La polemica l’ha innescata Flavio Briatore, il noto imprenditore che, quanto a offrire ghiotte occasioni...
Da Cape Town la testimonianza di padre Ferraro: ondata xenofoba e nodi aperti
L’utopia delle frontiere aperte dell’Agenda 2063 dell’Unione Africana si scontra con l’esplosione dei nazionalismi e la logica del capro espiatorio con la caccia all’immigrato irregolare. Sudafrica, patria della lotta all’apartheid, docet in questi mesi.
Il Sudafrica sta assistendo a una pericolosa escalation del sentimento anti-immigrati. Negli ultimi mesi, gruppi di vigilantes hanno sfilato per le comunità, preso di mira le attività commerciali e gli immigrati sono stati sempre più spesso incolpati di criminalità, disoccupazione e collasso dei servizi pubblici. Intere comunità si sentono abbandonate dai leader politici che avevano promesso una vita migliore ma non sono riusciti a mantenerla. I leader della protesta avevano posto come data ultima per ritornare a casa il 30 giugno, e molte ambasciate hanno organizzato pullman per fare rientrare i propri cittadini.
Una voce da dentro
Padre Filippo Ferraro, 52 anni, scalabriniano, originario di Mussolente, è missionario da 13 anni a Cape Town (Città del Capo). Nella seconda città più grande del Sudafrica - che ha 4 milioni e mezzo di abitanti - è quotidianamente accanto a migranti e rifugiati, dove gestisce fra i vari progetti un centro di ricerca sull’immigrazione, il Sihma, impegnato in prima linea nel sostegno e nell’integrazione di tanti migranti che da tutta l’Africa raggiungono il Paese.
Alla scadenza dell’ultimatum ci sono state proteste a zone nel Paese con risposte diverse: a Durban il sentimento anti-immigrati è stato più forte rispetto a Johannesburg e Cape Town.
Finora nelle città c’è sempre stato l’arrivo sia migranti interni che regionali perché, ci racconta padre Filippo, “ci si può arrangiare a sopravvivere con gli «informal employments», senza un contratto ufficiale”. Per rappresentarci quanto accade non solo in Sudafrica cita la Parabola dei lavoratori dell’ultima ora del Vangelo di Matteo: “Qui è esattamente così. Si vedono le persone ai crocicchi delle strade che attendono ad orari diversi della giornata che qualcuno chieda a loro di lavorare in un cantiere edile, piuttosto che nelle aziende agricole o altre mansioni”.
Una comunità di frontiera
Don Filippo è parroco di Holy Cross (Santa Croce), comunità frequentata da italiani di seconda e terza generazione oggi per lo più cittadini sudafricani. Costruita nel 1916, la chiesa cattolica di Holy Cross è uno dei pochi edifici sopravvissuti alla distruzione del District Six di Città del Capo e alla conseguente deportazione di circa 60 mila suoi abitanti. Il regime dell’apartheid, infatti, mal tollerava la presenza di persone di diverse origini, nazionalità, culture, religioni, spesso “mischiate” tra di loro. Il District Six, infatti, era un quartiere multietnico dove vivevano mercanti e artigiani, operai e marinai, schiavi liberati e moltissimi immigrati di varie provenienze tra cui gli italiani.
Attualmente, sono circa 12 mila gli italiani che vivono a Città del Capo. “È una comunità - ci racconta - che si rinnova di continuo con l’arrivo di giovani laureati o di imprenditori che vengono per lavorare nel settore dell’ospitalità, delle costruzioni o della viticoltura”. Ci ricorda che “il primo nucleo di italiani è arrivato alla fine del 1800, andando poi ad ampliarsi con i prigionieri di guerra italiani in Etiopia e in Eritrea, portati dagli inglesi. L’altra grande ondata è avvenuta tra gli anni ’ 50 e ‘60 del secolo scorso”.
