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A Possagno torna l’Amorino di Canova dopo il restauro

Il ritorno a casa nella sua interezza e nel candore originale ma dopo una lunga e travagliata storia
24/09/2026

È tornato a casa nella sua interezza e nel candore originale, ma dopo una storia travagliata fin dalla sua ideazione.

Il gesso dell’Amorino di Antonio Canova, la cui versione marmorea si trova al castello Lubomirski di Łańcut in Polonia, è stato restaurato e ricollocato nella Gyspotheca di Possagno.

Raffigura Cupido, antica divinità che con arco e frecce faceva scattare l’innamoramento tra due persone, partendo dalle fattezze di un dodicenne, Henrik Lubomirski, nipote della principessa polacca Elzbieta Czartoryska. Trovandosi a Roma, si rivolse alla bottega del celebre scultore per avere un ritratto del ragazzo. Canova non accettò di buon grado la commissione, non essendo avvezzo alla ritrattistica, ma preferendo l’idealizzazione dei soggetti, senza imitare né se stesso, né i classici.

Anche il principino era timido e si prestò a posare solo per un dipinto del volto. Era il 1785 e ne nacque un primo modello in gesso, sul quale però l’autore mise mano almeno tre volte prima di arrivare alla versione definitiva, sulla quale fece la scultura destinata alla nobile famiglia polacca.

Arrivato a Possagno assieme alle altre opere romane di Canova, dopo la morte dell’artista, l’Amorino rimase nella collezione esposta nella Gyspotheca come una delle opere più significative e interessanti. Il bombardamento bellico del 1917 ne mandò in frantumi la parte superiore, testa e spalla destra. Non essendo possibile recuperare i frammenti, l’opera rimase acefala per quasi un secolo, finché nel 2013, l’arrivo a Possagno del marmo originale per un’esposizione temporanea fu l’occasione per una scansione tridimensionale dalla quale fu ricavato un calco delle parti mancanti, riprodotto in gesso tramite stampa 3D e infine assemblato al resto del corpo.

In pochi anni però si sono manifestati nuovi problemi, come fessurazioni su una delle due caviglie, distacchi sulla parte di contatto tra le parti vecchie e quelle nuove, aloni in superficie dovuti all’umidità rimasta all’interno e alla reazione di molecole di sali minerali. Nella parte cava, in più, erano rimasti detriti di vario genere, tra cui polveri, carta e ossa animali.

Un lungo periodo di indagine e poi di pulizia e ricostruzione ha permesso, nell’arco di un anno, di riportare l’opera alla luminosità originaria e di restituirne la bellezza ai visitatori.

Il restauro per conto della Fondazione Canova è stato effettuato da ditta Passarella Restauri srl, con il sostegno dei Musei Civici di Treviso.

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