Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Rapporto Onu su bambini e conflitti armati: un record drammatico che spezza il futuro
Nel 2025 la grammatica dei conflitti globali ha abbattuto l’ultimo argine della deterrenza umanitaria. Secondo i dati delle Nazioni Unite, le zone di guerra hanno registrato 38.558 gravi violazioni contro l’infanzia, travolgendo direttamente 24.174 bambini. Si tratta del picco più drammatico, dall’istituzione del mandato per la protezione dei minori (Caac), siglato trent’anni fa. L’aspetto più inquietante risiede nelle responsabilità: per la prima volta, le forze governative statali regolari superano le milizie irregolari, configurandosi come il principale autore delle atrocità, in particolare di uccisioni, mutilazioni e attacchi a scuole e ospedali. Una svolta che segnala il deterioramento del rispetto del diritto internazionale umanitario.
Il Rapporto annuale (A/80/723-S/2026/357) - redatto dall’ambasciatrice maltese Vanessa Frazier, su mandato del Segretario generale dell’Onu e presentato formalmente al Consiglio di sicurezza, a New York, il 24 giugno 2026 - evidenzia che uccisioni e mutilazioni hanno colpito 14.224 bambini (+34% e +10% sul 2024). Il bilancio si aggrava con 8.322 casi di diniego dell’accesso umanitario, 6.607 casi di reclutamento e 5.129 rapimenti. La mappa della sofferenza ricalca le principali faglie geopolitiche del pianeta: Israele e il Territorio palestinese occupato guidano la tragica classifica con 12.445 violazioni, seguiti da Repubblica Democratica del Congo (4.114), Nigeria (2.560), Myanmar (2.203) e Somalia (2.195). Cifre che rappresentano solo la punta dell’iceberg, a causa dei frequenti blocchi al monitoraggio indipendente sul terreno, in quanto la stragrande maggioranza degli abusi non viene mai ufficialmente accertata.
Ne parliamo in esclusiva con Vanessa Frazier, rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati (Srsg), in carica da ottobre 2025.
Il bilancio di un dramma globale
Il primo rapporto annuale di Frazier delinea un quadro allarmante: “Dietro ogni singola statistica, c’è un bambino la cui vita è stata irrevocabilmente sconvolta dalla guerra”, la premessa. Nelle sue parole si avverte la frustrazione per un’architettura multilaterale incapace di frenare la violenza ordinaria: “Siamo testimoni del devastante impatto di un numero crescente di conflitti armati, dell’intensificazione e del prolungamento di crisi già esistenti, e di un disprezzo sempre più palese per il diritto internazionale umanitario e per i diritti umani. I bambini vengono uccisi, mutilati, reclutati e usati da forze e gruppi armati; vengono rapiti, subiscono violenze sessuali, si vedono negare l’assistenza umanitaria e vengono privati dell’istruzione e delle cure mediche a causa di attacchi mirati a scuole e ospedali”.
La critica della Rappresentante speciale si sposta rapidamente dal piano burocratico a quello politico: “Dopo decenni di prove, avvertimenti e appelli, la comunità internazionale non può sostenere di ignorare ciò che sta accadendo ai bambini nei conflitti armati. Queste atrocità non sono una conseguenza inevitabile della guerra: possono, e devono, essere prevenute. Questo Rapporto deve fungere da sveglia per la coscienza collettiva”. Poi, l’affondo: “L’inazione della comunità internazionale deve considerarsi come una scelta politica consapevole”.
La crisi del sistema multilaterale
Leggendo il testo, emergono due evidenze collegate: l’erosione delle tutele d’area e l’inasprimento generalizzato delle guerre. L’ambasciatrice, in prima battuta, analizza la complessità degli scenari attuali, precisando che “ciò a cui stiamo assistendo è la convergenza di molteplici fattori critici: la proliferazione e la cronicizzazione dei conflitti armati, il crescente disprezzo per le norme internazionali e ostacoli sempre maggiori alla protezione dei civili, in particolare dei più piccoli”. Tuttavia, Frazier rifiuta la retorica del collasso definitivo dei meccanismi Onu: “Non parlerei di fallimento strutturale dei meccanismi di protezione. Le norme internazionali sono solide, ma la loro efficacia pratica dipende dalla volontà politica, dal rispetto da parte dei belligeranti e dal sostegno continuo della comunità globale”.
Consiglio di sicurezza al palo?
