venerdì, 11 settembre 2026
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Siccità, emergenza permanente

Estati sempre più calde e secche, da tutti arrivano grida di dolore, ma chi dovrebbe intervenire finora l’ha fatto ben poco. Nel frattempo, il senatore De Carlo ha presentato un disegno di legge che prevede nuovi livelli minimi per i laghi di montagna, e il Consorzio di Bonifica del Piave insorge

L’estate del 2026 si prende il primo posto, la più calda dal 1960. Ce lo dicono i giovani talenti di Meteo Bassano e Pedemontana del Grappa. L’estate del record fu nel 2003, 25,7 gradi centigradi media estiva,quest’anno dalla centralina di Castelfranco Veneto arriva il nuovo record: 25,8. Segno che il cambiamento climatico accelera stabilmente.

La siccità del 2003 fu preceduta da un inverno poco piovoso. L’estate del 2022 è stata sorella di quella del 2003. Se si osserva il grafico delle estati ci si accorge che negli ultimi 10 anni c’è uno scatto netto sopra i 24 gradi di media.

La dinamica è chiara, lo è da diversi anni, eppure anche quest’anno urla e grida di dolore dovunque appena l’estate ha cominciato a fare quello che fa dal 2012 con costanza, ovvero diventare sempre più calda e provocare temperature al suolo elevatissime e situazioni di siccità. Urlano i politici, urlano i contadini, urlano i sindaci, tutti al grido di “non piove? Governo ladro”, tutti a mandare la palla in tribuna, senza una parola su ciò che in questi anni non è stato fatto.

La Regione Veneto dichiarò lo stato di emergenza già nel 2022, oggi Stefani lo fa ancora. Prima c’era stata la crisi idrica del 2012, poi quella del 2015, e quella del 2017. Insomma, in 10 anni siamo andati in emergenza cinque volte.

Eppure, l’assessora regionale all’Ambiente, Elisa Venturini, definisce questa del 2026 un’estate eccezionale. Gli risponde lo stesso assessore all’Agricoltura Bond: “Non possiamo più inseguire un’emergenza che è permanente. Oggi va governata in modo intelligente l’acqua, prepariamo investimenti per aumentare capacità di accumulo” e annuncia un piano da 30 milioni di euro: per la prima volta, la Regione interviene con fondi propri.

Drammatica la situazione dei contadini. Qualcuno ha dovuto saltare un turno di irrigazione a pioggia. Cosa che può apparire banale, in realtà significa diminuire il reddito dell’anno e, se la cosa si ripete, perdere il raccolto. Eppure, sono le associazioni dei contadini a tenere da anni le leve del potere dei bacini irrigui che si occupano appunto di distribuire l’acqua dei principali fiumi del Veneto, Po, Adige, Piave, Tagliamento e altri.

Il sistema di elezione dei consigli di amministrazione dei consorzi di bonifica, a cui possono partecipare tutti i proprietari di fabbricati e terreni, premia nella rappresentanza le associazioni dei contadini. Giuseppe Romano è stato presidente dal 2000 del consorzio Brentella e quando questo è confluito nel Consorzio Piave è stato presidente per altri 10 anni; Giorgio Piazza è a capo da 11 anni del Consorzio di bonifica Veneto Orientale. Paolo Ferraresso ha svolto due mandati alla guida del Consorzio di Bonifica Bacchiglione e dal 2025 guida il Consorzio di Bonifica di secondo grado Leb. Silvio Parise, in passato, ha svolto due mandati al Consorzio Alta Pianura Veneta. Amedeo Gerolimetto, presidente del Consorzio di Bonifica Piave, è in carica dal 2020. La stabilità di questi enti non è bastata a salvare il Veneto dalla siccità. Nessun sindaco si è mai stracciato le vesti o si è dimesso, chiedendo al Governo un intervento definitivo contro la siccità. Anzi, spesso, proprio dai Comuni arriva la resistenza alla realizzazione dei bacini di recupero e conservazione delle acque piovane. Scatta la sindrome nimby, “facciamo pure i servizi per le comunità ma lontano da casa mia”, quel lago è bello, è utile, ma tenetelo lontano da me.

