Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
Alla vigilia delle celebrazioni per il 60° dei Trattati di Roma l'ex premier dice la sua sul futuro del continente: “Deve essere chiaro che l’alternativa è il nazionalismo,
la madre di tutte le regressioni culturali. Potremo avere un ruolo influente se saremo uniti”.
Nella propria pluridecennale storia l’Unione Europea ha attraversato numerosi momenti difficili ed è passata per venti e maree anche impegnative. Quelle che caratterizzano l’attuale fase, però, non hanno confronti. Ne è convinto Enrico Letta, classe 1966, già Presidente del Consiglio, dal settembre 2015 direttore della Paris School of International Affairs dell’Università SciencesPo a Parigi. Letta da qualche giorno è in libreria con il suo nuovo libro “Contro venti e maree – Idee sull’Europa e l’Italia” edizioni Il Mulino. Questi venti e maree questa volta sono tali - ci dice Enrico Letta che abbiamo raggiunto al telefono a Parigi - da «mettere in discussione, per la prima volta nella sua storia, l’esistenza stessa dell’Europa». Gli appuntamenti che l’Unione ha di fronte sono, in questa prospettiva, decisivi.
«Pensiamo alle elezioni francesi: in Francia al secondo turno delle presidenziali si confronteranno Marine Le Pen e un altro candidato. Se vincesse la Le Pen l’Europa non potrà sopravvivere. È, dunque, una sfida esistenziale, e questo vale anche per Trump e per la Brexit: sono tutte sfide che, a differenza di quelle del passato, minano l’esistenza stessa dell’Unione che scopre di essere mortale (come ho titolato uno dei capitoli del libro). Questo è il vero tema che abbiamo di fronte».
Presidente, a cosa pensa quando parla di venti e maree con riferimento all’Europa?
«Le questioni sono tante ed è il motivo per cui ho provato a scrivere questo libro. Pensando alle questioni esterne all’Europa c’è innanzitutto la minaccia che viene dall’alleato più forte e fedele che abbiamo sempre avuto, gli Stati Uniti. Trump punta a un’idea del mondo, dell’economia, dei commerci, della democrazia che è oggettivamente diversa dalla nostra e con un forte contrasto con l’Europa. C’è poi la sfida della Brexit, cioè di un pezzo di Europa che ci lascia in modo polemico e complicato e che avrà conseguenze molto pesanti, con un gioco di domino (si pensi alla Scozia) che sarà molto difficile da gestire. C’è poi l’effetto esterno di tante sfide quali il terrorismo, le questioni della sicurezza e quelle legate alla gestione di un flusso di rifugiati. Qui c’è la gestione di una vicenda straordinaria, figlia di una crisi internazionale in cui i rifugiati, per la metà, vengono da Iraq, Afghanistan e Siria, ovvero dai Paesi delle guerre sbagliate dall’Occidente».
E le sfide interne?
«Penso per esempio alla stagnazione economica e alla disoccupazione. Ragiono di “venti e maree” perché oggi è impopolare parlare di Europa e invece credo che di fronte ai tanti nazionalisti che fanno un ragionamento sull’Europa falso e falsato, è necessario dire cosa di questa Europa non va bene e cosa dobbiamo cambiare, ma l’idea di integrazione europea è fondamentale e va portata avanti contro le tentazioni di ritorno dei nazionalismi».
Dopo il tempo delle ideologie oggi scopriamo che l’Europa si divide tra europeisti e antieuropeisti. Sono i fronti attuali che si contrappongono?
«C’è una parte di concittadini che ascoltano i loro leader nazionali per i quali è tutta colpa dell’Europa e finiscono per andare dietro alle sirene nazionaliste. Deve essere chiaro che l’alternativa all’Europa è il nazionalismo, la madre di tutte le regressioni culturali e dei diritti che abbiamo sempre vissuto e che vivremo anche in questo caso».
Se vincesse Le Pen la storia tornerebbe indietro?
