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A fine anno è stato definitivamente chiuso il centro di accoglienza straordinaria per migranti di Onè di Fonte
Con la fine dell’anno, ha chiuso il Centro di accoglienza straordinaria, Cas, di Oné di Fonte. Era una struttura di prima accoglienza per migranti che consentiva loro di avere un alloggio e di inserirsi progressivamente nel mondo del lavoro e nel tessuto sociale. L’Istituto delle Suore di Maria Bambina aveva, una decina d’anni, messo a disposizione un suo convento, che si trova a pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Il consorzio Restituire di Treviso, dopo il primo avvio gestito dalla Caritas Tarvisiana, aveva preso la gestione di questa struttura. Ora ha dovuto ritirarsi.
La Prefettura, ovvero il Ministero degli Interni, ha accumulato un debito pesantissimo nei riguardi del Consorzio che, oltre a provvedere alle varie necessità, deve pagare gli stipendi agli operatori. Il debito si aggirerebbe sul milione di euro, anche se non ci sono conferme ufficiali. Eppure il Ministero ha Fondi europei che dovrebbe semplicemente girare al Consorzio.
La settantina di migranti, in particolare donne, che erano ospitate dentro la struttura sono state spostate a diversi chilometri di distanza, rompendo anche quel minimo di legami sociali che si erano creati, a volte mettendo in crisi i rapporti di lavoro e sociali che nel frattempo le giovani donne avevano trovato. Frustrato anche lo sforzo dei volontari del Centro di ascolto che, nel momento di avvio, avevano cercato di supportare la struttura, mettendo a disposizione ore di volontariato e contribuendo alla sistemazione.
Le conseguenze non si limitano solo a questo. In questi anni il Comune di Fonte, essendo comune di residenza dei minori ospitati nella struttura, ha dovuto provvedere finanziariamente a diverse loro necessità. Ora la situazione si è aggravata perché le donne, dopo questa chiusura, si rivolgono a quello che è il loro Comune di residenza, chiedendo aiuto sociale e finanziario. Grande la preoccupazione del sindaco, Matthew Sommadossi, che si trova a dover provvedere con le risicate finanze di un Comune di 6 mila abitanti.
“Negli ultimi giorni dell’anno - spiega in una lettera aperta Sommadossi, che pubblichiamo integralmente online -, mentre il Cas si avviava alla chiusura, alle porte del Comune si sono presentate persone che avevano cessato le misure di accoglienza: una madre con tre bambini, una mamma con una bambina piccola e in stato di gravidanza, un ragazzo con disabilità che non può vivere da solo. E questi sono stati solo gli ultimi casi. Nell’ultimo anno e mezzo, il nostro Comune ha già dovuto gestire altri cinque casi complessi, sempre legati all’uscita dal Cas”.
Il sindaco spiega che i Comuni non vengono interpellati in fase di apertura dei Cas, ma si trovano a dovere, per legge, rispondere ai bisogni legittimi di queste persone. Famiglie, minori e adulti vulnerabili ricadono sui Servizi sociali dei Comuni.
“Abbiamo scritto al Ministero dell’Interno, facendo squadra con gli altri sindaci attraverso il Comitato e la Conferenza dei sindaci dell’Ulss. Servono fondi strutturali per la gestione delle fragilità che emergono all’uscita dai Cas e che ricadono sulle Amministrazioni locali.
Noi continueremo a fare la nostra parte. Troveremo una sistemazione per coloro che giuridicamente e moralmente abbiamo il dovere di assistere in quanto Comune. Ma ogni volta che un bambino si addormenta in macchina durante il tragitto verso un riparo di emergenza, ogni volta che una madre entra in Municipio senza sapere dove dormirà la sera, ogni volta che un Comune di 6 mila abitanti si trova da solo a reggere ciò che dovrebbe essere condiviso, qualcosa si è già rotto”.



