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Padre Flavio tra i pigmei del Congo: un popolo a rischio estinzione
Serpenti, topi, lucertoloni, selvaggina cacciata con frecce e tutti i vegetali che vuoi, dai tuberi ai funghi, dalle noci al miele selvatico: è questo, da sempre, il banchetto dei pigmei della foresta equatoriale della Repubblica democratica del Congo, un oceano verde di oltre 150 milioni di ettari. Sì, perché sono nomadi cacciatori, pescatori e raccoglitori. Il miele selvatico, una preda ambita, spesso si trova su alberi giganti: per scoprirlo seguono un uccello guida e si arrampicano con liane intrecciate al momento. Nient’altro.
Padre Flavio Pante, missionario della Consolata, ha trascorso con loro gran parte della sua vita. Ora, a 77 anni compiuti, gli è stato chiesto di tornare in Italia. Il timore è di non poter più volare laggiù, nella missione di Bayenga, al limitare della foresta. Del resto, anni trascorsi insieme nelle difficoltà tessono relazioni umane profonde. Lasciare significa sia allontanarsi da affetti e da un’opera costruita giorno dopo giorno, sia portarsi il timore che i semi sparsi, già germogli, possano seccare senza fare frutti. E allora il distacco assume il volto del tormento quando si deve lasciare chi ha bisogno di aiuto.
L’ingegno in un luogo dove a regnare è la natura
Al suo arrivo in Congo, la voglia di conoscere i più antichi abitanti originari della foresta spinge il nostro missionario a tentare, con un carico di emozioni, un primo contatto. “Vorrei vivere con voi e come voi” fa capire con parole e gesti. Quegli uomini dalla statura minuta - di rado superiore ai 140/150 centimetri - si mettono al lavoro: intrecciano canne, aggiungono foglie e in breve la capanna per il missionario è pronta. Il cuore si riempie di gioia: d’ora in poi la sua vita sarà davvero piena.
I pigmei vivono in accampamenti di una quarantina di persone, bimbi esclusi dal conteggio. E ce ne sono molti nella foresta, a decine di chilometri l’uno dall’altro. Non si scoraggia padre Flavio: salito in moto, si addentra nei sentieri dei cacciatori con l’occhio attento a ogni vorticare di foglie. Il fango spesso lo costringe a proseguire a piedi con gli stivali che sprofondano. “Ultimamente - confida - affondavo con tutto lo stivale e ne usciva solo il piede”. Il tempo passa, se ne rende conto, eppure da laggiù lo chiama ancora la voce della fiducia, che lo fa immalinconire, ma una domanda lo strappa ai suoi pensieri. “Mangiano topi?”. Certo, sono bestiole della foresta. “Squisiti, allora”? No, lui non ha mai assaggiato né topi, né serpenti, pur vivendo nella foresta per quattro giorni la settimana, gli altri tre rientra alla base per lavarsi via la terra e concedere allo stomaco qualcosa di più domestico. Padre Flavio tra i pigmei è davvero ben speso: la stanchezza di una giornata difficile si scioglie quando in capanna trova la ciotola d’acqua buona, attinta dall’unica roccia, e ode le voci dei bimbi che gli portano la legna: ciascuno con la quantità che le proprie forze permettono. Spesso egli consegna loro un pizzico di sale, rarissimo nella foresta e, quindi, la necessità spinge gli abitanti a produrlo, bruciando certi tipi di foglie o radici ricche di potassio: “similsale”spesso nocivo. Al primo contatto, il missionario li aveva visti bere acqua fangosa da una delle tante risorgive. “Eh no!”, si era detto. Con la pazienza di Giobbe e la tenacia dell’altruista, li aveva guidati verso una pozza e aiutati a costruire un semplice sistema di filtraggio, riempiendo il fondo con sassi, così da sollevare il punto di uscita dell’acqua dal terreno.
La vita notturna udita nella capanna
Quando il sole, fino ad allora filtrato dagli alberi, si lascia vincere dal buio, quando nella foresta cala la notte, ecco prendere vigore l’orchestra animale composta da voci, canti e lamenti. Padre Flavio si ritira nella propria capanna, rischiarata dalla luce incerta prodotta da un piccolo pannello solare: la vita pulsante sembra finalmente concedersi tregua, ma il sonno arriva a intermittenza, spezzato all’improvviso dall’urlo di una scimmia che lo fa sussultare. Sospira, si gira e, proprio quando le palpebre si fanno pesanti, qualcosa si muove lungo la parete, sale fin sul tetto: i fruscii diventano strisciate e movimenti più spericolati delle fughe da Alcatraz. Qualcosa cade all’interno: la stanchezza sparisce di colpo e padre Flavio, con lo scatto del centometrista ai blocchi di partenza, è subito fuori. Ritorna la quiete. Il mondo animale ha avviato i negoziati ed è tempo di sonno e di sogni, ma la foresta non concede mai silenzi lunghi. La pioggia picchia sulle foglie, si fa strada tra le canne e lo richiama alla realtà con una doccia per nulla gradita. Non si lascerà più sorprendere. Con la determinazione di chi ha già imparato la lezione, si rimbocca le maniche e costruisce uno spiovente di plastica, inclinato al punto giusto, che farebbe invidia al più blasonato degli architetti.
