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Giornata contro il lavoro minorile: la scusa del “non sapevo” non regge più

Incrociando gli ultimi dati disponibili sul nostro Paese quelli sugli infortuni del 2024 (Report Statistico congiunto con Unicef) con l’indagine sul lavoro minorile del 2023 condotta da Save the Children (indagine “Non è un gioco”) emerge che quasi un minore su 15 nella fascia tra i 7 e i 15 anni svolge o ha svolto una attività lavorativa, mentre la percentuale cresce ad un minore su 4 negli adolescenti tra i 14 e i 15 anni

Il lavoro minorile è un fenomeno mondiale ancora largamente presente, spesso nascosto e complesso da individuare, che compromette i diritti fondamentali dell’infanzia, privando bambini e bambine della possibilità di ricevere un’istruzione, di svilupparsi in modo equilibrato e di vivere in condizioni di salute fisica e mentale adeguate.

Quando si parla di lavoro minorile, è fin troppo facile immaginare scenari e Paesi lontani, che non riguardano direttamente la realtà italiana. Purtroppo non è così!

Se invisibili sono i minori senza diritti, la nostra coscienza collettiva rischia un’assuefazione imperdonabile. Per anni ci siamo raccontati la favola del sommerso per alleggerire il senso di colpa, trincerandoci dietro i comodi schermi del “non sapevo” o del “non potevo immaginare”.

La strage dei quattro braccianti arsi vivi, ad inizio mese, nel casentino ha rilanciato qualche sussulto di riflessione sui temi del lavoro irregolare che coinvolge anche i minori.

I numeri disponibili ci parlano con preoccupazione. Incrociando gli ultimi dati disponibili sul nostro Paese quelli sugli infortuni del 2024 (Report Statistico congiunto con Unicef) con l’indagine sul lavoro minorile del 2023 condotta da Save the Children (indagine “Non è un gioco”) emerge che quasi un minore su 15 nella fascia tra i 7 e i 15 anni svolge o ha svolto una attività lavorativa, mentre la percentuale cresce ad un minore su 4 negli adolescenti tra i 14 e i 15 anni.

Dietro ai numeri

Le conseguenze sulla loro vita sono immediate e devastanti. Chi inizia a lavorare prima dei 16 anni – l’età minima legale in Italia – va incontro a un tasso di bocciature alle scuole medie e superiori che è quasi il doppio rispetto a chi può dedicarsi solo allo studio. I banchi vuoti, le assenze prolungate e, infine, l’abbandono scolastico definitivo sono il prezzo altissimo pagato da questi ragazzi, ai quali si aggiunge il rischio concreto di incidenti sul lavoro, come certificano i drammatici dati dell’Inail sulle denunce d’infortunio tra i giovanissimi.

Una realtà complessa e diffusa che possiamo incontrare ogni giorno nella ristorazione, nella vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali, ma anche nel lavoro nei campi o nella manifattura tessile. Non possiamo più fingere di non vedere nemmeno le situazioni di mancate opportunità di futuro per quei bambini, spesso stranieri o italiani di seconda generazione, figli di famiglie lasciate ai margini.

Recentemente, i casi di cronaca hanno dimostrato che questi invisibili non risparmiano nemmeno il ricco Nord-Est, svelando laboratori tessili e laboratori artigianali nel cuore del Veneto dove i ragazzi lavorano in condizioni di semi-schiavitù, nascosti dietro le serrande abbassate di capannoni insospettabili. Eppure, i meccanismi per estrarre profitto comprimendo i diritti di chi non ha forza contrattuale si sono fatti così raffinati da rischiare di essere accettati come normali dinamiche di mercato.

Il pericolo più grave è l’abitudine: l’assuefazione – anche come consumatori – a una pericolosa scissione etica tra un ‘noi’ da tutelare e un ‘loro’ (i minori) a cui negare gli spazi, non offrire delle opportunità vere di autodeterminazione e a vedere come un problema sociale nei quartieri delle città e nei nostri paesi. E dentro questo cono d’ombra, il dramma si fa ancora più cupo quando colpisce i giovanissimi sotto i 16 anni già inseriti in circuiti lavorativi precoci, spesso invisibili alle statistiche ufficiali. Di questi, purtroppo, decine di migliaia sono adolescenti tra i 14 e i 15 anni impiegati in attività continuative o marcatamente pericolose per la salute, la sicurezza e la moralità, costretti a turni serali o notturni che ne compromettono il benessere psicofisico.

Una scuola per tutti. Esiste un legame diretto e perverso tra il lavoro minorile e i cosiddetti early school leavers, ovvero coloro che abbandonano precocemente la scuola anche in Europa. La povertà materiale delle famiglie, esacerbata dal prolungarsi della crisi economica e dai falsi modelli social di ricchezza facile, spinge i ragazzi a cercare un guadagno immediato, intrappolandoli in un circolo vizioso di bassa scolarizzazione, mansioni dequalificate e salari da sopravvivenza che ipoteca il loro futuro e quello dell’intero Paese. Su questo è necessario una scelta di campo per evitare che diversi ragazzi diventino adulti ‘senza diritti’: le nostre scuole dovrebbero favorire percorsi educativi e di istruzione individualizzati mediante insegnanti formati nei processi di inclusione interculturale e di promozione dei diritti umani.

In occasione della Giornata Internazionale del 12 giugno, è necessario illuminare questi meccanismi e richiamare alle proprie responsabilità l’intera catena del valore: istituzioni internazionali, imprese, enti locali, scuole, associazionismo, cittadini. Nessuno può più dire di non sapere!

Sul settimanale di questa settimana intervista con Lorenzo Guarcello, ricercatore senior in politiche del lavoro presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) a Ginevra sulle strategie internazionali messe in campo e le urgenze attuali per garantire un futuro dignitoso ai minori che lavorano.

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