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Prendersi cura di chi insegna per migliorare la scuola

Il richiamo della campanella riaffiora sotto forma di stress e segnali di burn-out. Quasi metà degli insegnanti dichiara stress sul lavoro.

Il ritorno tra i banchi, per molti insegnanti, non porta con sé solo il profumo dei quaderni nuovi. Porta ansia. Come ricorda un recente lemma pubblicato nell’ambito del progetto Treccani “L’alfabeto del lavoro. Parole e cose in trasformazione” curato da Beatrice Cristalli, agosto è per il corpo docente il mese più temuto: il richiamo della campanella riaffiora sotto forma di stress e segnali di burn-out. I numeri parlano chiaro, quasi metà degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado dichiara di vivere stress sul lavoro; circa un quarto avverte un impatto negativo sulla propria salute mentale, un quinto su quella fisica. All’interno della scuola italiana tutto ciò si traduce concretamente in conflitti da mediare, rapporti con le famiglie sempre più tesi, burocrazia crescente, comunicazioni che invadono sere e fine settimana a cui si sommano retribuzioni tra le più basse d’Europa e un riconoscimento sociale che non equivale alla responsabilità affidata. La domanda giusta in questo caso non è “come rendere gli insegnanti più resilienti”, ma “come rendere sostenibile la scuola”. C’è un rischio, in realtà una trappola culturale, secondo la quale il sacrificio a ogni costo rimane un valore, ovvero che il burn-out venga letto come prova di dedizione, e non come sintomo di uno stress cronico mal gestito. Qui la ricerca educativa potrebbe avere il compito di approfondire le condizioni organizzative che lo generano: i carichi cognitivi reali della professione, il tempo-lavoro invisibile, gli ambienti collaborativi che proteggono, le pratiche di leadership scolastica che riducono l’isolamento. Servono dati longitudinali, non istantanee, serve indagare cosa funziona (comunità di pratica, mentoring tra pari, formazione continua) e trasferirlo nelle scuole, perché un insegnante in combustione non educa meglio, educa di meno. Prendersi cura di chi insegna è davvero una concreta politica per la qualità dell’apprendimento e la ricerca potrebbe indicarne la strada

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