Di queste e altre complicazioni se ne fa, però, un baffo padre Pante, originario di Lamon nel bellunese: nella sua mente c’è quel popolo per nulla guerriero. Se qualcuno va ad abitare nei paraggi, loro prendono armi e bagagli - qualche pentolino - e si spostano. C’è posto e lo spirito della foresta provvede sempre. Ecco perché non vogliono diventare stanziali, ecco perché sono convinti di non dover piantare o seminare. Ci pensa lui, lo Spirito che manda alberi e pioggia, selvaggina e miele al suo popolo cacciatore con frecce, raccoglitore di frutti, Spirito presente anche nel momento della morte. Lasciata in capanna la persona senza vita, il nucleo si sistema in altro luogo. La foresta sa cosa fare. Simbiosi tra uomo e natura. Queste sono state le loro tradizioni fino a qualche anno fa, fino a quando i pregiudizi di altri gruppi etnici li hanno fatti sentire retrogradi, inferiori: la marginalizzazione delle minoranze fa soffrire ovunque. E allora a malincuore e col fiato corto hanno iniziato a seppellire i morti, a “soffocarli” dentro la terra, dopo una vita certificata da secoli di tradizioni e di riti, e ora costellata di privazioni e di malattie, per le quali la medicina naturale non è più sufficiente. I nostri missionari sono il toccasana, coloro dei quali ci si può fidare, e con i quali costruire fiducia nelle proprie capacità. Il popolo della foresta ha già capito che deve mandare i bimbi a scuola: nel tempo tre giovani pigmei sono diventati maestri, una donna è ostetrica all’ospedale e così le donne incinte possono fidarsi e lasciare la capanna per i controlli e per il parto. Conquiste raggiunte insieme ai missionari della Consolata. E che dire delle sei scuole aperte a tutti? Scuole che tengono conto delle trasferte di caccia, mentre le statali, ignorando le necessità di quel loro popolo, si mettono in vacanza proprio quando i nomadi tornano. E quando i piccoli varcano la porta della scuola, il programma è già svolto e i giochi finiti.
Da brivido la mortalità infantile: oltre il 45% di loro muore sotto i cinque anni di età. Se quasi la metà dei nati se ne va così giovane, agli altri va alla grande se riescono a strappare qualche decennio di vita e arrivare a 35 /40 anni.
La miniera che li rende poveri e sottomessi
Fino a poco fa i pigmei non sapevano che la loro foresta fosse, agli occhi del mondo, anche una miniera. Là, sotto gli acquitrini, tra alberi secolari e capanne c’è una ricchezza infinita: lo hanno rivelato gli strumenti del progresso, e da quel momento altri uomini, come avvoltoi, sono piombati a sventrarla per estrarre oro, diamanti, coltan: sì l’80% del coltan, insostituibile per l’industria elettronica e aerospaziale, proviene proprio dal Congo, dalla foresta degli uomini miti. E così, spingi e spostati, i piccoli re della foresta si trovano accerchiati. Dapprima si presentano i cercatori artigianali, migliaia di persone che scavano con pale e secchi, poi i gruppi armati che impongono tasse illegali o ammazzano e incendiano le capanne per prendere possesso del luogo, e infine le multinazionali straniere, cinesi in primis che oggi controllano la maggior parte dei siti congolesi. Le motoseghe urlano tutto il santo giorno, il ruggito delle ruspe scandisce le ore. La selvaggina fugge e si estingue, e la vita nel loro regno diventa impossibile anche per l’acqua inquinata dagli acidi, causa di nascite con patologie congenite. Oggi troviamo i pigmei al limitare della foresta, a contatto con le altre popolazioni che li sfruttano per i lavori pesanti offrendo alcool e droghe, robaccia che non avevano mai toccato. E alla sera non portano a casa nulla da mangiare. Più poveri di prima. Questa è la grande preoccupazione di padre Flavio: la posizione di sottomissione in cui si trovano, la perdita della propria identità, la lenta, inesorabile estinzione. E quanto imparato, forse, sarà vanificato.
Nella tristezza dei pensieri, padre Flavio, ospite in questi giorni di Casa Milaico a Nervesa, ha vissuto un momento di fiducia sabato scorso, 20 giugno, nella chiesa gremita di Cusignana, quando ha celebrato i propri 50 anni di sacerdozio con don Dionisio Rossi e i padri della Consolata Daniel Handino Mathewos, Santino Zanchetta e Renato Martini.
E, alla cena post funzione, si sono intrecciati sentimenti e ammirazione per un uomo tanto coraggioso.