«Alla fine succederebbe quello che è successo per Trump e per la Brexit. In questi casi abbiamo avuto due slogan simili rivolti all’indietro. Quando gli inglesi favorevoli alla Brexit dicono “Take back controll” (Riprenditi il controllo Ndr) e Trump afferma “Make America great again” (Fai di nuovo grande l’America) “back” ed “again” sono esattamente due concetti che ci riportano indietro. È lo stesso ragionamento di Marine Le Pen “Tornare indietro quando la Francia era forte e rispettata nel mondo”. Sono concetti che non tengono conto dei cambiamenti degli ultimi quindici anni durante i quali sono emerse nel mondo potenze (la Cina, l’India) che hanno tolto dalla povertà miliardi di persone e che oggi corrono e stanno superando i nostri livelli di potenza economica. La demografia conta di nuovo: gli europei un secolo fa erano un quarto del mondo, tra vent’anni saremo un ventesimo del mondo. Questo punto è essenziale per capire che ruolo potremo avere nel mondo di domani. La mia ipotesi è che potremo avere un ruolo influente se saremo uniti, se saremo divisi sarà un ruolo ininfluente».
La situazione attuale però deriva anche da responsabilità dirette dell’Europa con errori accumulati negli anni. Quali sono queste responsabilità? C’è stato, per esempio, un errore nell’allargamento rispetto all’Est Europa del 2004?
«L’Europa ha fatto molti errori. L’errore più grave è stata la tardiva reazione rispetto alla crisi economica e finanziaria. Tra il 2008 e il 2012 l’Europa è crollata economicamente e la disoccupazione è cresciuta. Quello è stato l’errore più grande: non aver capito che bisognava avanzare e non andare indietro. C’è stata poi una gestione dell’allargamento fatta in modo squilibrato: bisognava associare questi Paesi politicamente subito ed economicamente in un secondo momento. Invece si è fatto tutto insieme e alla fine ha creato un problema».
Che risposte vede a queste difficoltà?
«Sono per un’Europa a più velocità. Questo vuol dire che Francia e Germania dopo le loro elezioni, se i leader eletti saranno due europeisti, prenderanno una iniziativa forte di accelerazione dell’integrazione dell’area dell’euro con diritti e doveri e noi dovremo starci dentro a tutti i costi, dovremo guidare questo percorso anche sui temi della difesa e della sicurezza. C’è poi il tema dell’Europa dei cittadini, cioè l’Europa deve mettere in campo iniziative positive per tutti i cittadini europei, non solo per i cittadini cosmopoliti che parlano più lingue e fanno l’università. Anche la parte della popolazione che non parla le lingue e non viaggia, deve avere dei benefici dall’essere europea. Per questa ragione io punto molto sull’Erasmus per le scuole superiori, quindi per tutti i giovani e non solo per quei pochi che vanno all’università, più altri progetti tipo l’aiuto alle riconversioni industriali, in modo tale che quando l’industria chiude per la concorrenza cinese non ci sia solo la voce dell’Europa che dice “Non si può fare niente”, ma l’idea di poter fare un progetto di rilancio».
I cristiani che ruolo possono giocare all’interno di questo percorso?
«Un ruolo fondamentale. L’Europa vive sul concetto di rispetto, tolleranza, solidarietà che sono i valori che le comunità cristiane, in giro per l’Europa, vivono e portano avanti. Abbiamo avuto la fortuna di un Papa che ha sfidato molto l’Europa chiamandola addirittura “un’Europa nonna” e credo che questa sfida del Papa sia una sfida da raccogliere».
L’Italia, ha detto, può avere un ruolo importante, ma a quale condizione visto che abbiamo di fronte un periodo non proprio rassicurante?
«Confesso che sono molto preoccupato per l’Italia. Abbiamo un’impasse politica, una legge elettorale proporzionale che rischia di rendere la prossima legislatura ingovernabile, una situazione economica di grande debolezza. Questi temi sono difficili e complicati e serve il massimo impegno dei cittadini e della politica. Anche questo giro, che inizio il 23 marzo da Vicenza e Cittadella per presentare questo libro, è un modo per spingere molto per un impegno dei cattolici a non guardare da semplice osservatori tutti questi avvenimenti».
Il ruolo del Pd?
«Tutti i partiti hanno una responsabilità, il più grande a maggior ragione».
Lei cosa farà alle primarie?
«Da quando ho lasciato il Parlamento e sono venuto a vivere e lavorare a Parigi seguo da lontano. Deciderò se votare e, se voterò, darò la mia preferenza al candidato più europeista, e più forte per i propositi di unità».