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Lampedusa attende papa Leone, con Francesco Tuccio e le sue croci del mare
Il prossimo 4 luglio Lampedusa tornerà a essere, per la Chiesa e per l’Europa, una cattedra posta sul mare. L’attesa è trepidante sull’isola per la visita di papa Leone XIV che non porterà soltanto un gesto di vicinanza ad una comunità di frontiera. La sua presenza testimonierà, piuttosto, un invito a sostare là dove la storia giudica le nostre parole: davanti alle tombe dei migranti, alla Porta d’Europa, al Molo Favaloro, e davanti ad alcuni di quelli che ce l’hanno fatta. Da questa isola, piccola e insieme immensa, nel cuore del Mediterraneo - il punto geografico più a sud dell’Europa e il punto geologico più a nord dell’Africa - passa un filo rosso che la coscienza collettiva e la memoria ecclesiale non possono smarrire.
Abbiamo raggiunto al telefono Francesco Tuccio, 60 anni, artista lampedusano che ci racconta come vive la sua ‘missione’ di dare nuova vita e memoria viva ai legni di barche naufragate. Le sue opere intrise di storie di migrazioni hanno fatto il giro del mondo, approdando ben oltre i confini nazionali fino al British Museum di Londra e al Museo dell’Olocausto di Washington. Più volte ci ripete come, partendo dalle assi spezzate delle carrette del mare, cerchi di ridare forma alla speranza nel suo laboratorio: “quei pezzi di barche parlano di speranza e sono testimonianza viva del Vangelo”.
Dal dolore del mare all’arte della memoria
La storia di Francesco è intrinsecamente legata a quella dell’isola che lo ha visto nascere e crescere: Lampedusa, è per lui non solo la sua casa, ma anche un simbolo di coraggio e solidarietà. Francesco fin da bambino ha frequentato la parrocchia e si è sempre impegnato direttamente nell’accoglienza e nell’assistenza dei migranti che arrivavano sull’isola, come molti altri giovani e compaesani. Questa esperienza pian piano lo ha spinto a trasformare le troppe storie di sofferenza dei migranti in una missione artistica e umanitaria.
La svolta nella sua vita arriva il 9 aprile 2009 che ha visto la morte di oltre 100 migranti vicino alle coste di Lampedusa. Profondamente colpito dalla vista dei relitti e dalla desolazione umana che questi trasmettevano, Francesco vede maturare dentro di sé l’idea di rendere quel dolore una vera e propria memoria attiva.
La missione attraverso i legni della speranza
E così, da falegname abile e creativo, ha inizio il suo percorso. Comincia a raccogliere i legni delle barche naufragate e ne mantiene le tracce di salsedine e crepe come elementi vivi di una narrazione universale, metafora della condizione dei migranti in cerca di una nuova vita. Quei pezzi di legno sono simbolo di fede e accoglienza.
La sua attività si è così trasformata in una missione sociale e spirituale: le croci sono messaggi visivi che, attraverso la lavorazione di un legno “morto”, riflettono i valori di vita, rinascita e speranza.
Il filo rosso tra due Pontificati
Dalla prima croce nata a seguito di quel naufragio Tuccio ne ha realizzate molte altre ancora, tutte accomunate dal forte calore spirituale e morale di cui i resti dei barconi sono intrisi. Nel 2013 ha realizzato il pastorale e il calice che papa Francesco usò - l’8 luglio nel suo primo viaggio apostolico - durante la Messa a Lampedusa, un incontro che Tuccio ricorda come un abbraccio indimenticabile.
Tredici anni dopo, ci racconta come i lampedusani sono ancora emozionati per la nuova visita papale, anche se questa volta è stata annunciata e preparata per tempo. Le emozioni ci racconta sono un po’ diverse ma molto forti. “Come lampedusani” – ci dice – “abbiamo bisogno di parole di conforto da papa Leone XIV. “L’organizzazione è molto diversa da quella del 2013”, spiega Tuccio, “ma siamo trepidanti perché sappiamo che la sua presenza è un grande dono per la nostra terra.
Gli chiediamo se ha preparato qualche oggetto artistico per questa occasione. Tuccio ci racconta di non aver preparato calici e croci particolari per la celebrazione, ma di essere stato incaricato dal comune e dalla diocesi di preparare un segno di riconoscenza che, per ora, non ci può svelare. Ci racconta che gli sarebbe piaciuto mostrare al Papa il suo laboratorio e raccontargli la storia della migrazione attraverso i resti degli assi delle carrette dei migranti, ma non è stato possibile.
L’umanità accogliente e il molo di papa Francesco
Tornando a Lampedusa, Tuccio ci racconta di come l’isola sta cambiando. Il porto dove arrivano i migranti è ora un’area presidiata, quasi inaccessibile. A parte le suore e un paio di volontari isolani oggi, agli sbarchi, i lampedusani non possono nemmeno avvicinarsi al molo Favaloro. Ci racconta di come la prima accoglienza al porto veniva fatta qualche anno fa: “portavamo una coperta o qualcosa di caldo, incrociavamo gli occhi con quanti arrivavano, che poi a volte si gonfiavano di lacrime.” Anche se l’isola ha vissuto momenti molto difficili, sapere di poterci rendere utili, soprattutto per i bambini, “era qualcosa che ci faceva sentire profondamente cristiani e testimoni del Vangelo”.
Lampedusa è lo specchio rotto di un mondo che non funziona e che appare sempre più frammentato, non il volto dei poveri che vi si riflettono e che a migliaia ogni anno muoiono nell’indifferenza di molti.
L’incontro con papa Leone
Una visita breve ma densa di significato, quella di papa Leone XIV a Lampedusa, isola simbolo delle migrazioni nel Mediterraneo centrale e punto di approdo – e spesso di tragedia – per migliaia di persone negli ultimi anni.
Sabato 4 luglio, dopo aver sostato in preghiera al cimitero e dopo aver visitato la Porta d’Europa, al porto il Pontefice scoprirà e benedirà una targa che intitola il molo a papa Francesco. Qui il Pontefice avrà anche un incontro con alcuni migranti presenti sull’isola, in un gesto di prossimità diretta e personale.
Da quel molo continua a levarsi una domanda biblica che nessuna politica e nessuna Chiesa possono eludere: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gn 4,9). Un interrogativo antico che oggi si scontra con la paura dell’altro, il rifiuto del diverso e il timore di ridistribuire le risorse del pianeta, svelando l’egoismo di un Occidente arroccato a difendere il suo status quo.
Mediterraneo come “frontiera di umanità”
Lampedusa porta dentro di sè stanchezze, tensioni e strumentalizzazioni sedimentate negli anni. Le croci di Tuccio sono nate anche da quel senso di abbandono che Lampedusa sentiva verso le istituzioni. “Quel senso di abbandono, seppur con sfumature diverse, continua”, ci dice con voce spezzata, aggiungendo come “il legno che raccolgo d’inverno sulle spiagge continui a raccontare ancora la stessa storia”. Proprio per questo Lampedusa è un luogo teologico in mezzo al mare - situato sopra un tavolato di roccia calcarea di appena 20 chilometri quadrati che ricordiamo poggia sulla placca africana, ndr - che da secoli rappresenta la Porta d’Europa per chi viene dall’altra sponda del Mare Nostrum.
Nel giorno in cui si ricordano i 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza americana (4 luglio 1776 - 4 luglio 2026), la presenza del Pontefice assume anche il valore di un richiamo costante all’attenzione internazionale su una realtà che, pur cambiando nel tempo, continua a collocare Lampedusa al centro del dibattito europeo sulle politiche migratorie.



