Questo affollamento incalcolabile pone, però, una domanda: “Ma chi sono i santi?”. Se quelli del calendario...
Piave, la lezione dell’alluvione del ‘66 non è ancora stata imparata
Il 3 e 4 novembre 1966 il Veneto e la Toscana conobbero una delle più gravi catastrofi idrauliche del Novecento. Fiumi e torrenti uscirono dagli alvei, campagne e centri abitati vennero sommersi, ponti e strade furono travolti. Venezia visse una delle giornate più drammatiche della sua storia recente, ma in Veneto la tragedia coinvolse un territorio ben più vasto, dal Bellunese alla pianura trevigiana, fino al Friuli. A distanza di sessant’anni, la domanda è quanto sia stato fatto per evitare che una simile emergenza possa ripetersi. E, soprattutto, quanto sia ancora esposto il bacino del Piave.
Ricostruiamo le dimensioni dell’evento grazie alla relazione: “L’alluvione del 3-4 novembre 1966 nelle Tre Venezie” di Luigi Da Deppo, professore emerito dell’Università di Padova. Una relazione che già 10 anni fa dimostrò come le conoscenze tecniche nel frattempo siano cresciute, ma le opere e le scelte territoriali non abbiano seguito con sufficiente decisione le indicazioni degli esperti.
L’alluvione del 1966 fu una combinazione meteorologica eccezionale. Dopo mesi di precipitazioni abbondanti, i terreni erano saturi e sulle montagne si era accumulata la neve. L’arrivo di masse d’aria umida spinte dallo scirocco provocò piogge intense e persistenti; il rapido aumento delle temperature favorì anche lo scioglimento del manto nevoso. In circa quaranta ore, sulle Tre Venezie affluirono quasi quattro miliardi di metri cubi d’acqua.
Le piene superarono generalmente quelle già disastrose del settembre 1882, durante la dominazione austriaca, e del settembre 1965. Le esondazioni fluviali interessarono complessivamente circa 170 mila ettari, senza considerare le aree allagate dal mare.
Nel bacino del Piave, le precipitazioni furono particolarmente intense in montagna e si accompagnarono allo scioglimento della neve. A Longarone venne allagata la zona industriale realizzata dopo il disastro del Vajont del 1963.
Il dato più impressionante riguarda Segusino, dove il colmo raggiunse una portata di circa 3.700 metri cubi al secondo, superando di 1,20 metri il livello del 1965. Il fiume non riuscì a contenere la massa d’acqua: lungo l’asta principale si registrarono quattordici rotte arginali, dodici sulla destra tra Bocca Callalta, nel territorio di San Biagio di Callalta, e Saletto, a Breda di Piave, e due sulla sinistra a monte di Ponte di Piave.
Le conseguenze furono devastanti. Le acque invasero terreni agricoli e abitati, provocarono erosioni delle sponde e distrussero o danneggiarono edifici, strade e ponti. Nello stesso novembre 1966, Venezia fu colpita da una marea eccezionale.
Nel luglio 1967 venne istituita la Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo, presieduta dal professor Giulio De Marchi. I lavori si conclusero nel 1970 e individuarono una strategia basata sull’adeguamento degli alvei alle massime portate di piena e sulla laminazione dei colmi attraverso dighe e invasi, esistenti o da realizzare.
Nelle conclusioni veniva richiamata una necessità che conserva tutta la sua attualità: “Rinunciare alla unità di direttive su base nazionale, e suddividere o, meglio, spezzettare l’opera difensiva fra le varie regioni sarebbe fonte di gravi pericoli e d’inevitabile danno per il Paese”.
Nel bacino del Piave, tuttavia, il bilancio delle opere è tutt’altro che rassicurante. Da Deppo ricorda il caso della diga di Digonera, sull’alto Cordevole, affluente del Piave: i lavori, avviati nei primi anni Sessanta, furono sospesi dopo la tragedia del Vajont e non vennero più ripresi.
Il nodo più grave è che, mentre molte opere previste non venivano realizzate, le aree esposte alle piene continuavano a essere occupate. L’antropizzazione delle rive e delle aree prossime agli argini ha aumentato il valore dei beni esposti, rendendo più difficile e costoso intervenire per allargare gli alvei, rinforzare le difese o recuperare gli spazi necessari alla laminazione delle acque.
A questo si aggiungono, secondo Da Deppo, la manutenzione insufficiente degli alvei, la vegetazione incontrollata e la presenza di edifici a ridosso delle arginature.
Le opere realizzate dopo il 1966 sono state poche rispetto alle necessità; alcune infrastrutture sono state completate, ma nel bacino del Piave restano significative lacune. La pericolosità idraulica è rimasta invariata nella migliore delle ipotesi e, in molti casi, è aumentata.
Un evento analogo a quello del 1966 avrebbe, dunque, conseguenze potenzialmente molto più pesanti, anche per la maggiore complessità delle infrastrutture da proteggere e ripristinare. Le quattordici rotte sul Piave del 1966 sono una testimonianza storica, ma anche un avvertimento. Sessant’anni dopo, la questione non è se possa verificarsi un’altra piena eccezionale. È se il territorio sia stato preparato ad affrontarla. Per il Piave, la risposta resta scomoda: la lezione del 1966 è stata compresa sul piano tecnico, ma non ancora tradotta in scelte politiche e territoriali.



