Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Rivolte in Francia, ora ripartire dalle relazioni
Duri scontri dopo la morte di un giovane franco-algerino, a Nanterre. Giornate di violenze, represse dalle forze dell’ordine in diverse città d’Oltralpe, che hanno portato a una seconda vittima a Marsiglia, dove vive da otto anni una comunità delle Discepole del Vangelo. Le abbiamo contattate per comprendere la situazione
Le banlieue francesi sono tornate ad infiammarsi nelle scorse settimane, acutizzate negli scontri dopo la morte di un giovane diciassettenne franco-algerino, Nahel, ucciso da un poliziotto, a Nanterre, durante un controllo stradale a cui si sarebbe rifiutato di obbedire. Giornate di aggressioni e violenze, represse con fermezza dalle forze dell'ordine in diverse città d'Oltralpe, che peraltro hanno portato, nei giorni scorsi, a una seconda vittima in terra marsigliese, per un probabile “shock violento a livello del torace” causato da un proiettile di “tipo flash-ball”, in dotazione alla polizia.
Il ricordo torna veloce e immediato alle tre settimane di disordini che sconvolsero la Francia nel novembre 2005, quando Nicolas Sarkozy era ministro dell’Interno. Da allora, vi sono stati numerosi episodi di rivolte nelle periferie urbane, con auto incendiate e vetrine infrante. A fare da detonatore, su uno sfondo di disagio sociale, emarginazione, difficile integrazione di una parte degli immigrati e rabbia giovanile, sono quasi sempre arresti, maniere forti della polizia per riportare l’ordine, morti duranti inseguimenti o scontri con le forze dell'ordine. Il sociologo Francois Dubet ha contato una quarantina di rivolte dall'inizio degli anni '80, con molte caratteristiche a ripetersi.
Profonde fratture sociali
“La situazione è molto complessa - raccontano sorella Francesca, Anna e Lara della Fraternità delle Discepole del Vangelo a Marsiglia, raggiunte con una videochiamata -. Le radici di questi disagi sono lontane nel tempo, sedimentate nella storia recente di questo Paese, legate alle dinamiche della colonizzazione, alle vicende migratorie che hanno stratificato la società, alle caratteristiche proprie del tessuto sociale francese”. Marsiglia conta 900 mila abitanti, la seconda per dimensioni e popolazione, persone di ogni angolo del mondo vivono lì, in diversi casi anche da due o tre generazioni. L'integrazione, o qualsiasi cosa ci assomigli almeno un po', è un processo sociale complesso che non sempre si è realizzato o non dappertutto; lo prova il fatto che “se nasci con un certo nome, in un certo quartiere, con un certo colore della pelle, non hai le stesse opportunità di altri”. Del resto, i recenti disordini nelle principali città francesi riportano all'attenzione pubblica temi di rilevanza globale, che “almeno da un quarto di secolo dominano sia le dinamiche del Mediterraneo allargato sia il discorso politico” si legge in un recente approfondimento di Limes.
“Parliamo con le persone che abitano nel nostro quartiere a Nord di Marsiglia, 6 grandi palazzi in cui vivano oltre 3.000 abitanti - raccontano -. Molti di loro non si sentono pienamente cittadini francesi, non hanno la stessa qualità nella proposta scolastica, la medesima possibilità di accesso al mondo del lavoro, opportunità di partecipazione”. E’ così che si accentua giorno dopo giorno, quella frattura sociale profonda che non si sana ritirando un provvedimento di legge o reprimendo delle manifestazioni di piazza. Confini spezzati dentro a una società stratificata dalle vicende, mai completamente risolte, della storia e dalle migrazioni che negli anni si sono succedute.
Una storia da “sanare”
Lo hanno sottolineato bene i vescovi francesi, con la nota congiunta uscita durante i primi giorni di luglio mentre le proteste infiammavano: “La nostra società sappia individuare con lucidità le cause della violenza e trovare i mezzi per superarla. Ti preghiamo, Signore, per il ritorno alla calma e alla pace nel nostro Paese. Ti affidiamo Nahel e preghiamo per i suoi cari. Lo Spirito di luce e di pace li sostenga. Ti affidiamo i feriti di queste notti di violenza, e coloro i cui luoghi di vita o di lavoro sono stati distrutti o danneggiati. Ti preghiamo per coloro che sono impegnati nelle forze dell’ordine e nei servizi statali, sottoposti a forti pressioni e talvolta attaccati. Ispiraci, affinché con i credenti di altre denominazioni cristiane e di altre religioni come pure tutti i nostri concittadini, sappiamo essere artefici di dialogo e di pace”.
“Dentro una società in cui molti fanno fatica, si sentono sfruttati e ghettizzati, precari e discriminati, in dinamiche sociali che il Covid ha acutizzato, il disagio torna a esplodere - proseguono le Discepole -. Ci interroga la richiesta che viene da tante parti di «fare verità» sulla storia passata, costruire autentiche vie di perdono e dunque di pace”.
E’ l’epoca dei social
Se c'è qualcosa di molto differente tra i fatti del 2005 e quelli di oggi è lo sviluppo dei canali di comunicazione, che consentono una diffusione non filtrata e istantanea delle informazioni.
L’omicidio di Nahel è stato filmato, le scene di distruzione e saccheggio trasmesse sui social creano scalpore e hanno un effetto a valanga, oltre al fatto che le reti cambiano il modo in cui percepiamo le situazioni. I giovani comunicano attraverso i social, costruiscono le loro narrazioni, si danno appuntamento, fissano obiettivi.
Del resto, in piazza, stavolta, sono scesi soprattutto ragazzi giovanissimi dei quartieri più svantaggiati, che dopo la pandemia hanno perso ogni connessione con il mondo degli adulti.
Legami da ricucire
Se, a questi elementi, si aggiungono le difficoltà economiche che ovunque accentuano le diseguaglianze, la mancanza di lavoro dignitoso, la guerra alle porte di casa, e quella dentro ai propri quartieri per il controllo del mercato della droga, la percezione che la polizia utilizzi metodi spesso “coercitivi o comunque molto forti”, la frammentazione per gruppi etnici di appartenenza, il quadro assume tinte più definite e le tensioni emergono come corde intrecciate e logorate dal tempo. “Sarebbe utile provare a rispondere alla disgregazione con un abile e condiviso lavoro di ricucitura di reti, di relazioni che molta parte della società francese, a partire da quella civile, riunita in associazioni o rappresentanze, sta mettendo in campo - riflettono le sorelle da Marsiglia -. Abbiamo colto in questi anni tanti segnali che vanno davvero nella direzione di apertura, disponibilità, integrazione. Questo stesso contesto così fragile ha anche saputo accogliere noi, mettersi in ascolto, aprirsi al dialogo nella reciproca scoperta di una grande umanità e bellezza. L’altro giorno siamo andate a un appuntamento pubblico, una delle persone che controllava all’ingresso le entrate ci ha fatto passare dicendo «Loro sono dei nostri»”.
Frutto - ancora probabilmente acerbo, ma sicuramente ben formato - della vita ordinaria di questi 8 anni della fraternità delle Discepole a Marsiglia, fatta di discrezione, rispetto, semplicità, sull’esempio di Charles de Foucauld. “La conoscenza e la condivisione non annullano le differenze, anzi le valorizzano e proprio per questo le integrano”.



