Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Bambini esclusi da hotel e ristoranti: è una scelta sempre lecita?
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le strutture ricettive, i ristoranti e le attività commerciali che scelgono di rivolgersi esclusivamente a una clientela adulta, escludendo l’accesso ai bambini. Un fenomeno che incontra il favore di chi cerca spazi di tranquillità e, al tempo stesso, suscita interrogativi sul piano giuridico e sociale: fino a che punto è legittimo escludere i minori da un’attività aperta al pubblico? La questione, sempre più presente nel dibattito pubblico, non può essere risolta con un semplice sì o no. Il primo riferimento è l’art. 3 della Costituzione, che riconosce a tutti i cittadini pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge. A questo si aggiunge l’art. 31, secondo cui la Repubblica protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù. Si tratta di principi che, pur non traducendosi automaticamente nel diritto di entrare in qualsiasi esercizio commerciale, impongono di guardare con particolare attenzione alle esclusioni fondate unicamente sull’età. Vi è poi una disposizione particolarmente significativa, l’art. 187 del Regolamento di esecuzione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps) secondo il quale gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo. La norma riguarda gli esercizi pubblici e trova applicazione, tra gli altri, nel settore della ristorazione e dell’ospitalità. Questo non significa che ogni rifiuto sia illegittimo. La stessa norma ammette, infatti, la presenza di un legittimo motivo. Possono, quindi, essere giustificate le limitazioni legate, ad esempio, a concrete esigenze di sicurezza, alla particolare natura del servizio o a specifiche caratteristiche della struttura. Il punto decisivo è che la motivazione non sia meramente pretestuosa o arbitraria. Nel caso degli alberghi, una politica assoluta del tipo “Non accettiamo bambini”, appare, quindi, particolarmente esposta a contestazioni. L’esclusione di un’intera categoria di potenziali clienti, senza una ragione concreta e proporzionata, difficilmente può essere considerata una semplice manifestazione della libertà imprenditoriale. Anche per i ristoranti vale l’art. 187 del Regolamento Tulps. Non esiste, tuttavia, una disposizione che stabilisca in modo espresso e generale che ogni politica “adults only” sia di per sé illecita. Occorre pertanto valutare la concreta situazione: una limitazione specifica e motivata è cosa diversa da un divieto assoluto rivolto indistintamente a tutti i minori. La distinzione, dunque, passa ancora una volta attraverso i criteri della ragionevolezza, proporzionalità e non arbitrarietà. Un ristorante può organizzare il proprio servizio e un albergatore può definire le caratteristiche della propria struttura, ma la libertà di impresa non può essere intesa come libertà di escludere senza motivo chiunque. Il diritto non impone che ogni luogo sia necessariamente adatto a ogni esigenza, ma pone un limite alle esclusioni arbitrarie. La questione presenta, infine, anche un risvolto sociale. In una società nella quale la presenza dei bambini negli spazi pubblici viene talvolta percepita come un disturbo, il fenomeno degli “adults only” interpella il modo in cui concepiamo l’accoglienza delle famiglie. Al di là delle norme, in un Paese che da anni deve fare i conti con una crescita demografica sempre più vicina allo zero, forse dovremmo porci una domanda prima di scegliere la strada delle esclusioni: che spazio vogliamo lasciare alle famiglie e ai bambini nella società di domani?



