa. Ho detto di no perché ho paura. Paura che lei abbia un parente in Hezbollah e che Israele arrivi a tracciarlo, colpendo casa mia. Da una parte, come cristiana, penso che non dovrei rifiutare di ospitarla, ma dall’altra, per proteggere la mia vita, sento di dover dire di no. Il mio cuore vorrebbe aiutare, ma la ragione mi ferma; forse sta prevalendo l’istinto di sopravvivenza. Vede in che situazione mi sta mettendo questo conflitto?”.

Quella di Elise è una delle tante storie che contrassegnano questa fase del conflitto in Medio Oriente. Il quartiere dove vive l’insegnante, nella zona nord di Beirut, finora non è stato colpito: abitato prevalentemente da musulmani di fede sunnita e da cristiani, si è salvato: “Ma sentiamo continuamente il rumore dei droni in cielo, di giorno e di notte, che perlustrano anche la nostra area; e sentiamo in lontananza gli scoppi delle bombe. E vediamo tanta gente - si parla di 150 mila persone - che lasciano le loro case nei quartieri meridionali e si spostano verso quelli a nord”. In tutto il Paese, secondo i dati forniti dalle Organizzazioni internazionali, gli sfollati sono, in realtà, già arrivati a 680 mila.

Una escalation di questi giorni, ma il conflitto è una condizione tragicamente consueta per chi vive a Beirut: lo conferma Elise Abou Joude, che ha una forte relazione con la città di Mestre, in particolare con la parrocchia della Gazzera, dove è venuta a testimoniare la condizione del suo Paese. “Io – ricorda - non ho mai vissuto un periodo bello a Beirut, perché da quando sono nata c’è una guerra. E il mio timore grande è che la pace a Beirut non si ritrovi più. Perché Hezbollah non vincerà mai e Israele potrebbe farci molto male».

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