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Fiumi osservati speciali con Legambiente
Trenta volontari e volontarie, 55 punti campionati, 8 incontri con la cittadinanza e le Amministrazioni, e 13 corsi d’acqua: sono alcuni dei numeri di “Operazione fiumi”, settima edizione della campagna itinerante di Legambiente Veneto che accende i riflettori sullo stato della depurazione dei fiumi del Veneto. Un lavoro possibile grazie alla collaborazione con l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto (Arpav), che ha formato i volontari legambientini e svolto le analisi sui campioni raccolti.
Osservato speciale, almeno in questa prima fase, il batterio Escherichia coli, indice del livello di depurazione del corso d’acqua. Anche quest’anno, la situazione più grave a livello regionale la registrano i fiumi Bacchiglione, Retrone e Fratta Gorzone, mentre viene promosso il Piave.
Come state, fiumi?
Le soddisfazioni, almeno sul piano della depurazione, arrivano per il fiume Piave: la campagna lo elegge “fiume più pulito del Veneto”, ma questo - precisano gli ambientalisti - non lo risparmia da numerose altre criticità di carattere (per esempio) morfologico e di sfruttamento delle sue acque e della sua ghiaia. Questi i fiumi analizzati: Po, Canalbianco, Brenta, Bacchiglione, Retrone, Fratta Gorzone, Sile, Livenza, Adige e Piave; il Botteniga nel trevigiano, il Monticano tra Treviso e Venezia, e il Tesina nel vicentino sono le “new entry” di quest’anno. Particolarmente critiche le situazioni del Bacchiglione e del Retrone, nel vicentino e padovano, che registrano livelli di contaminazione fecale da 10 a 100 volte superiori alla soglia di riferimento.
Obiettivo “mille”
Gli Escherichia coli sono batteri fecali, dunque la loro presenza in elevate concentrazioni è sintomo di contaminazione fecale dovuta, nella maggior parte dei casi, ad insufficiente depurazione degli scarichi civili; per intenderci, un’acqua potabile non presenta contaminazione da escherichia coli. Nonostante nessun fiume in Veneto sia balneabile, per decreto regionale e per ragioni che esulano dalla sola qualità microbiologica dell’acqua (per esempio il tema della sicurezza), Legambiente Veneto ha fissato una sorta di “parametro guida” di quella che dovrebbe essere una buona qualità del corpo fluviale. In termine tecnico, sono 1.000 mpn/100ml, ovvero una statistica di 1.000 unità batteriche in 100 ml di acqua dolce. Non si tratta di un limite di qualità legislativo, ma un requisito individuato dalla normativa cardine (D.Lgs. n. 116/2008, che recepisce la Direttiva europea 2006/7/CE) in materia sanitaria per indicare la qualità delle acque di balneazione (ricordate le gare delle Olimpiadi parigine in cui si è nuotato nella Senna, con risultati non proprio ottimali?). Non solo: è anche parametro definito dalla Regione del Veneto per indicare una qualità microbiologica delle acque superficiali coerente con la destinazione all’uso irriguo senza restrizioni. In questa edizione, 11 punti su 55 presentano valori superiori a questo “limite guida”, dunque il 20%, rispetto al 40% dello scorso anno. Si direbbe un miglioramento, ma Legambiente avverte: si tratta di dati puntuali e non è sempre possibile individuare un trend. In questo senso, più analisi ci sono e più il quadro della situazione può risultare completo.
Dati futuri
La campagna ha raccolto dati anche su altri tipi di sostanze inquinanti, i cui risultati arriveranno per la fine dell’anno.