Considerando la sua lunga esperienza diplomatica - che l’ha vista anche presiedere il Consiglio di Sicurezza - chiediamo a Frazier se l’organo di governo delle Nazioni Unite sia ancora lo strumento adatto a rispondere alle crisi correnti. “Il Consiglio di Sicurezza - è la risposta - rimane un pilastro insostituibile dell’architettura di pace e sicurezza internazionale. Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, detiene la responsabilità primaria del mantenimento della pace globale, e le sue risoluzioni possono incidere profondamente sulla vita dei minori coinvolti nei conflitti”.
Nonostante lo stallo politico sui grandi dossier, la Rappresentante rivendica il valore dei protocolli Caac: “Dal punto di vista del nostro mandato, il Consiglio ha svolto un ruolo cruciale negli ultimi tre decenni: ha strutturato l’agenda politica sul tema, istituito il meccanismo di monitoraggio e reporting, sviluppato il processo di inserimento dei colpevoli nella ‘lista nera’ e richiamato costantemente le parti a cessare le violazioni. Strumenti che hanno garantito progressi tangibili per migliaia di bambini. Infine, incalzata sull’argomento, risponde che “le questioni relative alla riforma del Consiglio di sicurezza spettano esclusivamente al dibattito e alle decisioni degli Stati membri”.
Lo spettro dell’impunità statale e la tecnologia
L’analisi di Frazier si sposta sulla cecità selettiva degli Stati sovrani: “Il Rapporto evidenzia come le gravi violazioni contro l’infanzia siano commesse da ogni tipo di attore bellico, sia statale che non statale. Tuttavia, il fatto che per la prima volta le forze governative regolari siano i principali responsabili di queste violenze rappresenta uno spartiacque drammatico. È un segnale inquietante, che evidenzia un disprezzo totale per il diritto internazionale e per le protezioni speciali riservate ai minori”.
A peggiorare lo scenario, contribuisce la modernizzazione dei conflitti. L’impiego massiccio di velivoli senza pilota (droni) e sistemi di puntamento algoritmici guidati dall’intelligenza artificiale ha provocato un’impennata di decessi collaterali tra i civili. “Questa tendenza è amplificata dall’intensificarsi delle ostilità, dall’uso di armi esplosive in aree densamente popolate e dai rischi legati all’integrazione di nuove tecnologie, come droni e sistemi di intelligenza artificiale, nei processi di puntamento dei bersagli. Quando sono proprio gli Stati, sui quali ricade l’obbligo giuridico e morale di proteggere i minori, a diventarne i carnefici, assistiamo a una pericolosa erosione dei principi di distinzione, proporzionalità, precauzione e necessità. I Governi devono riaffermare con forza questi standard”. Un’azione resa complicata dal fatto che molti Stati membri tentano attivamente di ostacolare il monitoraggio indipendente delle Nazioni Unite, riducendo di fatto la trasparenza sul terreno.
Un impatto che colpisce in modo asimmetrico la fisionomia stessa dell’infanzia. I corpi dei bambini, per ragioni anatomiche, subiscono danni sproporzionatamente maggiori a causa delle moderne armi a frammentazione.
La geografia del dolore
Con 12.445 violazioni verificate, i Territori Palestinesi detengono il primato assoluto della crisi. Questa situazione, precisa Frazier, “resta tra le più drammatiche al mondo. Il nostro impegno primario è pretendere che tutte le parti rispettino i propri obblighi, adottino ogni misura precauzionale per non colpire l’infanzia e garantiscano che i colpevoli rispondano delle proprie azioni”.
Su questo quadrante, va segnalato il durissimo scontro verbale che ha visto protagonista l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon, il quale, a margine della presentazione del report, ha attaccato frontalmente Frazier, accusandola di parzialità e antisemitismo, un attacco che ha trovato scarso eco sulla stampa italiana ed europea. Di fronte alle provocazioni politiche, la Srsg sceglie di non alimentare la polemica, arroccandosi sulla neutralità dei dati scientifici: “Ogni bambino, a prescindere dalla sua nazionalità o dal contesto in cui nasce, possiede i medesimi inalienabili diritti”.
L’altro grande baricentro del danno sistemico resta l’Africa subsahariana, flagellata dal reclutamento forzato di minori da parte di milizie ed eserciti regolari: “Si tratta di un fenomeno strutturalmente legato all’insicurezza cronica, agli sfollamenti forzati e al collasso dei servizi essenziali, oggi esacerbato anche dagli shock climatici che distruggono i mezzi di sussistenza delle famiglie”.
