giovedì, 26 marzo 2026
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Case di comunità: la sfida sarà trovare il personale

Trasformazione epocale per la sanità territoriale, più vicina ai pazienti fragili e cronici. Palmisano, Fimmg Veneto: “I medici di medicina generale hanno oltre 1.500 pazienti ciascuno, ma ciò che drena davvero le energie alla nostra professione è la parte amministrativa del lavoro. Focalizzandoci sul ruolo unico del medico di famiglia, con uno scarico della burocrazia su altri servizi, possiamo affrontare anche la partita delle case di comunità”

Le case di comunità rappresentano per la sanità veneta una rivoluzione, un cambiamento radicale nella concezione stessa della cura. Nella nostra regione dovrebbero essere 99 (17 nell’Ulss 2, da realizzare con un investimento di quattordici milioni di euro), da terminare entro giugno, per non perdere i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Rappresenteranno un nodo fondamentale della medicina sul territorio, con ambulatori aperti in orario prolungato, grazie alle Medicine integrate, e punti di riferimento soprattutto per persone fragili e con patologie croniche come il diabete, la bronchite cronica ostruttiva, le problematiche legate a ipertensione e scompensi cardiaci, ma anche osteoporosi, dolore cronico e decadimento cognitivo.

Sulla carta, il loro ruolo sarà importante per abbattere gli accessi impropri al pronto soccorso e dare risposte immediate alle visite non differibili, ma non gravi, i cosiddetti codici bianchi, che oggi affollano i pronto soccorso.

La vera sfida, a questo punto, completate le strutture, sarà rendere le case di comunità operative e trovare, dunque, in un momento storico in cui la carenza di personale sanitario è strutturale, medici e infermieri che decidano di operare al loro interno e renderle effettivamente funzionanti.

Le preoccupazioni arrivano da più fronti, a partire dalle sigle sindacali che rappresentano il personale infermieristico, Nursing up e Fp Cgil Treviso che hanno lanciato un appello: “Le case di comunità, senza adeguate risorse umane ed economiche, rischiano di trasformarsi in una grande operazione sulla carta. La questione principale riguarda la disponibilità di personale e la pianificazione delle risorse necessarie per renderle operative senza compromettere altri servizi ospedalieri e distrettuali già in sofferenza, nonché la formazione, che deve essere riconosciuta come tempo di lavoro”. La situazione non migliora se guardiamo al fronte dei medici di medicina generale, primi operatori delle case di comunità: solo nell’Ulss 2, al momento, “ne mancano cinquantacinque lasciando decine di migliaia di cittadini senza il primo, fondamentale, presidio sanitario”, ha denunciato il consigliere regionale del Partito democratico, Paolo Galeano. “Senza medici, il Pnrr resterà solo una gigantesca incompiuta senza alcun beneficio per la salute”.

In totale, in Veneto, i medici di medicina generale mancanti sono almeno 750, rendendo quanto meno ardua la sfida delle case di comunità. Ne abbiamo parlato con il segretario generale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) del Veneto, Giuseppe Palmisano, che tuttavia, si dice ottimista: “Le novità devono essere declinate, e per questo motivo abbiamo aperto un confronto serrato con la Regione. Le questioni sul tavolo sono tante, per ora abbiamo tanti fronti ancora aperti, ma mi aspetto che nelle prossime settimane si tirino le somme di tutta una serie di questioni, mettendo nero su bianco i dettagli operativi e i singoli passaggi che sarà necessario fare. Oggi i medici di famiglia hanno una media di oltre 1.500 pazienti ciascuno, con grosse differenze tra territori di pianura e montani, ma ciò che drena davvero le energie alla nostra professione è la parte amministrativa del lavoro. Focalizzandoci sul ruolo unico del medico di famiglia, con uno scarico della burocrazia su altri servizi, possiamo affrontare anche la sfida delle case di comunità”.

Palmisano, dunque, spinge per la conclusione di un accordo regionale sulla completa operatività di alcuni servizi: il numero unico europeo 116 117, da non utilizzare solo per contattare la continuità assistenziale, ma anche per un primo orientamento su questioni sociosanitarie, burocratiche e amministrative. Sugli stessi temi, dovranno essere operativi il Punto unico di accesso nelle case di comunità e le centrali operative territoriali, che hanno il compito di coordinare i servizi e farli lavorare in sinergia, dando risposte concrete alle esigenze pratiche dei pazienti in cura.

“Se saremo alleggeriti in questa parte del lavoro, le case di comunità per noi rappresenteranno un’opportunità importante anche a livello professionale. I medici di medicina generale, opportunamente formati su alcuni ambiti della cronicità (alcuni corsi di formazione sono già partiti), potranno diversificare il lavoro, crescere in competenze, avranno a disposizione strumenti come l’ecografo, armi in più per una diagnostica di primo livello, che aiuti a limitare le visite specialistiche improprie di cui si parla tanto in questi giorni, inoltre, seguendo attivamente le persone con malattie croniche, con competenza e formazione, possiamo lavorare in maniera coordinata con gli specialisti, che sono sempre meno, senza sostituirci a essi, naturalmente, ma evitando gli accessi alle visite non necessari e seguendo i piani diagnostici terapeutici. Così si snelliscono anche le liste di attesa. Non tutte le case di comunità saranno uguali e proporranno gli stessi servizi, ma immagino che in alcune sarà possibile portare anche le vaccinazioni e gli esami di screening”.

La premessa per il funzionamento della medicina territoriale, dunque, secondo Palmisano, sta nel completare i servizi che sgraveranno dalle incombenze amministrative, ma non solo: dirimente sarà la comunicazione tra i servizi. “Sullo sfondo c’è l’accordo informatico, su cui stiamo lavorando in Regione, ma che non è ancora stato completato, bisogna proteggere i dati dei pazienti, ma allo stesso tempo un medico deve avere accesso alla cartella clinica e a tutti gli esami fatti, altrimenti l’intervento non può essere efficace”.

Infine, c’è la questione dell’attrattività della professione. “Non bastano i soldi - chiarisce Palmisano -, bene i 4,5 milioni stanziati dalla Regione per le borse di formazione dei medici di medicina generale, ma quando passi più tempo a fare carte che a visitare in molti si scoraggiano. Alle volte sembra che stiamo andando nella direzione opposta, come con le nuove domande di invalidità richieste dall’entrata in vigore della riforma della disabilità, per quelli stiamo inviando i pazienti ai Caf, e anche loro cercano disperatamente medici, creando un corto circuito. Il «patient summary», documento che riassume lo stato di salute del paziente, sarà un’ulteriore complicazione, senza contare certificati, richieste di presidi sanitari e assistenza. Bisogna semplificare e rendere sostenibile il lavoro, e come abbiamo già sottolineato, le case di comunità possono essere uno stimolo, un’opportunità professionalizzante e un vero modello di multidisciplinarietà sul territorio”.

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