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Venezia; il giornalismo in scena con “Ink” e “La ragazza con la Leica”

Giorno inaugurale, il 2 settembre, all’83ª Mostra di Venezia con due film legati da un filo rosso: il giornalismo, tra traguardi, pagine di storia e chiaroscuri. Il primo è “Ink” del premio Oscar Danny Boyle, in gara per il Leone d’oro: dall’opera teatrale di James Graham, ricostruisce la nascita del tabloid “The Sun” nell’Inghilterra di fine anni Sessanta, con al centro il sodalizio tra il magnate Rupert Murdoch e il giornalista Larry Lamb. Ad accendere Orizzonti è “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, dal romanzo premio Strega di Helena Janeczek su Gerda Taro, fotoreporter uccisa durante la guerra civile spagnola, che condivise arte e professione con Robert Capa.

“Ink” - Concorso Venezia 83 (in uscita nel 2026-27)

“Sfacciato, irriverente e audace, ‘The Sun’ ha sfidato l’establishment, ridisegnando il nostro mondo per l’era moderna”. Così Danny Boyle presenta “Ink”, che fotografa il cambiamento del tabloid nella Londra del 1969: un passo verso un sensazionalismo senza remore né limiti. La sceneggiatura è di James Graham, già autore dello spettacolo teatrale in cartellone al West End. Con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy, il film sarà distribuito da Lucky Red.

La storia. Londra, Fleet Street 1969. Il rampante businessman australiano Murdoch ha acquistato il fallimentare “The Sun”, determinato a farne il primo tabloid del Paese. Senza badare a spese assume dal “Mirror” Larry Lamb, in cerca di rivalsa, e gli affida la direzione. Lamb mette su un team disposto a tutto, a dare una scossa al settore puntando su temi poco ortodossi: soldi, sesso, gossip, tv, cronaca nera. Una rivoluzione che inizia a minare il sistema dell’informazione anglosassone.

È alla sua prima partecipazione alla Mostra e fa subito centro. Convince, Boyle, con un racconto sul mutamento di pelle del giornalismo britannico a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, ma anche con un’acuta riflessione sulla professione odierna, indebolita nella deontologia, erosa da affarismo, voyeurismo e autocelebrazione di like. Il regista, con la sua cifra visivo-narrativa a colpi di rock (tra i suoi titoli “Trainspotting”, 1996, e “The Millionaire”, 2008, otto premi Oscar), racconta l’ascesa di Murdoch e Lamb, che riversano ambizioni e frustrazioni nell’allora fallimentare “Sun”. Un quotidiano che sotto la loro guida smette di parlare alla testa del lettore e si indirizza alla sua pancia. Un giornalismo pronto a sedurre più che a porre domande, in cui le cinque “W” - Who, What, When, Where, Why - cedono il passo al pedinamento degli interessi più nascosti dei lettori. Le vendite schizzano oltre i due milioni di copie e il tabloid diventa in poco tempo il più letto del Paese.

Boyle picchia duro, ma con ironia e grinta, sottolineando come la diga della buona informazione abbia iniziato a cedere lì, in quel momento, aprendo la strada ai deragliamenti odierni, trainati da social e IA. Un film che funziona per stile e racconto, corroborato da ottimi interpreti. Consigliabile, complesso, problematico, per dibattiti.

“La ragazza con la Leica” - Orizzonti (in sala nel 2027)

Nel 2018 “La ragazza con la Leica” della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek ha vinto il premio Strega. A distanza di otto anni il soggetto, che racconta una storia vera, ha trovato la via del grande schermo grazie alla tenacia di Alina Marazzi, che firma il copione con Valia Santella, e a un team produttivo italo-tedesco con in prima fila Vivo Film e Rai Cinema. Protagonisti Emilia Schüle e Aaron Altaras nei panni dei fotoreporter di guerra Gerda Taro e Robert Capa.

La storia. Germania, anni Trenta. Gerda è un’abile fotoreporter che rifugge i legami sentimentali fissi e dedica ogni energia alla fotografia e alla causa rivoluzionaria di matrice comunista. Rincorre i conflitti in corso, soprattutto le agitazioni in Spagna. Montando la minaccia nazista e le violenze sugli ebrei, lascia il proprio Paese e ripara a Parigi, dove si lega a un fotografo ungherese. I due si danno un nome d’arte internazionale e lontano dai sospetti nazisti: Gerda Taro e Robert Capa.

Marazzi si è dedicata con intensità al recupero della memoria di Taro, di cui si erano perse tracce ed eredità professionale, i suoi scatti spesso confusi con quelli del celebre Capa. Un viaggio tra le pagine della storia europea alla vigilia del secondo conflitto mondiale, tra serpeggianti minacce e sogni giovanili di libertà, con una suggestione femminista: lo sguardo sulla figura della donna nel giornalismo e nella società del tempo, con accennati rimandi al nostro oggi.

Un film elegante e accurato, impreziosito da efficaci filmati d’epoca, che si fa apprezzare per l’omaggio a una figura dimenticata. L’opera sembra però sostare troppo su estetismi e istantanee, a scapito di un approfondimento più solido. Una buona proposta, cui mancano compattezza e incisività. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

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