lunedì, 19 ottobre 2026
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Legge elettorale: i cittadini chiedono vicinanza e responsabilità, ma arrivano risposte contraddittorie

Per il costituzionalista Ceccanti i limiti più evidenti del testo da poco approvato sono la reintroduzione delle preferenze, decenni fa oggetto di numerose critiche anche da parte dell’associazionismo cattolico, e la mancanza di un ballottaggio tra le coalizioni più votate, con il rischio che dalle elezioni esca un Parlamento senza maggioranze, con forze politiche diverse non più abituate a parlarsi

Di legge elettorale, senza essere schiavi delle contingenze immediate, dello schierarsi pro o contro ogni nuova legge appena approvata, se si vogliono avere dei criteri di giudizio e di orientamento di lungo periodo, si può parlare sotto varie angolature. Se scegliamo anzitutto quella che dai cittadini guarda le scelte di chi è chiamato a votarla (di solito i Parlamenti, ma abbiamo anche un’esperienza referendaria diretta significativa), oggi, nel nostro contesto, con partiti molto deboli e istituzioni spesso contestate, le due esigenze prevalenti sembrano essere vicinanza e responsabilità.

Avere sistemi che consentano di chiamare a rispondere qualcuno di ben individuabile è senz’altro una risorsa importante per prevenire incomprensioni, scorciatoie, facili affidamenti a demagoghi. Un tempo erano i partiti più che le istituzioni a garantire questi elementi, ma oggi essi vanno riposti anzitutto nelle istituzioni perché le forze politiche appaiono comunque nell’insieme distanti e poco responsabili.

Vicinanza e responsabilità dovrebbero valere sia per i singoli rappresentanti nelle assemblee elettive sia per i governi che sono legati ad esse da un rapporto fiduciario.

Quando infatti votiamo per un’assemblea che dà la fiducia a un governo il nostro sguardo non può essere corto, non può fermarsi solo alle persone che vanno in quell’assemblea, ma necessariamente deve anche pensare agli effetti lunghi che produce, agli equilibri di governo che così si determinano. In Europa preferiamo giustamente le forme parlamentari che creano un legame che dagli elettori va alle assemblee e che prosegue fino ai governi; diffidiamo dei sistemi presidenziali che separano nettamente parlamenti e governi e che poi vanno in difficoltà quando tra gli uni e gli altri bisogna trovare dei compromessi.

Abbiamo quindi bisogno sia di rappresentanti sia di governanti vicini e responsabili. Oggi è più facile e scontato chiederlo per i primi, ma anche qui rischiamo di perdere la memoria del movimento referendario degli anni ’90 che ha dato suoi frutti migliori nella legge per l’elezione dei sindaci, che ha coniugato entrambi gli aspetti.

Nessun sistema è perfetto da questo punto di vista, ma tuttavia i sistemi non si equivalgono tra loro.

Sul primo versante, quello dei rappresentanti, curiosamente, sembra che si sia persa un po’ di memoria della stagione referendaria dei primi anni ’90 quando erano state duramente criticate le preferenze, che mettono in competizione tra di loro il giorno delle elezioni i candidati dello stesso partito e si era invece più sensatamente individuato nel collegio uninominale lo strumento preferibile, almeno per il Parlamento nazionale. Finché ci si muove sulla piccola dimensione, come quella dei comuni, la spinta fratricida delle preferenze è limitata, le campagne sono comunque poco costose, i difetti sono minimi. Più ci si sposta su circoscrizioni grandi più pesano tra l’elettore e il candidato gruppi di interesse e correnti organizzate che rendono comunque il candidato più lontano e meno responsabile. L’associazionismo cattolico nei primi anni ’90 era stato in prima fila tra i critici di questo sistema, anche se, forse, allora, esso aveva ancora in parte dimensioni quantitative che gli consentivano di adattarsi alle preferenze. Fece quindi una battaglia critica per certi versi altruistica. Stupisce invece che oggi, quando tale associazionismo può vantare più profili qualitativi che quantitativi, abbia anch’esso adottato la retorica delle preferenze come alternativa principale se non esclusiva alle liste bloccate. Una scelta forse non ben meditata e peraltro forse anche in parte masochista. Secondo voi, ad esempio, Roberto Ruffilli sarebbe mai stato eletto con le preferenze?

Per quanto la battaglia sia inattuale sarebbe bene sul lungo termine ripensare quindi ai collegi uninominali. Forse basterà vedere dopo tanti anni una sola elezione politica l’anno prossimo con le preferenze per determinare una sana reazione ai problemi che saranno ben visibili.

Sul secondo versante, quello dei governanti, mi sembra che non si sia ancora ben capito quali effetti produca l’indebolimento del sistema dei partiti e la loro spinta ad assecondare sempre più una logica di fazione pensando di poter vincere le elezioni solo ricorrendo agli elettori di appartenenza. Se ancora qualche anno fa, in un contesto meno polarizzato, era possibile immaginare collaborazioni almeno temporanee di forze diverse, ora l’incomunicabilità regna sovrana. I partiti, almeno in Italia, non sono più in grado dopo il voto di stipulare alleanze chiare con un rapporto chiaro e comprensibile tra consenso, potere e responsabilità. Per questa ragione il compito va spostato sui cittadini prima delle elezioni, evitando un sistema puramente proporzionale incapace di aggregare. Per citare di nuovo Roberto Ruffilli i sistemi elettorali devono consentire agli elettori di essere arbitri anche di una chiara scelta di maggioranza e di governo per la legislatura. Ai partiti va però tolta una tentazione, quella di mettere insieme qualsiasi alleato, anche estremo, pur di vincere subito, senza preoccuparsi di governare - Per questa ragione sono da preferirsi, anche dal punto di vista educativo, quei sistemi che consentono in un primo turno di scegliere senza nessun limite l’opzione ritenuta ottimale, effettivamente più vicina, come se si fosse in un proporzionale puro, ma che poi, in un secondo turno decisivo fanno capire che la politica è quasi sempre scelta del bene possibile, senza pretesa di piena e totale corrispondenza con le posizioni individuali.

Questi sono quindi i criteri per costruire sistemi meglio rispondenti a vicinanza e responsabilità. C’è da sperare che essi si affermino sempre di più. Nel frattempo i cittadini elettori che devono misurarsi con sistemi fortemente contraddittori e non del tutto rispondenti a questi criteri provino comunque a usare gli strumenti che hanno nel modo migliore possibile. (Stefano Ceccanti, costituzionalista, docente di Diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma)

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