martedì, 12 maggio 2026
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Mani di Fatima: a tavola è più facile incontrarsi

La storia di Abdallah Khezraji

C’è una antica saggezza popolare marocchina che Abdallah Khezraji porta con sé: “Posti degradati possono diventare luoghi preziosi di vita e di incontri”. La ripete spesso quando racconta della trasformazione avvenuta in questo ultimo tempo a Treviso, all’angolo tra via Dandolo e strada del Terraglio, sotto il cavalcavia della stazione. Un punto della città segnato per anni da degrado, microcriminalità e abbandono, forse perché incastonato dietro la ferrovia oppure perché lungo un’arteria trafficata e caotica di Treviso. Oggi quell’incrocio ospita Mani di Fatima, un ristorante marocchino, arabo, turco e libanese nato da un’intuizione e da un lavoro paziente della cooperativa Hilal che ci ha fortemente creduto. Quando due anni fa ha preso in affitto il vecchio bar da una famiglia di origine cinese, lo spazio, anche circostante, era frequentato da giri di spaccio e prostituzione. Durante la ristrutturazione, mosaici azzurri e tinte rosso fuoco hanno attirato curiosità e timori di molti: c’era chi pensava stesse nascendo una moschea, chi si spaventava, chi si indignava, ciascuno in effetti in base ai sentimenti del proprio cuore. “Noi rispondevamo: siamo nelle mani di Fatima”, racconta Abdallah, un leggero sorriso negli occhi. Da quella battuta, e da quella protezione simbolica, è nato un luogo che oggi ha una clientela per il 95% italiana e che sta cambiando il volto di un intero quartiere.

All’interno lavorano persone di nazionalità diverse, come accade nei locali delle grandi città, e l’atmosfera è fatta di colori, suoni e sapori che restituiscono autenticità senza esotismi forzati. All’esterno, invece, è cambiato tutto: i giri sospetti sono spariti, anche grazie alla presenza costante della cooperativa e alla capacità di Abdallah di mediare con autorevolezza. Ogni sera un ragazzo della Hilal controlla la situazione, e la presenza di un presidio umano ha contribuito a riportare l’ordine. “Era un posto predisposto a riuscire”, dice.

Ora si pensa a serate a tema, colazioni arabe, al rito del tè e forse a una festa di strada che coinvolga tutta la via, perché la rigenerazione non è solo un fatto estetico: è un processo sociale che si alimenta di relazioni. “Vogliamo che la zona abbia un volto nuovo e abbiamo deciso di collaborare con la pizzeria Piola che si è trasferita poco distante da qui - prosegue Khezraji -. Insieme, pensiamo di creare una pagina Instagram del quartiere per rilanciare i servizi e abbiamo intenzione di coinvolgere gli esercenti e gli abitanti in iniziative di riqualificazione”.

Del resto, il cibo gioca spesso un ruolo decisivo nei processi sociali. È il primo linguaggio comune tra persone che non condividono la stessa storia, ma possono condividere un piatto; ma è anche occasione per raccontare di sé e per ascoltare gli altri; è spazio di conoscenza e di dialogo; è cura. A Mani di Fatima succede ogni giorno: profumi di spezie, pane caldo, tè alla menta diventano un invito a sedersi, assaggiare, ascoltare. La cucina non è solo tradizione, è un segno di apertura. È lì che le diffidenze si sperimentano, che un sapore nuovo diventa una storia da raccontare e che l’incontro tra culture smette di essere teoria per diventare esperienza concreta, quotidiana, semplice.

Da luogo degradato a spazio di comunità

Per capire perché Mani di Fatima funziona bisogna conoscere la storia di Abdallah Khezraji, uno dei pionieri dell’intercultura trevigiana. Nato a Safi nel 1966, arriva in Italia alla fine degli anni Ottanta, dopo aver attraversato Algeria e Tunisia e approda a Trapani come “finto turista”. Risale verso il Nord e trova a Treviso un terreno difficile, ma fertile. Nel 1991 comincia come mediatore alla scuola elementare di Villorba, seguendo un bambino di sette anni, Yassin.