In primis il pesticida Glifosate e il suo residuo di degradazione Ampa, erbicida di sintesi utilizzato da circa 40 anni in maniera massiccia in agricoltura e classificato da Iarc come “probabilmente cancerogeno” (gruppo 2A); ma anche il Fosetil-alluminio, utilizzato come fungicida in colture frutticole e viticole, nonostante sia classificato come sostanza molto tossica per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e, sempre secondo l’Iarc, un possibile cancerogeno per l’essere umano (gruppo 2B). Confermata, infine, per il terzo anno la ricerca delle sostanze perfluoroalchiliche, ovvero i famosi Pfas, composti chimici utilizzati in campo industriale per la loro capacità di rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi, e impiegati su vasta scala (per esempio in tessuti, tappeti, pelli, schiume antincendio, contenitori per alimenti e detersivi), ma che tendono ad accumularsi e a permanere a lungo negli esseri viventi, causando numerose patologie.
Per questo motivo i Pfas sono un tema particolarmente delicato, soprattutto in Veneto; purtroppo i monitoraggi di Arpav ne rivelano la presenza in numerosi corsi d’acqua.
Sile e Botteniga
Sul fronte della qualità microbiologica delle sue acque, quest’anno il Sile può metaforicamente tirare un sospiro di sollievo. I valori rilevati nei cinque punti monitorati (Santa Cristina, Silea, Casale sul Sile, Quarto d’Altino e Cavallino Treporti) sono tutti al di sotto del valore guida di riferimento. Per il primo anno da quando, con Operazione fiumi, Legambiente ha iniziato a ricercare questo inquinante nei fiumi veneti. Fa eccezione solo il nuovo punto campionato nel Botteniga, all’altezza di varco Filippin, che risulta superare il valore di riferimento di 1.000 mpn/100 ml con 1.624 mpn/100ml.
Più problematico, purtroppo, lo stato chimico: dalla scheda di bacino idrografico del 2025 redatta da Arpav, il Sile vede numerosi sforamenti nei livelli di Pfos lineare, la cui contaminazione è presumibilmente derivante da insufficiente depurazione e dal vicino aeroporto, tenuto conto che tale sostanza veniva utilizzata come schiuma antincendio. Oltre a questo, sono stati rilevati sempre da Arpav tre superamenti dei valori medi annui: due per Ampa (prodotto di degradazione del Glifosate) su Scolo Serva e Scolo Bigonzo e uno di Glifosate sul Melma. Da anni il circolo locale di Legambiente opera per tenere alta l’attenzione sul tema: “Lavoriamo per costruire una visione a lungo termine e trasformare in realtà gli obiettivi delle direttive comunitarie; come circolo, infatti, abbiamo recentemente presentato all’Ispra alcune misure per il Piano di ripristino della natura e presto discuteremo nuovi e ambiziosi progetti”.
Piave
Il fiume bagna tre province venete (Belluno, Treviso e Venezia) e in tutte queste Legambiente Veneto ha effettuato dei campionamenti – sette per l’esattezza – per decretarne un buono stato di salute rispetto al livello di carica microbiologica fecale. Rilevazioni, queste, che si pongono in linea con quanto espresso dai monitoraggi effettuati nel corso del 2025 da Arpav, per la quale lo stato chimico è risultato “buono” in tutti i corpi idrici fluviali monitorati (dunque sul Piave e i suoi affluenti), in quanto non sono stati rilevati superamenti degli standard di qualità per le sostanze prioritarie e prioritarie pericolose. “Sappiamo però che le criticità del fiume Piave sono altre, ovvero derivazioni idrauliche ed estrazioni in alveo, questioni che da anni ci vedono impegnati su più fronti” dichiarano da Legambiente Veneto. “Ne è un esempio la lettera ufficiale ai Comuni rivieraschi del Piave, inviata proprio da Legambiente Veneto nel lontano 2021 e purtroppo ancora attuale. Per garantire una maggiore protezione del fiume e la biodiversità che lo attraversa, va rivista in chiave sostenibile la progettazione delle opere presenti e future lungo il suo percorso, oltre allo stop al consumo di suolo nelle aree bagnate dal fiume, indispensabile per mitigare gli effetti del rischio, procedendo al contempo alla pianificazione di interventi per la rinaturalizzazione delle golene”.



