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La scuola che genera valore
Viaggio è spesso sinonimo di nuove esperienze, conoscenze, incontri, confronto tra culture e tradizioni differenti. Alle volte, tuttavia, un viaggio diventa qualcosa che va oltre la ricchezza interiore che lascia, diventa progetto, cambia la vita, almeno un po’.
È quello che è successo a Francesco Mattia Cianci, 33 anni, fisico teorico, vice coordinatore generale e coordinatore delle scuole secondarie, medie, licei, istituto tecnico e scuola internazionale del collegio vescovile Pio X, che con il progetto Beyond charity è riuscito a portare la sua esperienza di docente e dirigente scolastico nel contesto di un piccolo villaggio etiope, per sostenere l’istruzione locale.
“L’educazione è il più grande investimento che una società possa compiere – spiega Cianci – . Le risorse materiali possono rispondere a un bisogno immediato; una scuola capace di educare, invece, permette alle persone di costruire il proprio futuro con competenza, autonomia e libertà. Per questo l’educazione non è un costo né un gesto di solidarietà: è la più potente infrastruttura dello sviluppo umano”.
Il viaggio e l’incontro con il popolo Hamer
Ci troviamo nel sud-ovest dell’Etiopia, lungo il fiume Omo, nel villaggio di Turni, tra il popolo Hamer, un insieme di tribù che ancora mantiene uno stile di vita essenziale, legato alle più ancestrali tradizioni umane, nel luogo dove probabilmente la vita umana è nata. In questa terra antica, inizia il viaggio di Francesco Cianci, in un mondo che riporta all’essenziale e, forse, ci fa comprendere qualcosa di più su noi stessi e sulla nostra esistenza, al di là delle sovrastrutture dell’Occidente.
“Quasi per caso, ho avuto modo di scoprire, durante un mio viaggio nel Natale scorso, in questo villaggio Hamer, la piccola scuola di Labella. Forse attirato da un contesto a me noto, forse grazie alla relazione che durante il viaggio si è creata con le persone del posto, anche per la presenza in loco della onlus milanese, Barjo Imè, fondatrice della scuola, questo viaggio di piacere si è trasformato in un progetto. In un villaggio in cui, nonostante la semplicità del contesto, gli abitanti offrono con generosità quello che hanno, ho notato le difficoltà della scuola e ho immaginato come fare per rendere l’istruzione più efficace, dando nuove possibilità di crescita alle nuove generazioni”.
L’idea di contribuire allo sviluppo educativo in contesti fragili per Francesco non è maturata all’improvviso, ma grazie a diversi incontri fatti negli anni tra Senegal, Tanzania e Gambia, prima di arrivare in Etiopia.
Vista la presenza della onlus milanese, l’intervento proposto da Cianci ha potuto inserirsi in un contesto già esistente, ma in cui mancava un riferimento specifico per il settore educativo, così: “Mi sono messo in gioco come professionista per aiutare la scuola locale, creare le condizioni affinché i ragazzi raggiungano una loro autonomia, sostenere la crescita degli individui investendo nelle competenze e in una realtà educativa efficace. Questo, oltre a portare sviluppo a livello locale, ha aiutato anche me a consolidare strategie e competenze fondamentali nel quotidiano del mio lavoro a Treviso. Sono convinto, infatti, che generare valore non significhi soltanto produrre risultati economici, ma contribuire al consolidamento di una visione secondo la quale la solidarietà non è più semplice assistenzialismo, ma un vero atto imprenditoriale, finalizzato al progresso e al benessere comune”.
Criticità che minano il sistema educativo
Così il professore, dopo essersi coordinato con il presidente della onlus Barjo Imè, è tornato nel villaggio una seconda volta, questa volta con un progetto a sostegno della scuola locale. “Le persone hanno capito e apprezzato la mia proposta, tanto che sono stato accolto da tutti i capi tribù. Questa volta ero solo, l’emozione è stata tanta, l’ho vissuto come un viaggio in un altro pianeta, e contemporaneamente a ritroso nel tempo. Per un europeo è come tornare alle origini, ed è importante, perché ci ridà una dimensione primordiale che purtroppo non abbiamo più. Ai capi tribù ho spiegato, grazie a un mediatore culturale, che non avevo intenzione di portare nulla, ma di esserci, costruire un progetto insieme, che punti sull’istruzione, affinché, poi, possano camminare con le loro gambe. Per il resto, abbiamo comunicato con i gesti e con gli sguardi, perché gli Hamer parlano un dialetto trasmesso solo oralmente”.