Infine il Governo, verso cui si indirizzano gli strali e le richieste di tutti. Il canestro per contenere tutte le richieste è lì a Roma e il gioco delle influenze punta verso il Ministero delle infrastrutture e trasporti, Mit. Prima del 2022 una delle migliori idee fu quella del “piano invasi” del governo Gentiloni: con soli 250 milioni di finanziamento era, però, destinata al fallimento.

Tanti i tentativi di fare un piano nazionale, nel 2022 sembrò riuscirci il ministro Matteo Salvini, che varò il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, Pniissi. Quattro anni dopo, grandi opere sono partite in Veneto, come il Canale Leb e l’Adigetto Scortico, ma il resto è in progettazione. Il 9 agosto il ministro ha riunito la famosa cabina di regia del Pniissi, ferma da un anno. Si è verificato lo stato di attuazione di 733 interventi per un finanziamento complessivo superiore a 6 miliardi di euro. Finora utilizzato un miliardo per il settore idrico potabile e 700 milioni per l’uso irriguo dell’acqua. Ben poca, insomma, la strada fatta dal 2022.

Tra pianura e montagna, la guerra dei bacini

Non bastavano il sole e la mancanza di pioggia, ci si è messo anche Luca De Carlo, già sindaco di Calalzo di Cadore e senatore di Fratelli d’Italia, ad arroventare l’estate. Ha presentato un disegno di legge che prevede nuovi livelli minimi per i laghi di montagna: ad esempio, per il lago di Centro Cadore si prevede la quota minima a 673,5 metri sul livello del mare, innalzata a 678 metri in estate (periodo giugno/settembre); per il lago di Santa Croce, questi valori sono fissati a 378 metri (382 nel periodo estivo); al lago del Corlo la quota è pari a 256 metri (262 nei mesi estivi). Insorge il presidente del Consorzio di Bonifica del Piave, Amedeo Gerolimetto: “Le quote ipotizzate dal senatore De Carlo, se applicate alla stagione appena trascorsa, avrebbero interrotto l’attingimento a metà luglio, consentendo il prelievo di meno della metà dell’acqua necessaria per portare a termine le coltivazioni del mais, delle viti e delle colture orticole interessate da reti strutturate che prelevano dal Piave. L’interruzione a metà della maturazione avrebbe determinato una perdita completa della produzione agricola”.

Senatore, lei sembra aver aperto una guerra tra poveri. Tra la montagna e la pianura.

La mia proposta nasce dalla consapevolezza che l’acqua non è una risorsa infinita. L’acqua in montagna non c’è più. Il Piave ha perso quasi il 90 per cento della portata, al Ponte della Vittoria a Belluno prima passavano 50 mc al secondo, adesso ne passano 11. A Gerolimetto ho detto che è difficile chiedere sacrifici alla gente di montagna, se nel contempo non si costruiscono bacini di raccolta in pianura.

L’accusano di privilegiare la montagna.

Il mio impegno per tutta l’agricoltura veneta è testimoniato dal fatto che ho contribuito a realizzare il decreto siccità, dove si consente la realizzazione in edilizia libera dei laghetti di raccolta, il riutilizzo delle acque reflue e la sperimentazione delle “tea”, tecniche di evoluzione assistita, che in futuro consentiranno di avere piante geneticamente resistenti alla siccità. Il mio impegno per l’agricoltura è nel trattenimento delle acque piovane: in Europa quasi un litro d’acqua piovana su quattro viene “trattenuto”, soltanto il 4 per cento in Veneto. Tutti, non solo la montagna, dobbiamo realizzare serbatoi.

Di chi è la responsabilità dei grandi ritardi su questo tema?

Intanto, bisogna dare atto al ministro Matteo Salvini di aver costituito nel 2022 il primo piano nazionale e di aver varato la cabina di regia. Annunciati 6 miliardi, finora circa un miliardo speso, che si aggiungono ai 2 miliardi e mezzo del Pnrr in corso di utilizzo. Quanto ai consorzi, si sono impegnati grazie ai fondi Pnrr per i nuovi impianti di distribuzione. La Regione, per la prima volta è intervenuta con il fondo per l’innovazione. Infine, ci sono i Comuni, che devono consentire aree per le vasche di raccolta. Imitiamo il sistema idrico della Capitanata, a Foggia: le vasche raccolgono circa 350 milioni di metri cubi d’acqua.

Ulteriori approfondimenti su “La vita del popolo” del 13 settembre 2026

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