Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Referendum, riemerge la specificità del “Lombardo-Veneto”
A guardare la mappa del sì e del no in Italia ci viene in mente il Trattato di Vienna: alla caduta di Napoleone, nel 1815 il Lombardo-Veneto ritornò in possesso dell’Austria. Fu chiamata Restaurazione dei precedenti assetti. Poi ci fu l’Unità d’Italia con il plebiscito. Ora rieccola là, quell’entità sempre un po’ diversa e riottosa alla geografia politica. In economia il Lombardo Veneto significa una straordinaria potenza: le due regioni insieme fanno molto del Pil italiano, nonostante qualche colpo a vuoto del Veneto.
Ora quest’altra distinzione nel rapporto con l’Italia, una diversa percezione della magistratura. Più evidente il sì nella provincia veneta, tra le campagne, fra i capannoni industriali sparsi tra coste, colline e monti veneti. Perché? È il senso profondo di ingiustizia che si respira in questi luoghi, dove la burocrazia è vista come ciò che azzoppa ogni iniziativa. Dove per fare una nuova azienda o aprire semplicemente un bar devo fare centinaia di carte e devo stare attento perché, se poi sbaglio una virgola, mi ritrovo nel ginepraio dei palazzi di giustizia. Dove devo attendere anni per vedere pagata la mia cambiale e magari nel frattempo sono fallito.
Ecco: la giustizia e i magistrati vengono letti o confusi con quella rete di lacci, stringhe che ogni giorno “mi fa perdere tempo”. Pensiamo alla vigorosa pressione degli imprenditori locali della Pedemontana per ottenere una sede di tribunale a Bassano del Grappa, a cui proprio il grande perdente, il ministro Carlo Nordio, ha dato concretezza nei mesi scorsi. Il sì del Veneto è un malessere profondo che non ha nulla a che fare con la separazione delle carriere, ma che evidenzia ancora voglia di separazione, di autosufficienza per far funzionare le cose, ma che rischia di sganciare il Veneto dai motori nazionali e internazionali.