Tuttavia, Frazier rivendica alcuni successi concreti sul campo, frutto di una strategia multilivello basata su diplomazia e prevenzione. “Nel 2024, tre gruppi armati della coalizione Wazalendo nel Nord Kivu (Rdc) hanno firmato impegni formali e moltissimi bambini sono stati liberati. In Somalia, dopo la rimozione del governo dalla lista nera, abbiamo concordato a fine 2025 una roadmap contro le mutilazioni e le violenze sessuali. In Nigeria, l’applicazione dei protocolli di transizione ha permesso di azzerare i casi di detenzione infantile nel corso del 2025”.
Osservando il quadrante asiatico, in particolare Myanmar e Afghanistan, la dinamica è simile: “Qui i bambini vengono sfruttati sia da forze statali che da gruppi ribelli non solo come combattenti attivi, ma anche come portatori, messaggeri, vedette e addetti alla logistica, ruoli che li espongono costantemente a mutilazioni, stupri e uccisioni”. A differenza del contesto africano, dominato da economie di guerra e frammentazione delle milizie, l’Asia mostra risvolti differenti: “Questo fenomeno non è quasi mai alimentato da ragioni puramente ideologiche; nasce, piuttosto, da un mix letale di povertà estrema, mancanza di scuole, sfollamento forzato e insicurezza climatica”.
La situazione è particolarmente grave anche sul versante russo-ucraino, dove molte aree risultano, però, interdette agli operatori umanitari. Solo nel mese di giugno 2026, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani ha registrato in Ucraina ben 123 minori colpiti (7 morti e 116 feriti).
Dentro alle ferite
Oltre alla letalità delle armi da fuoco, l’inchiesta mette a nudo i traumi di lungo periodo: violenza psicologica, abusi sessuali, migrazioni forzate e sfruttamento economico. Su queste ferite invisibili, Frazier conferma l’effetto cumulativo della violenza: “Le ferite invisibili sono drammaticamente diffuse e intimamente interconnesse. Lo sfollamento forzato, ad esempio, priva i minori delle loro reti di protezione, rendendoli prede vulnerabili per trafficanti, reclutatori e abusatori sessuali”.
Un quadro difficile da mappare per intero: “La reale entità di traumi ,quali la violenza sessuale o il danno psicologico profondo, è estremamente complessa da quantificare ed è soggetta a una forte sotto-segnalazione a causa del pesante stigma sociale, del terrore delle vittime e delle barriere logistiche che incontriamo sul campo. Ciò che possiamo affermare con certezza è che la complessità del danno psicofisico inflitto ai minori nei teatri di guerra richiede un potenziamento immediato e straordinario delle reti di supporto psicologico e di riabilitazione”.
Ragioni per non arrendersi
In mezzo a questo scenario apparentemente privo di sbocchi, Frazier rifiuta la rassegnazione geopolitica: “Esistono ragioni concrete per non cedere alla disperazione, e assumono un valore immenso proprio alla luce di un quadro globale così cupo. Laddove si riesce a instaurare un dialogo costante e rigoroso con le parti in conflitto, i risultati arrivano: registriamo costantemente il rilascio di minori dai gruppi armati, l’attuazione di riforme legislative e una riduzione sostanziale dei tassi di reclutamento in diverse aree geografiche”.
Per l’esponente Onu, la tenuta del sistema non si misura solo nei palazzi di New York, ma nella resistenza delle reti di prossimità: “La vera speranza risiede nello straordinario coraggio delle comunità locali, delle organizzazioni della società civile e degli operatori umanitari in prima linea, che rischiano la vita ogni giorno per offrire istruzione d’emergenza, programmi di reinserimento e supporto psicologico ai bambini sopravvissuti. Quando la comunità internazionale agisce in modo coordinato, unito e persistente, il cambiamento è possibile. Ma la risorsa più potente sono i bambini stessi: oggi, alcune delle voci più autorevoli e coraggiose a livello globale nella lotta contro l’uso dei minori nei conflitti sono proprio ragazzi e ragazze ex-soldato. La loro resilienza ci dimostra che proteggere l’infanzia non è un’utopia, ma un dovere per cui vale la pena continuare a combattere senza sosta”.
L’intervista si chiude con un richiamo pragmatico al realismo politico: “Per un bambino che vive sotto le bombe non contano le geometrie delle istituzioni internazionali, ma la rapidità e la fermezza con cui la comunità internazionale agisce per salvargli la vita”.
Enrico Vendrame