Benché estremamente affascinante dal punto di vista linguistico, questo dialetto è uno dei primi ostacoli all’apprendimento, poiché i bambini non hanno idea di cosa sia la scrittura e imparano solo a scuola la lingua ufficiale etiope, l’amarico, che, invece, parlano gli insegnanti inviati al villaggio dal Ministero dell’Istruzione del Paese. I docenti, che durante la settimana vivono nella scuola, non sono formati nella maniera adeguata, e rischiano di non riuscire a comunicare con i circa ottanta alunni. Alcuni bambini, invece, impiegano oltre 40 minuti per raggiungere la scuola a piedi, e nel periodo delle piogge devono anche attraversare un fiume. Mancano, infine, i materiali, come le penne e i quaderni. L’organizzazione scolastica prevede a oggi sei livelli, con l’obiettivo di arrivare a otto, il corrispondente della nostra terza media. Ogni anno si supera con un esame e le classi sono suddivise non in base all’età, ma in base alle competenze acquisite, in modo tale che, in una stessa classe, ci possono essere bambini di sette anni con ragazzi di diciassette che lavorano insieme serenamente.
“La scuola di Turmi – prosegue Cianci nel suo racconto – non è una realtà da salvare. È una comunità ricca di energie, di dignità e di capacità, grazie al lavoro della onlus fondatrice. Il nostro compito non è sostituirci a chi vive quella realtà, ma rafforzarne il capitale umano: sostenere gli insegnanti, consolidare le competenze fondamentali, migliorare l’organizzazione della scuola e introdurre metodi semplici, efficaci e sostenibili perché possano lavorare in autonomia”.
Il progetto
“Viste le difficoltà e la precarietà degli insegnanti, ho pensato avesse più senso lavorare con gli studenti, utilizzando il metodo del peer tutoring, cioè di insegnamento-apprendimento tra pari. All’interno del villaggio le competenze di base si tramandano dai più grandi ai più piccoli. Dunque, l’intenzione è quella di individuare e coinvolgere alcuni ragazzi più grandi, accompagnandoli nel ruolo di tutor, affinché, oltre alle competenze necessarie per vivere nel villaggio, tramandino ai più piccoli alcune nozioni linguistiche e matematiche, in modo tale da addolcire l’impatto con la scuola e agevolare il compito di chi insegna. Questi gruppi di ragazzi diventano intermediari tra i materiali didattici, gli insegnanti e gli studenti, realizzando di fatto un modello di supporto educativo semplice e sostenibile, che porta la didattica nella vita quotidiana. Ho, inoltre, fornito alcuni materiali fondamentali per una classe, come i tabelloni con l’alfabeto e i numeri, ma anche strumenti utili agli insegnanti, che agevolano notevolmente lo svolgersi della lezione e l’apprendimento”.
Francesco Cianci tornerà nel villaggio due o tre volte all’anno, approfittando delle ferie, nel frattempo il collegio Pio X ha acquistato tre tablet destinati alla scuola, per potersi connettere in caso di necessità di una consulenza a distanza. Queste strumentazioni funzionano grazie a tre pannelli fotovoltaici già installati dalla onlus fondatrice, perché nel villaggio non c’è né acqua, né corrente elettrica.
“Durante la mia permanenza lì, essendo insegnante di matematica e fisica, ho fatto qualche lezione, per comprendere meglio la situazione dall’interno. Per contestualizzare il mio approccio alla didattica, ho coinvolto professionisti e docenti universitari”.
La onlus Barjo Imè ha fornito all’ospedale vicino, medicinali e contributi; in cambio, due volte alla settimana, i medici vengono nella scuola per controllare i ragazzi, monitorare i contagi da malattie endemiche quali la malaria e la febbre gialla, e per insegnare loro i rudimenti dell’igiene personale. Per incentivare i ragazzi a frequentare la scuola, nonostante le difficoltà che molti hanno a raggiungerla, si stanno valutando alcune soluzioni. Già ora la scuola è garanzia di un pasto per tutti, mentre un’ipotesi al vaglio è quella di trasformarla in collegio, permettendo ai piccoli che arrivano da più lontano di dormire lì durante la settimana.
“Sto pensando anche a una squadra di calcio, chi va a scuola avrà la divisa e farà parte del team, anche questo sarebbe un modo per mantenere la frequenza. C’è, inoltre, una questione femminile, le ragazze vanno meno a scuola dei ragazzi, ma stiamo spingendo anche su questo punto”.
Cosa resta e come contribuire
“Per me questo progetto è diventato un’esperienza fondamentale, da mettere a frutto anche nel mio lavoro quotidiano al collegio Pio X. Così ho potuto studiare nuove dinamiche di apprendimento e lavorare con i più piccoli, dopo una formazione rivolta soprattutto all’insegnamento nelle scuole superiori. Quando tornerò a Natale, vorrei provare a portare le uniformi per la squadra di calcio, ma non è questo il mio obiettivo principale. La cosa più importante è che funzioni il progetto di peer education, che la scuola sia sempre più efficiente e che Barjo Imè onlus abbia i fondi necessari a mantenere la sua presenza lì”.
Per raccogliere fondi, Cianci ha realizzato dei calendari, con le foto scattate durante il viaggio. Si possono acquistare con un’offerta volontaria che andrà indirizzata alla onlus sul sito beyondcharity.it, dove è anche raccontato tutto il progetto e sono indicati i riferimenti alla onlus Barjo Imè.