Alla domanda di “come si vive da migrante tra migranti”, ci ha risposto di sentirsi migrante e che nonostante il tempo trascorso non è facile l’integrazione. “Da bianco e straniero è ancora più difficile, anche se con le recenti dinamiche di xenofobia e di afrofobia - ironizza padre Filippo - è quasi quasi meglio essere bianco. Battute a parte - ci dice - è meglio oggi essere bianco che un congolese o un malawiano perché bersaglio di un Paese in affanno”.
Chi sono i migranti oggi?
“I migranti moderni - ci dice padre Ferraro - sono quelli che sono arrivati dopo la fine dell’apartheid in diverse ondate e provenienze”. La grande discriminante è rappresentata dal motivo di arrivo: migranti economici o richiedenti asilo. “La legge sull’immigrazione sudafricana, nota come Immigration act, è molto stretta e richiede che quanti vogliono entrare nel Paese per ottenere il visto devono avere competenze altamente qualificate in settori con carenza di personale (Critical skills work visa)”. Quella invece sull’asilo, nota come Refugee act, “è molto all’avanguardia ed ha come principio cardine «no camp policy», ovvero garantisce ai richiedenti asilo e ai rifugiati la libertà di risiedere e muoversi all’interno delle comunità locali, promuovendo l’integrazione urbana piuttosto che l’isolamento nei campi ma senza ricevere alcun sussidio”.
Il Sudafrica sta assistendo ad una pericolosa escalation del sentimento anti-immigrati. Negli ultimi mesi, gruppi di vigilantes hanno sfilato per le comunità, preso di mira le attività commerciali e gli immigrati sono stati sempre più spesso incolpati di criminalità, disoccupazione e collasso dei servizi pubblici.
Un Paese con molte contraddizioni
Padre Filippo è anche un apprezzato studioso di migrazioni all’interno della congregazione. Non possiamo con lui, per capire l’oggi, non affrontare il tema delle contraddizioni del Paese non solo di ricchezza ma anche di valori. “Difficile scindere i due contesti in un Paese dove sono evidenti le forti contraddizioni. Economia emergente parte costitutiva dei Brics ma, al contempo, da anni è il Paese con la maggiore disuguaglianza economica al mondo, il problema grosso del Sudafrica continua ad essere quello dell’educazione primaria che è di qualità bassissima. Questo comporta che ci proviene dalle classi più basse non riesce a fare il salto di status. La disoccupazione giovanile è molto alta e la gente tende a vivere più di piccoli sussidi sociali che di lavoro”. Un’ulteriore contraddizione è rappresentata dal livello molto alto di corruzione, che tocca non solo i vertici del Governo, ma anche le forze di polizia, le amministrazioni locali e che azzoppa il Paese.
“Accanto a questo - aggiunge - dobbiamo considerare la forte contraddizione dei valori, in quanto il Sudafrica che si era risvegliato euforico all’indomani delle prime elezioni libere dell’aprile 1994, adesso sembra aver rinnegato i valori costituenti usciti dopo la fine dell’apartheid. Il rinnovamento non c’è stato, la riconciliazione non c’è stata. Non solo tra bianchi e neri, ma tra le molteplici etnie e tribù presenti. Basti pensare che nel Paese ci sono ben 11 lingue ufficiali. A livello politico, il Paese annaspa, dopo le elezioni di due anni fa, che hanno costretto il partito African national congress (Anc) di Nelson Mandela ad allearsi con il principale rivale, l’alleanza Democratic alliance (Da), avendo perso, per la prima volta, la sua maggioranza assoluta. Questo ha obbligato l’Anc a formare un governo di coalizione, mettendo in luce tutte le contraddizioni delle politiche monopartitiche finora portate avanti dalla storica forza di governo”. Analizzando le scelte fatte in questi due anni, padre Ferraro osserva che, da un lato, il Governo ha cercato di mettere un freno alla dilagante corruzione ma, dall’altro, non sta affrontando le riforme urgenti che servono al Paese.