Oggi è padre di quattro figli. Sono passati trentacinque anni e parecchi capelli sulla mia testa, scherza. Da allora non si è più fermato: porta nelle scuole La città ambulante, un progetto che fa vivere ai bambini la vita di una città araba; pubblica nel 2000, con Lisa Gasparin, “Uomini blu o Vu’ cumpra”, uno dei primi libri italiani a raccontare la migrazione nordafricana dall’interno; fonda nel 1999 la cooperativa Hilal, in una Treviso ancora segnata dalla stagione leghista del sindaco Giancarlo Gentilini; diventa vicepresidente della Consulta regionale del Veneto per l’Immigrazione dal 2010 al 2014, ruolo in cui viene rieletto nel 2021; dirige dal 2015 due Centri di accoglienza straordinaria; dal 2020 è presidente nazionale dell’Organizzazione italomarocchina per i diritti umani.

Prima di Mani di Fatima c’è stata un’altra esperienza, che oggi Abdellah ricorda come un laboratorio prezioso: “La casba del cous cous”, aperta anni fa a Zero Branco. È stato il primo ristorante che ha messo insieme cucina, integrazione e lavoro interculturale. Un’esperienza pionieristica, chiusa, poi, per ragioni organizzative, ma che ha lasciato un segno e ha preparato il terreno per ciò che oggi accade in via Dandolo.

“Ogni progetto è un seme - dice -. La casba è stata il primo. Mani di Fatima è il frutto maturo”.

Oggi Hilal impiega 45 persone tra accoglienza, mediazione, progetti educativi e servizi per la disabilità, sostenendo anche la cooperativa Topinambur, che inserisce in agricoltura biologica persone in situazione di svantaggio. È un ecosistema che nasce da un’idea semplice: creare servizi e opportunità dove sembrano mancare.

“Quando mi dissero «via Abdallah», pensai che mi indicassero una strada da percorrere, non che volessero mandarmi via”, racconta.

E in effetti una strada l’ha trovata davvero: via Dandolo, uno dei quartieri più fragili della città, dove oggi sta costruendo un modello di rigenerazione sociale che parte dal basso, dal lavoro, dal cibo, dalle relazioni quotidiane.

Una città che cambia insieme ai suoi abitanti

“Treviso è maturata - osserva. -. A volte si accendono allarmi che non corrispondono alla realtà. Questo territorio resta accogliente e capace di generare novità”. La percezione che ne hanno i trevigiani, in effetti, è un po’ diversa.

Sul fenomeno delle bande giovanili tra via Roma e la stazione delle corriere, Abdallah è netto: “Il lavoro, oltre che in tema di sicurezza, va fatto sulle famiglie. Sono loro le prime responsabili dell’educazione, insieme alla scuola. Servono alternative concrete per i giovani e spazi di accompagnamento dei genitori”.

A preoccuparlo è l’ingresso di alcuni richiedenti asilo egiziani e tunisini nei gruppi più problematici: “Non conoscono le regole, arrivano da situazioni depauperate e violente. Anche per questo la mediazione è fondamentale”.

Il nodo più urgente, però, resta quello della casa. Lo dice senza mezzi termini, pensando a quanto è accaduto con le vicende dello sgombero del Park Dal Negro e Appiani, delle scorse settimane “Le aziende della provincia hanno bisogno continuo di manodopera, ma senza soluzioni abitative non si va da nessuna parte”, spiega.

Serve una strategia condivisa tra Comuni, imprese e terzo settore. Anche per i ragazzi che escono dai percorsi di accoglienza, trovare un alloggio è difficilissimo, e questo rischia di vanificare anni di lavoro.

La rivoluzione gentile di Abdallah

La storia di Mani di Fatima è, in fondo, la storia di una città che cambia. Un luogo degradato diventa un punto di comunità. Un quartiere fragile diventa un laboratorio sociale. Una città prudente diventa una città che sperimenta.

La protezione di Fatima, nome che indica un posto importante per l’apparizione della Madonna ai tre pastorelli, ma anche la figlia di Maometto, non è un miracolo, è un lavoro quotidiano.

Un cambiamento costruito con i mattoni, perché quella zona di San Zeno non sia più sinonimo di degrado, spaccio, insicurezza urbana.

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