Ondata xenofoba
“Tutto questo influenza molto il tema migratorio come capro espiatorio delle difficoltà quotidiane. Numeri alla mano, padre Filippo ci spiega che i migranti rappresentano una percentuale che non supera il 5%, sulla popolazione di oltre 62 milioni di abitanti. “Numeri troppo piccoli per reggere l’accusa di essere la radice di ogni male sudafricano”, incalza. Una percentuale bassa per gli standard globali, considerando che secondo le Nazioni Unite, il Sudafrica ospita poco più di 167 mila tra rifugiati e richiedenti asilo. Il Sudafrica resta una delle principali economie africane, ma affronta una disoccupazione vicina al 30%, oltre a livelli elevati di povertà e criminalità.
“I migranti - sottolinea - non hanno creato la crisi della disoccupazione in Sudafrica, ma invece creano opportunità. Non hanno causato il collasso dei servizi pubblici”. Non ci troviamo di fronte solo a una risposta di pancia alla crisi economica che da qualche tempo coinvolge il Paese, ma, piuttosto, a una crisi identitaria. Le radici della tempesta perfetta che sta travolgendo il Sudafrica affondano, invece, in un passato mai davvero superato. Dietro i numeri della crisi attuale non ci sono congiunture passeggere, ma l’eredità pesante di secoli di espropriazioni coloniali, capitalismo razziale e lo sfruttamento sistematico istituzionalizzato dall’apartheid.
Le cause della crisi attuale
La svolta democratica del 1994, culminata con l’era di Nelson Mandela, ha abbattuto i muri della segregazione politica, ma ha lasciato intatte le fondamenta economiche del Paese. Quella transizione, oggi, mostra il fianco a un fallimento storico: le strutture profonde che concentrano ricchezza, terre e leve del potere economico nelle mani di una ristrettissima minoranza non sono mai state radicalmente scardinate.
A pagare il prezzo più alto di questa transizione incompiuta sono milioni di cittadini che vivono in quartieri poveri o nelle “township”, le città satellite costituite di abitazioni precarie o fatiscenti. Dalla crisi finanziaria globale del 2008, la locomotiva economica sudafricana viaggia a scartamento ridotto: la crescita è debole, l’industria manifatturiera è in costante declino e il lavoro stabile è stato progressivamente divorato dalla precarietà e da una galassia di economia informale e sommersa. Una palude sociale che inghiotte soprattutto le nuove generazioni, catapultate in un mercato del lavoro che non offre alcuna prospettiva di sicurezza.
È in questa terra bruciata, dove le promesse di riscatto sociale sono rimaste sulla carta, che la frustrazione collettiva sta montando fino al livello di guardia. Una polveriera sociale ed economica che, inevitabilmente, sta diventando il terreno fertile più pericoloso per la caccia al capro espiatorio e per le derive populiste.
Apartheid in chiave africana
Inizialmente, il movimento di protesta anti-immigrati è stato capeggiato da un gruppo nato nel 2022 a Soweto che ha preso il nome di “Operazione Dudula”, dove il termine dudula in lingua zulu significa “respingimento”. A questo si è unito il movimento “March and March”, nato nel 2024, che chiede l’espulsione di tutti i migranti che non hanno documenti regolari. Spesso usa lo slogan Mabahambe, che significa “Devono andare via”. I vigilantes che sono stati assoldati da questi movimenti spesso colpiscono gli stranieri indiscriminatamente. Le loro frequenti richieste di esibire i documenti sono esse stesse illegali - come sottolineato dal Governo in diverse dichiarazioni - poiché solo la polizia ha l’autorità di richiederli.
Le tensioni, alimentate anche dai proclami via social, hanno così spinto migliaia di persone a mettersi in viaggio, o a ripararsi in veri e propri campi profughi improvvisati lungo le strade delle principali città del Paese, prima della scadenza del 30 giugno. Il Sudafrica si è dimostrato spaccato sulla questione e la maggioranza degli imprenditori sono contrari alle proteste, in quanto le loro attività spesso dipendono dalla manodopera straniera.
Padre Ferraro osserva che queste ondate xenofobe non sono nuove. Già nel 2008-2009, poi nel 2012, nel 2015 e nel 2020. “Non è una violenza nuova contro i migranti africani, ma sono quasi vent’anni che nel Paese si ripetono ondate di aggressioni contro i cittadini stranieri residenti, spesso additati tutti come illegali. Rispetto al passato c’è stato un elemento nuovo e preoccupante con l’indicazione del 30 giugno come termine entro cui, a loro dire, tutti i migranti irregolari avrebbero dovuto lasciare il Paese”.
Chiese unite a tutela della dignità
La risposta della Conferenza episcopale sudafricana è stata forte con una dichiarazione pubblica in cui condanna tutte le manifestazioni anti-immigrati. “Nel mese di giugno abbiamo dato supporto con beni di prima necessità ai molti migranti, in particolare donne e bambini, del Malawi e dello Zimbabwe che hanno chiesto di poter rimpatriare per paura di ritorsioni”, prosegue padre Ferraro.
La Conferenza delle Chiese di tutta l’Africa (Aacc) a fine giugno ha diffuso un appello durissimo contro la narrativa che attribuisce agli stranieri africani la responsabilità delle difficoltà economiche del Sudafrica. Nel documento, le Chiese respingono quella che definiscono una “narrazione pericolosa e falsa”, avvertendo che la sicurezza non può essere frammentata: quando un Paese tollera violenze contro il “foreigner”, indebolisce inevitabilmente la protezione dei propri cittadini.
Quali vie di uscita
Il sacerdote scalabriniano ci ribadisce che nel Paese c’è una grande differenza di accesso regolare tra migranti economici e richiedenti asilo. Il migrante economico quando entra senza documento o non rinnova il documento è in balia dello sfruttamento. La questione deve essere certamente affrontata anche perché il Sudafrica ha bisogno di manodopera specie per quei lavori che i sudafricani non vogliono fare: agricoltura, miniere, servizi.
Nel mentre la politica ha imboccato la strada della forza. Il presidente Cyril Ramaphosa ha condannato le violenze e ha ricordato che non è l’immigrazione a spiegare i guai del Paese. Nello stesso discorso, però, ha promesso espulsioni più veloci, più controlli, tremila militari dispiegati in ogni provincia fino a fine luglio. Si parla di una classe dirigente che ha abdicato, lasciando un vuoto che i cittadini hanno riempito facendosi giustizia da soli, in modo illegale.
Dal suo osservatorio padre Filippo intravede l’ineluttabilità di avviare percorsi per una maggiore libertà di movimento delle persone nel continente. Una strada suggerisce potrebbe essere quella di dare impulso ad accordi bilaterali o multilaterali nell’ambito delle comunità economiche regionali in cui è suddivisa l’Africa. In concreto potrebbe essere di dare vita ad un “passaporto regionale” tra un gruppo di Paesi dell’Africa meridionale, pur nella consapevolezza che esiste il problema della digitalizzazione. Ad esempio cita, come esempi positivi, quanto già sta avvenendo tra i Paesi dell’Ecowas (Africa occidentale) dove i cittadini possono muoversi da un Paese all’atro mostrando la propria carta d’identità, o tra i Paesi della Comesa (Africa sud-orientale) dove è ammessa la circolazione con la stessa patente di guida per i camion.
Il 30 giugno non ha consegnato il bagno di sangue che tanti temevano, ma un Sudafrica che diventa più ostile con i migranti. Dell’ultima ora, si deve annotare la sentenza della Corte Costituzionale nella seduta del 7 luglio che dichiara anticostituzionale i tentativi da parte dell’attuale governo di affievolire il sistema di protezione dei rifugiati.



